Staatsoper Berlin:”Lulu”

Berlino, Staatsoper, Stagione Lirica 2011/2012
“LULU”
Opera in tre atti e sette scene libretto proprio, da Erdgeist e Die Büchse der Pandora di Frank Wedekind
Musica di Alban Berg
Orchestrazione dell’ Atto III completata da  David Robert Coleman
Lulu MOJCA ERDMANN
Gräfin Geschwitz DEBORAH POLASKI
Eine Theatergarderobiere / Ein Gymnasiast  ANNA LAPKVOSKAJA
Der Maler / Der Neger STEPHEN RUGAMER
Dr Schön / Jack MICHAEL VOLLE
Alwa THOMAS PIFKA
Ein Athlet  GEORG NIGL
Schigolch JURGEN LINN
Der Prinz / Der Kammerdiener WOLFGANG ABLINGER-SPERRHACKE
Der Theaterdirektor JOHANNES WERNER PREIN
Der Medizinalrat / Der Professor WOLFGANG HUBSCH
Doppelgängerin MARIE-THÉRÈSE KELLER
Die Kunstgewerblerin BLANKA MODRA, LIANA OSWALD
Staatskapelle Berlin
Direttore Daniel Barenboim
Regia Andrea Breth
Scene Erich Wonder
Costumi Moidele Bickel
Luci Philipp Haupt
Nuovo allestimento
Berlino, 14 aprile 2012

C’era molta attesa per questa nuova produzione della Lulu proposta dalla Staatsoper di Berlino durante il suo festival primaverile. La particolare intesa tra il direttore musicale Daniel Barenboim e la regista Andrea Breth ( come tesimoniano le produzionie di Onegin a Salisburgo nel  2007 e  il Wozzeck  a Berlino l’anno scorso), assieme alla nuova versione del terzo atto approntata per questa occasione da David Robert Coleman promettevano  una serata interessante. Quale protagonista poi era stata scritturata Mojca Erdmann(che ha recentemente inciso  il suo primo recital con la DG) dal fisico a dir poco ideale per la parte. La Erdmann canta regolarmente al festival di Salisburgo e ha già  debuttato come Zerlina al Metropolitan di New York l’anno scorso riscuotendo consensi di critica e pubblico.Una serata evento che, in realtà è parsa invece come un’occasione mancata. Prima di tutto i cambiamenti alla partitura non si sono limitati a una nuova strumentazione dell’ultimo atto (molto inferiore a quella di Cerha, perchè raffazonata in pochi mesi) lasciato incompiuto da Berg. Invece lo spettacolo comincia con un attore steso per terra che declama Kierkegaard a sipario semialzato, interrotto dal grido di Lulu agonizzante e subito comincia il primo atto. Questa nuova “versione Berlinese” infatti omette sia il prologo che il quadro parigino del terzo atto, compromettendo gravemente la struttura formale e tematica dell’opera.
Nessuno poi sembra abbia voluto prendersi la responsabilità di questa nuova versione. Il programma non cita nessun nome di chi abbia voluto apportare questi tagli e  per quali ragioni. In ogni caso abbiamo assistito a una  Lulu in chiave “teatro della memoria”, dove tutto quanto succede è già passato quando il sipario si alza, e quindi succede ripetutamente o prima o dopo di quando il libretto prevede o talvolta anche non succede affatto.  In questo lungo “flashback”, tutti i protagonisti sembrano o quasi o già morti e si muovono in come fantasmi o “zombie“ che preclude ogni inflessione espressiva o anche soltanto ironica nel rendere testo e la  musica. Più che un ”  teatro della memoria” questo spettacolo della signora Breth è stato un” teatro della monotonia”, durante il quale succede ben poco di  memorabile.
La scena è fissa:  un paio di macchine bruciate sulla sinistra, delle impalcature d’ acciaio al centro, il tutto situato in un autosilos dismesso. Scene e costumi vanno dal grgio al nero. Unici tocchi di colore,  il mantello blu della Geschwitz e l’abito bianco a paillettes di Lulu. Andrea Breth – di cui ricordo un favoloso allestimento del Cammino Solitario di Schnitzler, sofisticato e ricchissimo di atmosfera, alla Schaubühne – con questo spettacolo in un allestimento fisso e monocromatico, elimina completamente ogni riferimento ad un concreto contesto sociale e storico e quindi anche ogni possibilità di valorizzare i tanti aspetti di commedia di costume attraverso i quali Wedekind e Berg mostrano l’ascesa sociale di Lulu. Al posto  della deteriorazione fisica dopo la prigione, la recitazione della protagonista è limitata ad una lieve stato di stanchezza. Ben più pesante  quella dello spettatore,  rassegnato e sopraffatto da tale grigiore e torpore scenico. L’intesa tra Andrea Breth e Barenboim in questo spettacolo sembra limitarsi all’accordo che tutti i cantanti debbano quasi costantemente essere posizionati in modo da poter guardare attentamente il direttore .
Da questo stato si avvantaggia almeno  l’aspetto della precisione musicale, l’equilibrio tra orchestra e cantanti e la bellezza del suono orchestrale veramente splendido. Barenboim e la magnifica Staatskapelle sono infatti il punto di forza della serata, con una lettura che esalta gli aspetti neo-romantici e la vasta gamma di colori dell’orchestra di Berg più che le componenti grottesche o la struttura formale dell’opera.
Complessivamente pregevole  anche la compagnia di canto, ad eccezione  della protagonista, vocalmente molto meno scintillante del suo abito luccicante. Da sempre per la Lulu sono sempre state scritturati soprani che dovena sicuramente anche avere il “physique du role”…ma anche, non solo quello. Mojca Erdmann per timbro, colore e peso vocale siamo decisamente agli estremi di quanto si può sacrificare sul versante musicale per avere una Lulu bella da vedere. Tant’è vero che molte Lulu storiche come Evelyn Lear, Karan Armstrong, Teresa Stratas o Julia Migenes  sono state interpreti credibili anche in ruoli che spaziavano sino a Salomé, Nedda o addirittura Marie nel Wozzeck, Elsa nel Lohengrin o Marietta nella Tote Stadt di Korngold, ed altre come Patricia Wise o Laura Aikin – che ricordo protagonista molto efficace del precedente allestimento alla stessa Staatsoper di Peter Mussbach (uno dei suoi migliori) – affrontavano, seppure con un colore alquanto algido, anche certi ruoli virtuosistici del belcanto italiano.  Viste le  doti vocali, il bagaglio tecnico – entrambi modesti – di Mojca Erdmann, per non parlare della gamma espressiva, davvero ridotta.
Il canto della Erdmann è  sempre intonatissimo e la dizione è nitida, fuorchè quando la cantante decide che una vocale le sta scomoda e sistematicamente la sostituisce con una A. Però la voce, povera di colore e priva di fascino timbrico, difetta di appoggio e risulta quindi vuota (ed inudibile persino in seconda fila) in basso, bianchiccia al centro, appena più sonora sui primi acuti per poi stimbrarsi e perdere improvvisamente volume, proiezione e armonici qualora deve salire oltre il si. Cantati con suoni fissi e smunti, tutti i passaggi virtuosisici della parte perdono ogni valore espressivo. Con il suo avvenente viso da bambolina ha  recitato con un’ assenza assoluta di partecipazione che sicuramente le è stata imposta dalla regia. Di gran classe e vocalmente inappuntabile malgrado l’annunciata indisposizione il Doktor Schön di Michael Volle. Voce morbida, sonora e ben proiettata in tutta la gamma, ha cantato con accento incisivo, fraseggio elegante e vario e dizione perfetta. Anche sul versante scenico ha delineato il personaggio più convincente e vario della serata. Il ruolo di Alwa è piuttosto ostico per la tessitura acutissima di alcuni passaggi, però è stato scritto da Berg in modo che il tenore, se ha ottime capacità tecniche, può farsi apprezzare. Le  frasi difficili sono abbastanza melodiose e arrivano verso la fine dell’opera, mentre prima il ruolo è alquanto centrale. Ottima prova per  Thomas Piffka, che ha sfoggiato  voce sicura e gradevole benchè non straordinaria per timbro e volume, ma dagli acuti facili, timbrati e luminosi. Stefan Rügamer, solido vocalmente non ha avuto modo di brillare come attore nel ruolo del pittore, ma si è riscattato con un poco di tip tap dall’effetto alquanto caricaturale ma ben eseguito al suo ritorno come “Nero” nell’ultimo atto.
Elegante e carismatica in scena, dal timbro sempre fascinoso e come sempre piuttosta limitata nel registo acuto,  Deborah Polaski nel ruolo della Contessa di Geschwitz. Thomas Mayer ha cantato” l’atleta” con voce di bel timbro ma abbastanza ingolata e povera di squillo e armonici. Difficile in base a questa prestazione immaginarlo quale Macbeth e Wotan, ruoli che pure canta regolarmente in molti teatri importanti. Molto più sonoro ed incisivo vocalmente invece il Schigolch di Jürgen Linn, convincente anche lui per la prestazione scenica che ben coglie l’aspetto sinistro del personaggio. Promettente per il bel timbro e la voce ben appoggiata Anna Lapkovskaja nel ruolo di Gymnasiast. Corretti gli altri. Nel complesso, per quanto pregevole sia il lato musicale, questa Lulu si inserisce nella tendenza dei teatri berlinesi a sostituire produzioni molto efficaci di repertorio con allestimenti nuovi ma che si rivelano essere piuttosto modestii. Non solo per l’evidente mancanza di autentico approfondimento da parte del regista, ma semplicemente perchè nella loro genericità non colgono nulla della specificità teatrale dell’opera, e sovrappongono una visione registica globale che potrebbe andar bene per un’opera qualunque dall’ Orfeo di Monteverdi a Mosè ed Aronne di Schoenberg. In conclusione:  Andrea Breth non rivela niente di inedito sul testo di Wedekind, non dimostra nessun interesse per il capolavoro di Berg e nessun rispetto per un pubblico che sicuramente sarebbe sufficientemente educato da godersi una regia che possa eguagliarsi  alla sfida intellettuale ed estetica, ancora modernissma, della  musica di Berg.
Foto Bernd Uhlig – Staatsoper Berlin

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