Teatro La Fenice: Concerto diretto da Diego Matheuz

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione sinfonica 2011-2012
Diego Matheuz interpreta Webern, Brahms e Beethoven
Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia
Direttore Diego Matheuz
Violino Roberto Baraldi
Violoncello Emanuele Silvestri 
Anton Webern: Variazioni per orchestra op. 30
Johannes Brahms: Doppio concerto per violino, violoncello e orchestra in la minore op. 102
Ludwig van Beethoven: Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92
Venezia, 6 maggio 2012

Questa sera, con la Settima sinfonia di Beethoven, si è celebrata alla Fenice l’apoteosi della danza – per riprendere la celeberrima definizione che ne diede Wagner – ma anche l’apoteosi della giovinezza, grazie alla presenza del ventisettenne maestro Diego Matheuz, vero e proprio fiore all’occhiello del fertilissimo sistema formativo musicale venezuelano, che da non molto ricopre il ruolo di direttore principale dell’orchestra del teatro e, nel caso del Doppio concerto di Brahms, dei due solisti, entrambi validi strumentisti dell’orchestra, essi pure ben lontani – beati loro! –  dall’atra senectus.
La prima parte del concerto era costituita da due titoli accomunati dalla scelta dei rispettivi autori, pur appartenenti ad epoche ben distinte, di avvalersi di mezzi espressivi assolutamente minimali. Mi riferisco all’ultimo Webern, quello appunto delle Variazioni per orchestra op. 30, e alla tarda maturità di Brahms, in cui vide luce il Doppio concerto per violino, violoncello e orchestra in la minore op. 102. È sempre interessante ascoltare Webern, il compositore che ha portato alle estreme conseguenze il metodo dodecafonico schönberghiano, componendo i primi lavori basati sulla cosiddetta “serialità totale”. È il caso di queste Variazioni, ultima opera orchestrale dell’autore, straordinario esempio di pointillisme musicale, di minimalismo ante litteram, grazie allo sfruttamento di tutte le possibilità combinatorie offerte da una serie dodecafonica primordiale, mettendo in gioco tutti i parametri sonori: dall’altezza al timbro, al rapporto suono-silenzio, alla strutturazione stessa della serie, e così via. Fin da questo primo intervento, il giovane direttore si è rivelato dominatore assoluto della partitura come dell’orchestra, grazie ad un gesto sicuro, efficace e, al tempo stesso, misurato nell’affrontare un pezzo tutt’altro che facile, caratterizzato dalla tipica essenzialità weberniana, di notevole fascino coloristico e dalla sintassi continuamente spezzata. Solo raramente si è colta qualche pesantezza dell’orchestra o una certa mancanza di “pulizia” negli attacchi: in generale, invece, si è registrata una buona prestazione degli strumentisti della Fenice e, in particolare dei fiati, abbastanza spesso impegnati nell’esecuzione di note sforzate o frullate e, assieme ai legni, di essenziali impasti di colore in vari interventi solistici sul sottofondo complice degli archi, a costruire un’“armonia di timbri” o derivata da altri parametri musicali.
Nel Doppio concerto la preparazione tecnica necessaria negli attacchi e nei passaggi più virtuosistici si dimenticava, venendo travolti dal pathos ora vigoroso ora dolcemente lirico dell’esecuzione, mai debordante nell’effetto fine a se stesso. Impetuoso l’attacco iniziale dell’orchestra, che il violoncello di Emanuele Silvestri ha ripreso in tono lirico con il giusto tocco e sicura padronanza dello strumento. Una magica atmosfera regnava nel successivo dialogo con il violino di Roberto Baraldi, accompagnato da un’orchestra sempre affiatata, coesa, precisa, a rendere il ritmo spesso spezzato, i mutamenti d’accento e certe adorabili screziature timbriche e armoniche, che connotano il sommo maestro di Amburgo segnatamente nella sua fase matura. Nel secondo tema il violoncello si è fatto apprezzare per espressività e intonazione: magnifico, in particolare nei filati. Gli ha corrisposto un violino assolutamente all’altezza di questa pagina a dir poco sublime. Piglio energico anche nell’andante, grazie al ritmo piuttosto sostenuto, scandito dal direttore, che accentuava – più che la vena intensamente lirica di questa pagina, messa in rilievo da altre interpretazioni –  l’anelante onirica inquietudine delle parti solistiche, assecondate da un’orchestra sensibile e partecipe. Agilità dei solisti e compostezza dell’orchestra si sono potute constatare nell’ultimo movimento, una sorta di rondò tripartito, caratterizzato da marcati contrasti dinamici, oltre che dalle tipiche sfasature ritmiche brahmsiane (ritmo puntato vs terzine). Straordinari, ancora, i solisti nel loro dialogare. Travolgente il finale, che sfocia nell’episodio lirico, con cui si conclude la composizione nel segno di una misurata eleganza. Travolgente del pari il successo tributato dal pubblico, che avuto in premio un succulento bis: la Passacaglia in sol minore per clavicembalo di Händel-Halvorsen, in cui i due strumentisti si sono rivelati inequivocabilmente dei validissimi interpreti per agilità, precisione, pulizia del suono di fronte a un pezzo di raffinato virtuosismo, facendo letteralmente “venir giù” il teatro.
Ma ovviamente Matheuz ha rivelato tutto il vitalismo dei suoi ventisette anni nella Settima. Nel primo movimento l’agogica spesso molto serrata non andava mai a scapito della raffinatezza coloristica e interpretativa, della nitidezza del suono e del ritmo. Giovanilmente energica, dunque, è apparsa questa interpretazione, anche grazie a un’orchestra sicura fin nel sonoro attacco iniziale, che ha saputo assecondare l’essenziale e preciso gesto direttoriale del maestro venezuelano anche nel successivo scatenarsi del ritmo dattilico (che tanto piaceva a Wagner, divenendo, non a caso, una delle figurazioni portanti della Tetralogia). Ne risultava un suono cristallino delle varie sezioni orchestrali e dell’insieme, in questo primo tempo davvero vigoroso e concitato. Anche in esso si è potuta apprezzare una grande compostezza dell’orchestra, pur in una dinamica ampia e contrastata. Nell’allegretto, che ricorda per certi aspetti la marcia funebre dell’Eroica, eseguito senza soluzione di continuità rispetto al movimento precedente, la calma, delicata mestizia della pagina era, anche qui, espressa senza languori preromantici sotto l’incalzare di un ritmo piuttosto vivace. Cristallina l’orchestra nelle variazioni e nel fugato: ci riferiamo, in particolare, al bel suono degli archi e, nel dolcissimo intermezzo in tonalità maggiore, al fascinoso legato dei legni. Un’orchestra scattante e duttile ha poi intonato l’apoteosi della danza che anima con particolare verve il terzo movimento, ma essa si è dimostrata anche capace di rendere adeguatamente l’aura arcadica che pervade il trio, impreziosito dalla sonorità dei corni e dei legni. Travolgente stacco di tempi nel dionisiaco presto, dove il gesto di Matheuz indulgeva a qualche movenza acrobatica per suscitare un ritmo serratissimo, seppur di estremo nitore (alla Kleiber, per intenderci), i repentini mutamenti ritmici e dinamici, gli sforzati (straordinari quelli dei corni) e le armonie tese di tutta l’orchestra. Finale mozzafiato. Accenno di ovazione subito dopo l’ultima battuta. Prolungati (e meritatissimi) gli applausi.

 

 

 

 

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