“Manon! Sphinx étonnant”. La “Manon” di Jules Massenet (prima parte)

La genesi e la prima 
Nell’autunno del 1881, nonostante il successo ottenuto con Le roi de Lahore e la prossima messa in scena di Hèrodiade che sarebbe stata rappresentata al Théâtre Royal de la Monnaie di Bruxelles il 19 dicembre dello stesso anno con esito trionfale, Massenet era inquieto e desideroso di mettersi subito al lavoro. Il libretto Phoebé di Henri Meilhac, che Carvalho gli aveva consegnato una mattina d’autunno del 1881, non lo aveva, tuttavia, per nulla soddisfatto; questo soggetto non aveva, infatti, toccato le corde più intime della sua ispirazione al punto che non era riuscito a comporre una sola nota. Così una mattina Massenet si recò da Meilhac per comunicargli la sua intenzione di non scrivere la musica per Phoebé, come egli stesso ricordò nel capitolo XV della sua romanzata e, per certi aspetti, poco attendibile autobiografia Mes souvenirs:

Una certa mattina d’autunno del 1881, ero abbastanza agitato, anche ansioso. Carvalho[1], allora direttore dell’Opéra-Comique, mi aveva affidato tre atti: la Phoebé di Henri Meilhac[2]. Li avevo letti, riletti, niente mi aveva sedotto; cozzavo contro il lavoro da fare; ne ero snervato, spazientito!
Riempito di un bel coraggio, mi presentati da Meilhac… Il fortunato autore di tante opere incantevoli, di tanti successi, Meilhac, era nella sua biblioteca, in mezzo ai suoi libri rarissimi dalle rilegature meravigliose, una vera fortuna ammonticchiata in una parte dell’ammezzato nel quale egli abitava al numero 30 di rue Drouot.
Lo vedo ancora, mentre scrive su un piccolo guéridon, accanto a un’altra grande tavola del più puro stile Luigi XIV. Appena egli mi ebbe visto, sorridente amichevolmente e lietissimo, credendo che gli portassi delle notizie sul nostro Phoebé: ” È finito?” –  Mi disse. A questo saluto, risposi illico, con un tono meno rassicurante: “Sì, è finito; non ne parleremo mai più!”
Un leone messo in gabbia non sarebbe stato più mortificato. La mia perplessità era estrema, vedevo il vuoto, il nulla, attorno a me, il titolo di un’opera mi colpì come una rivelazione. –   “Manon! “Gridai proprio io, mostrando col dito il libro a Meilhac. ” Manon Lescaut”, è Manon Lescaut che lei vuole?” –   No! Manon, Manon e basta; Manon, è Manon![3]

Nacque così l’idea di Manon il cui soggetto suscitò non solo gli entusiasmi del compositore, ma anche del librettista Henri Meilhac che aveva da poco stretto un nuovo e importante sodalizio artistico con Philippe Gille tanto che il libretto, scritto a quattro mani dai due poeti francesi, fu pronto in brevissimo tempo, secondo quanto riferito da Massenet:

“Venga a pranzare da Vachette”, mi disse Meilhac, le racconterò cosa avrò fatto… Recandomi a quell’invito, si può indovinare se avevo nel cuore più curiosità  emotiva che appetito nello stomaco. Andai dunque da Vachette, e, là, sorpresa inenarrabile e del tutto adorabile, trovai, cosa? Sotto il mio tovagliolo… i due primi atti di Manon! Gli altri tre atti dovevano seguire, pochi giorni dopo. L’idea di fare quest’opera mi assillava da molto tempo. Era il sogno realizzato. Benché molto impegnato dalle prove di Hérodiade e molto provato dai miei frequenti viaggi a Bruxelles, lavoravo già a Manon nel corso dell’estate 1881[4]

Quanto affermato da Massenet, come spesso accade in Mes souvenirs, non è del tutto attendibile; appare impossibile, infatti, che il compositore francese abbia lavorato alla sua opera nell’estate del 1881 prima che fosse stato scelto il soggetto nell’autunno dello stesso anno. Nonostante le date non siano corrette, appare plausibile, invece, la descrizione delle modalità con le quali si svolse questa collaborazione:

Durante quella stessa estate, Meilhac era andato ad abitare nel pavillon Henri IV, a Saint-Germain. Andavo lì a sorprenderlo, di solito verso le cinque della sera, quando sapevo che la sua giornata di lavoro era terminata. Allora, mentre passeggiavamo insieme, combinavamo dei nuovi aggiustamenti nel testo poetico. Fu là che stabilimmo l’atto del seminario e che per ottenere, all’uscita da questo, un contrasto più grande, richiesi l’atto del Transilvanie. Come mi piaceva questa collaborazione, questo lavoro nel quale ci scambiavamo le nostre idee senza mai offenderci, nel comune desiderio di arrivare, se possibile, alla perfezione! Philippe Gille veniva a prendere parte a questa utile collaborazione di tanto in tanto all’ora di cena e la sua presenza mi era tanto cara!  Che teneri e dolci ricordi ho conservato da quel periodo, a Saint-Germain, nella sua magnifica terrazza, nel lussureggiante fogliame della sua bella foresta![1]

Senza seguire in modo troppo dettagliato i ricordi, per la verità, un po’ sbiaditi di Massenet, si può affermare con certezza che i primi schizzi dell’opera furono messi sul pentagramma tra l’autunno del 1881 e gli inizi del 1882, quando il compositore, una volta libero dall’impegno al Théâtre Royal de la Monnaie di Bruxelles per Hérodiade, poté dedicarsi con una certa assiduità alla sua eroina. Per quella data, inoltre, la stesura del libretto, che, secondo Massenet, sarebbe stato scritto in brevissimo tempo, non era stata ancora completata o necessitava di alcuni ritocchi; ciò è possibile affermarlo con certezza analizzando una lettera del 7 maggio 1882 indirizzata a Meilhac, nella quale si legge:
Sono estasiato al ricevere una nuova prova del lavoro assiduo del mio carissimo collaboratore[2].
Il 7 gennaio 1882 il libretto non era, quindi, ancora pronto mentre la composizione della musica occupò Massenet fino all’autunno dello stesso anno. Nella versione per canto e pianoforte Manon fu completata, infatti, il 19 ottobre 1882 alle nove del mattino, come si evince da una lettera indirizzata alla moglie:
Ti scrivo ancora con le vertigini per il lavoro di due notti […] Ho terminato Manon stamattina, un attimo fa! Sentirai [3],
mentre l’orchestrazione, iniziata il 5 febbraio 1883, fu completata il 15 luglio dello stesso anno alle 7 del mattino. A differenza di altre opere di Massenet e, in particolar modo, del Werther, Manon suscitò subito gli entusiasmi del direttore dell’Opéra-Comique, Léon Carvalho, e della moglie Marie Caroline Miolan-Carvalho in occasione dell’audizione preliminare. Lo stesso Massenet ricordò l’episodio:
Eravamo nella primavera del 1883. Ero rientrato a Parigi e, terminata l’opera, fu fissato l’incontro da Carvalho, al 54 della rue de Prony. Vi trovai, con il nostro direttore, la signora Miolan-Carvalho, Meilhac e Philippe Gille. Manon fu lodata dalle nove di sera a mezzanotte. I mie amici si mostrarono affascinati. La signora Carvalho mi abbracciò con gioia, non cessando di ripetermi:” Avessi vent’anni di meno!“[1] Feci del mio meglio per consolare la grande artista. Volli che il suo nome fosse sulla partitura, e gliela dedicai[2].

Adesso si trattava solo di scegliere il cast per la prima rappresentazione e, se per le parti maschili la ricerca non fu difficile in quanto Talazac[1], Taskin[2] e Cobalet, come affermato dallo stesso compositore, formavano uno stupendo cast[3], per il ruolo della protagonista si presentarono parecchie difficoltà. Massenet stesso scrisse sempre in Mes souvenirs:

Per la Manon, ci fu una certa indecisione nella scelta. Molte, certamente, avevano del talento, anche una grande reputazione, ma non sentivo una sola artista che rispondesse a questo ruolo, come lo volevo, e che avrebbe potuto rendere la perfida e cara Manon con tutto il cuore che io vi avevo messo.  Tuttavia avevo trovato in una giovane artista, la signora Vaillant-Couturier, delle qualità di seduzione vocale che mi avevano spinto ad affidarle la copia di molti passaggi della partitura. La facevo lavorare dal mio editore. Lei fu, infatti, la mia prima Manon.
In quel periodo, si rappresentava, alle Nouveautés, uno dei grandi successi di Charles Lecocq. Il mio grande amico, il marchese di La Valette, un Parigino di Parigi, mi ci aveva trascinato una sera. La signorina Vaillant – più tardi la signora Vaillant-Couturier – l’affascinante artista di cui ho appena parlato, vi occupava adorabilmente il ruolo di prima donna. M’interessò molto; aveva anche, ai miei occhi, una rassomiglianza stupefacente con una giovane fiorista del boulevard des Capucines. Senza mai aver parlato (provavo vergogna!) a questa deliziosa ragazza, la sua vista mi aveva ossessionato, il suo ricordo mi aveva accompagnato: era proprio la Manon che avevo visto, che io vedevo senza sosta davanti a me lavorando![4]

Masssenet dovette, però, rinunciare al progetto iniziale di dare la parte di Manon alla Vaillant-Couturier, stella del Théâtre des Nouveautés, al quale era legata contrattualmente e il cui direttore non le concesse di esibirsi in un teatro diverso.  Proprio al Théâtre des Nouveautés Massenet incontrò la sua futura Manon:

Durante questo dialogo, avevo notato che l’eccellente marchese di La Valette era molto occupato da un grazioso cappello grigio tutto fiorito di rose, che, senza sosta, passava e ripassava nel foyer del teatro. In un momento, vidi questo grazioso cappello dirigersi verso di me.
” Un debuttante dunque non riconosceva più una debuttante?” – “Heilbronn”[1]! Gridai. – “In persona!”… Heilbronn mi aveva appena ricordato la dedica scritta sulla prima opera che avevo fatto e nella quale era apparsa per la prima volta sulla scena. “Canta ancora?” – No! Sono ricca[2], e, eppure, glielo dirò? Il teatro mi manca; ne sono ossessionata. Ah! se trovassi un bel ruolo! – “Ne ho uno: Manon!” – Manon Lescaut?” – “No: Manon… e basta”. –  “Posso sentire la musica?” – “Quando vorrà”. “Questa sera? –  Impossibile! È mezzanotte…” –              “Come? Non posso aspettare fino a domani. Sento che c’è qualche cosa. Cerchi la partitura. Mi troverà nel mio appartamento (l’artista abitava allora agli Champs-Elysées), il pianoforte sarà aperto, il lampadario acceso”…  Detto fatto. Rientrai a casa per prendere la partitura. Le quattro e mezza suonavano quando cantai le ultime battute della morte di Manon.

In realtà questo incontro, che, secondo quanto ricordato da Massenet, appare del tutto casuale, fu favorito dall’editore Hartmann. Il 19 gennaio 1884 Manon andò in scena all’Opéra-Comique diretta da Jules Danbé e fu un trionfo tale da essere replicata per circa 80 serate consecutive. Alla fine dello stesso anno Manon fu rappresentata all’Her Majesty’s Theatre di Londra con Marie Roze protagonista, mentre Marie Heilbronn riportò l’opera a Parigi nell’autunno del 1885. Dopo questa data, per alcuni anni, Manon non calcò più le scene, essendo morta la Heilbronn, prima Manon, il 31 marzo 1886. Dopo 10 anni di silenzio a causa dell’incendio che distrusse l’Opéra-Comique, Manon fu ripresa alla riapertura del teatro da Sibyl Sanderson con la quale raggiunse la duecentesima replica, mentre per la cinquecentesima serata si esibì Marguerite Carré. Non tutti i giornali apprezzarono questa nuova opera e, se Moreno dalle pagine dell’autorevole rivista «Le Menstrel»concluse il suo articolo, affermando:

Ecco dunque ancora un’opera che viene a fare il più grande onore alla nostra arte nazionale, per la quale l’anno sarà particolarmente felice: Lakmé, Henry VIII, Sigurd e Manon, senza dimenticare il grazioso balletto di Dubois
La Fa-randole[1],
ironico e, per molti aspetti, discutibile in quanto poco attento ai reali pregi dell’opera, fu il commento di Henry Maret su «Le Radical» il 23 gennaio 1884:
Povera Manon! Chi ti avrebbe predetto che un giorno saresti stata circondata da tutto questo baccano! Tu, graziosa fanciulla di quel secolo elegante e leg-gero, dei piccoli versi di piccole case, eccoti, con musica saccente, eguagliata alle Walkiries e alle eroine dei Nibelunghi!… non so se, come si è detto, il si-gnor Massenet ha letto, per caso, Manon Lescaut. Ma non ne dubiteremmo molto dal sentire il suo dramma lirico. Di quel pastello semplice e grazioso, egli ha fatto un affresco spaventoso. Che baccano, buon Dio! Pur concedendo che egli non abbia compreso una parola del libretto che doveva mettere in musica, studiamo la sua partitura al di fuori di ogni preoccupazione di colore locale[2].
(fine prima parte).
La “Manon” di Jules Massenet è in scena al Teatro alla Scala di Milano dal 19 giugno al 7 luglio 2012. Dirige Fabio Luisi, regia di Laurent Pelly.

 


[1] H. Moreno, Manon, in «Le Ménestrel», ann. 50, n. 9, 27 gennaio 1884, p. 68.

[2] L’articolo, apparso sul giornale «Le Radical» del 23 gennaio 1884, è citato in L. Schnei-der, Massenet. L’homme – Le musicien, Eugéne Fasquelle Editeur, Paris, p 92.

[1] Léon Carvalho (Port-Louis 1825 – Parigi 1897), baritono e impresario teatrale, nel 1876 divenne direttore dell’Opéra-Comique. Ritenuto responsabile dell’incendio che nel 1887 distrusse la Salle Favart causando 131 vittime, fu assolto in appello e reintegrato nelle sue funzioni nel 1891.

[2] Henri Meilhac (Parigi 1831-1897), librettista francese, ha firmato insieme ad Halévy alcuni libretti per Offenbach tra cui la Belle Hélène e La vie parisienne, oltre al libretto della Carmen di Bizet.
[3]
J. Massenet, Mes souvenirs, Éditions du Sandre, Parigi 2009, p. 100. La traduzione è mia.
[4]
Ivi, p. 101

[1] Ibid.
[2]
La lettera è citata in M. Modugno, Guida all’ascolto di Massenet, Mursia, Milano, 1994, p. 73.
[3]
Ibid.

[1] All’epoca Miolan-Carvalho aveva 57 anni ed era ormai prossima al ritiro dalle scene che sarebbe avvenuto due anni dopo.
[2]
J. Massenet, Mes souvenirs, cit., p. 103.

[1] Jean-Alexandre Talazac (Bordeaux 1851 – Parigi  1896) tenore francese, fu il primo interprete di Des Grieux.
[2]
Emile-Alexandre Taskin (Parigi 1853 – 1897), baritono francese primo interprete di Lescaut.
[3]
Ibid.
[4]
Ibid.

[1] Marie Heilbronn aveva debuttato ad appena 17 anni nella Grand’ Tante, l’opera con la quale Massenet aveva debuttato sulla scena lirica.
[2]Dopo una breve e intensa carriera Marie Heilbronn si era ritirata dalle scene nel 1880 non ancora trentenne in seguito al matrimonio con il visconte de la Panouse. Era da poco ritornata sul palcoscenico nel 1883 a Montecarlo. Heilbronn, durante questa audizione, era stata commossa fino alle lacrime. Tra le sue lacrime, la sentivo sospirare: «È la mia vita… ma è la mia vita, questa!…»[1]

[1] Ivi, pp. 104-105.
[1] H. Moreno, Manon, in «Le Ménestrel», ann. 50, n. 9, 27 gennaio 1884, p. 68.
[1] L’articolo, apparso sul giornale «Le Radical» del 23 gennaio 1884, è citato in L. Schnei-der, Massenet. L’homme – Le musicien, Eugéne Fasquelle Editeur, Paris, p 92.

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