Venezia, Teatro La Fenice:”Carmen”

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Lirica 2012
“CARMEN”
Opéra-comique in quattro atti, libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy dalla novella omonima di Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet
Don José STEFANO SECCO
Escamillo ALEXANDER VINOGRADOV
Le Dancaïre FRANCIS  DUDZIAK
Le Remendado RODOLPHE BRIAND
Moralès DARIO CIOTOLI
Zuniga MATTEO FERRARA
Lillas Pastia CESARE BARONI
Carmen BEATRICE  URIA MONZON
Micaëla EKATERINA BAKANOVA
Frasquita SONIA  CIANI
Mercédès CHIARA  FRACASSO
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Piccoli Cantori Veneziani
Direttore Omer Meir Wellber
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Voci bianche diretta da Diana D’Alessio
Regia Calixto Bieito
Scene Alfons Flores
Costumi  Mercè Paloma
Luci Alberto Rodriguez Vega
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice in coproduzione con Gran Teatre del Liceu di Barcellona, Fondazione Teatro Massimo di Palermo e Fondazione Teatro Regio di Torino
Venezia, 26 giugno 2012  

Finalmente, dopo 14 anni di assenza, è tornata alla Fenice Carmen, un capolavoro assoluto del teatro musicale d’ogni tempo, creato dal genio di Georges Bizet, il quale ha musicato da par suo il bel libretto che Henri Meilhac e Ludovic Halévy – la coppia di autori che dominava la scena lirica francese nel secondo Ottocento – trassero dalla scabrosa (almeno a quei tempi) novella di Prosper Mérimée. Lo spettacolo,  in francese e con i dialoghi parlati secondo i canoni dell’opéra-comique, era particolarmente atteso per l’originale allestimento ideato dal regista spagnolo Calixto Bieito con la collaborazione di Alfons Flores per le scene, di Mercè Paloma per i costumi e di Alberto Rodriguez Vega per le luci. Tale allestimento, infatti,  dopo la prima assoluta a Barcellona nel settembre 2010, si è aggiudicato a Palermo, lo scorso novembre, il Premio della critica musicale italiana “Franco Abbiati” in quanto, come si legge nella motivazione:  ambientata in una malfamata terra di confine tra Spagna e Africa, la Carmen messa in scena da Bieito (…) restituisce al capolavoro di Bizet la sua teatralità ruvida, svelata da istantanee vitali e a volte scioccanti che si susseguono in sintonia con i momenti cruciali della partitura componendo uno strepitoso racconto.
In effetti l’azione si svolge, intorno alla metà degli anni Ottanta del Novecento, nel territorio di Ceuta, una città autonoma in Marocco, la cui hispanidad è simboleggiata di volta in volta da qualche sparuto elemento, quale la bandiera a bande rosse e gialle o una smisurata sagoma taurina, che viene fragorosamente scaraventata a terra all’inizio del quarto atto, presagio della catastrofe incombente, proprio mentre comincia l’animazione per la corrida con l’arrivo della quadriglia annunciato da festose fanfare. In una piazza di questa località, che viene presentata come periferica e inospitale, una Carmencita con addosso, al pari delle altre delle cigarières, un grembiule grigio-verde ampiamente aperto per lasciar vedere la sottoveste nera, comincia la sua opera di seduzione nei confronti del casto e disciplinato Don José, intonando la famosa habanera tra ammiccamenti e movenze, che ci sono sembrate un po’ troppo esplicite per non dire scontate. Ora, non si pretende qui di sminuire una tanto paludata e apprezzata messinscena, ci permettiamo soltanto qualche riflessione sul personaggio eponimo dell’opera. La bella gitana non è soltanto una donna sensuale tra le tante, è ben di più: è un mito, una figura, per così dire, allegorica che rappresenta, come Don Giovanni, lo sforzo titanico di difendere a qualsiasi prezzo la propria libertà da parte di un mortale, spinto da un impulso irrefrenabile di affermazione di se stesso, della propria sessualità, del proprio ‘esserci’ di fronte a un mondo che vorrebbe reprimerlo e contro cui si ribella sfidando il destino e affrontando da vero eroe la morte. Certamente il trasferimento della vicenda in uno squallido territorio di confine la rende più cruda, ne esaspera i tratti violenti, accentua il degrado sociale in cui sono immersi la protagonista e il suo entourage di contrabbandieri che vivono dentro Mercedes più o meno malandate di dubbia provenienza. Nondimeno aver reso un po’ tutto più prosaico, aver fatto di Carmen una sottoproletaria che, al pari di Frasquita o di altre zingare, seduce in sottoveste o in abitino fantasia accennando ridicole movenze da discoteca, fa perdere molto del fascino che dovrebbe emanare da questa femme fatale, da questa sorcière dell’amore e della morte, che non ha bisogno di mezzi esteriori, o peggio volgari, poiché la sua seduzione è sottile, misteriosa, ancestrale, per quanto suscitata dal suo corpo, come quella di Salome o di Dalila … Ma c’è dell’altro, la musica, fin dal preludio dell’atto primo, esprime con raffinatezza di mezzi e icastica immediatezza la solarità mediterranea, il calore, il colore di una terra, di un’etnia; ebbene il sipario si è aperto su una piazza immersa nella nebbia, mentre i costumi mostravano in generale tinte abbastanza fredde: dai grembiuli delle sigaraie alle divise (anch’esse grigio-verdi) della soldataglia. Oltre tutto la direzione di Omar Meir Wellber era, quando occorreva, assai dinamica, serrata, travolgente, esplodendo abbastanza spesso in sonorità perfino eccessive che, se esasperavano la potenza drammatica della vicenda, nel contempo evocavano un ambiente solare, brillante, colorato, vitale … Più di qualche volta però – lo ribadiamo – clamorosamente smentito dalla scena. E questo ci sembra proprio che  non vada nella direzione giusta. L’interpretazione del giovane direttore israeliano si è imposta per questo suo impeto, che talora andava a scapito di una lettura più analitica e attenta alle nuances come richiede una partitura composta da Bizet con estrema raffinatezza facendo leva su un’orchestrazione e soluzioni armonico-contrappuntistiche assolutamente mai di maniera, per nobilitare artisticamente, attraverso uno stile composto e sublime, una vicenda, che (per l’appunto!) avrebbe potuto facilmente  scadere nella prosaicità, nel verismo più deteriore.
La protagonista, Beatrice Uria-Monzon, certamente, nell’insieme, è apparsa convincente, ma la sua interpretazione era a volte penalizzata da una voce senza il peso adeguato soprattutto quando si avventurava nel registro grave. Il che le sottraeva quella misteriosa, fatale sensualità cui prima si è fatto cenno. Il suo fraseggio era abbastanza credibile soprattutto nelle parti recitate. Stefano Secco, al debutto nel ruolo di Don José, ha fatto sentire un bel timbro omogeneo e brunito, oltre ad un accettabile legato come nella scena insieme a Micaëla nel primo atto e, naturalmente, nella romanza del fiore: morbido nei passaggi lirici e nelle mezze voci, appassionato negli slanci drammatici (ad esempio anche nel duetto finale). L’Escamillo di Alexander Vinogradov – che si presenta in completo grigio e prima della tauromachia si aggira completamente nudo (ma pare fosse una tradizione dei toreri) si è rivelato a proprio agio nelle note gravi grazie ad una voce scura, per quanto eccessivamente timbrata. E forse anche per questo aspetto ridondante della sua vocalità, per cui sfumava a volte nella caricatura, non ha saputo dare al personaggio tutta la virile autorevolezza che dovrebbe connotarlo. Ekaterina Bakanova – in linea con l’impostazione registica decisamente anticonvenzionale –  ha tratteggiato una Micaela tutt’altro che timida e bempensante, bensì decisa a farsi valere di fronte alla sua temibile antagonista. La sua voce di soprano leggero si apriva un po’ troppo negli acuti; comunque nel primo e nel terzo atto ha saputo dar voce e corpo ad una fanciulla piena d’amore senza mai essere sdolcinata.
Tutti all’altezza della situazione, almeno vocalmente parlando, gli altri componenti del cast. Piena di verve l’interpretazione di Sonia Ciani, (Frasquita) e di Chiara Fracasso (Mercédès)  che – dotate entrambe di una voce piuttosto agile e duttile – si sono scatenate, insieme alla protagonista, nel parossistico accelerando della Chanson bohème e, nell’ultimo atto, hanno contribuito a creare l’atmosfera al tempo stesso festosa e trepida che sta intorno al millenario rito della corrida.  Francis Dudziak e Rodolphe Briand sono riusciti a caratterizzare con garbo e senso della misura i loro ruoli, rispettivamente Le Dancaïre e Le Remendado. Lo stesso si può dire riguardo allo Zuniga di Matteo Ferrara e al Moralès di Dario Ciotoli, nonostante qualche asprezza timbrica. Encomiabile la prestazione del coro, che ha una parte anche scenicamente importante, sotto la guida di Claudio Marino Moretti, oltre a quella dei Piccoli Cantori Veneziani, istruiti da Diana D’Alessio. Successo pieno di pubblico, con reiterate calorosissime chiamate per Wellber e gli altri protagonisti della serata.
Foto  Michele Crosera ©  Teatro La Fenice di Venezia


 

 

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