Venezia, Teatro La Fenice:”L’elisir d’amore”

Teatro “La Fenice” di Venezia, Stagione Lirica 2012
“L’ELISIR D’AMORE”

Melodramma giocoso in due atti di Felice Romani, da Le philtre di Eugene Scribe
Musica di Gaetano Donizetti
Adina DESIREE RANCATORE
Nemorino CELSO ALBELO
Belcore ALESSANDRO LUONGO
Il dottor Dulcamara  ELIA FABBIAN
Giannetta ORIANA KURTESHI
Coro e Orchestra del Teatro “La Fenice”
Direttore Omer Meir Wellber
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Maestro al fortepiano Maria Cristina Vavolo
Regia Bepi Morassi
Scene e costumi
Gian Maurizio Fercioni
Movimenti coreografici Barbara Pessina
Luci Vilmo Furlan
Allestimento del Teatro “La Fenice” di Venezia
Venezia, 6 luglio 2012

Belcanto, lo scorso 6 luglio,  alla Fenice nell’accezione più completa del termine. Ad una Desirée Rancatore squillante negli acuti, agile nelle colorature, briosa e patetica a seconda delle situazioni, assolutamente disinvolta nella vocalità come nel gesto scenico, faceva da pendant un Celso Albelo altrettanto convincente sotto ogni aspetto. Belcanto, dunque: che non vuol dire solo una bella voce, una tecnica provetta, ma anche e soprattutto un uso intelligente e sempre ‘sorvegliato’ dei propri mezzi vocali, in modo da ottenere un’espressività intensa, naturale, credibile, che faccia passare in secondo piano il virtuosismo talora spericolato che pure la sottende. Questo si è sentito alla prima dell’Elisir d’amore, un’opera che è il purissimo “distillato” di tutta una tradizione buffa di derivazione italiana, sublime intreccio di elementi comici e lirici, farseschi e patetici. Nel complesso l’interpretazione di Omer Meir Wellber (il giovane direttore israeliano ormai di casa nel teatro veneziano) ha messo giustamente in rilievo il “mezzo carattere” di questo lavoro, in linea con l’impostazione registica di Bepi Morassi. Senza mai eccedere in una comicità esteriore, Welber ha stemperato la “spiritosa” vicenda in un tenero lirismo che si coglieva nella scelta di tempi abbastanza riposati e in un suono morbido e cristallino, rivelandosi inoltre sempre preciso ed efficace nelle sottolineature dinamiche ed agogiche.
Fin dalla cavatina di Nemorino (“Quanto è bella, quanto è cara”) il tenore spagnolo ha fatto sentire una voce estesa, omogenea, brillante (che poteva  ricordare quella del suo grande conterraneo Alfredo Krauss), una vocalità dagli acuti nitidi e sicuri, ma anche capace di rendere sfumature e sottolineature espressive, grazie tra l’altro ad un fraseggio scolpito. Le sue ottime doti interpretative si sono confermate nel corso della rappresentazione: nobilmente appassionato nei duetti con la neghittosa Adina (“Chiedi al rio perché gemente” e “Adina credimi, te ne scongiuro”); ingenuo e sempliciottto di fronte alla sfrontatezza del navigato Dottor Dulcamara (“Obbligato, ah sì, obbligato!”, “Ah! dottor, vi do parola”) o alla vanità del miles gloriosus che impersona Belcore (“Ai perigli della guerra” ecc.); strepitoso in “Una furtiva lagrima”, dove il fraseggio ben scandito, l’assenza del falsetto, l’assoluto controllo della voce, la facilità nell’affrontare gli acuti e i passaggi di coloratura hanno contrassegnato un’interpretazione appassionata e trepidante, senza le (solite!) sdolcinature, bensì virile e, per così dire, attuale. Non a caso il pubblico ha fragorosamente richiesto il bis, ottenuto alla fine con la complicità del direttore, il quale di propria iniziativa, anziché proseguire col numero successivo, ha ripreso da capo la celebre aria, suscitando un accenno di scherzosa protesta nel tenore. Se era una gag preparata, ha sortito pienamente l’effetto di divertire. Analogamente, la protagonista femminile, la palermitana Desirée Rancatore, ha sfoggiato, fin dalla sua aria d’esordio, una voce uniforme dal timbro cristallino, sfavillante nelle note acute e sopracute e nei pezzi di bravura di cui è costellata la sua parte, a delineare il tipico personaggio della ragazza graziosa quanto scaltra e civettuola, ma sotto sotto animata da buoni sentimenti, che alla fine trionfano. Eloquente nella lettura della novella di Tristano e Isotta, svettante su tutti nel ritornello “Ne sapessi la ricetta”, piena di verve in “Per guarir di tal pazzia” (tenendo a bada l’invadente Nemorino armata di un ombrello), dolce e suadente in “Lo compatite, egli è un ragazzo”; ancora in bella evidenza, intonando mirabolanti trilli, nel Finale I; pirotecnica ma sempre con stile nel Finale II, suscitando l’entusiasmo del pubblico, che si è accaparrato un altro breve bis.
Tutti assolutamente all’altezza anche gli altri componenti del cast. Alessandro Luongo (Belcore) in “Come Paride vezzoso” ha fatto sentire una voce virilmente timbrata, omogenea ed estesa, per rivelarsi capace di agilità e nitido fraseggio nel successivo concertato. (“Più tempo invan non perdere”), ma anche nel duetto con Nemorino nell’atto secondo (“Ho ingaggiato il mio rivale”). Autorevole nel complesso il Dulcamara di Elia Fabbian, ancorché dotato di una voce per certi versi vagamente acerba, per cui non riesce a conferire al personaggio tutta la vis comica, la sgangherata saccenza d’un “gran medico, dottore enciclopedico”. Comunque, anche la sua prestazione è stata positiva: dall’impegnativa sortita “Udite, udite, o rustici”, interpretata con adeguata verve e padronanza dei mezzi espressivi – accompagnato dal coro che il regista ha voluto in platea, dove anche piovono dei volantini con la réclame del miracoloso liquore – a “O mortale fortunato”, dove si è dimostrato spigliato e preciso, alla canzone della Nina gondoliera, in coppia con una Rancatore assolutamente irresistibile, trovando il giusto tono volutamente affettato.  Per finire, il soprano rumeno Oriana Kurteshi (Giannetta) ha esibito una voce un po’ troppo vibrata, ma tutto sommato in grado di assecondare le esigenze sceniche e musicali, grazie a una buona dose di padronanza tecnica e sensibilità: soprattutto nel secondo atto (“Sappiate dunque che l’altro dì”), ad annunciare la fulminea ascesa sociale di Nemorino, divento da un giorno all’altro milionario.
Gradevole la regia di Bepi Morassi – che, come si è accennato, trova il giusto equilibrio tra i vari caratteri della vicenda –  così come le scene e i costumi di Gian Maurizio Fercioni: tutto alquanto tradizionale, ma con qualche trovata originale, facendo comunque ricorso ad una complessiva parsimonia di mezzi come testimonia l’uso di fondali e siparietti di sapore ottocentesco, tra cui quello mobile che mostra, dipinta, la giungente carrozza di Dulcamara. Tra gli elementi di originalità (per quanto, ancora una volta: “Nulla di nuovo sotto il sole”) l’abbattimento della “quarta parete”, prolungando l’azione scenica in platea (tra l’altro la discesa dei volantini pubblicitari ricordava da vicino l’analoga scena di Senso di Visconti dove, sempre nel teatro veneziano, piovono ben altri manifestini). Ma l’idea più stravagante, e di non facile interpretazione, riguarda il ruolo di Adina. Mentre Nemorino, sotto l’effetto dell’elisir o, per meglio dire, dell’ottimo vino di Bordeaux che è in realtà racchiuso nella boccetta, si ritrova a canticchiare (“La rà, la rà, la lera! La rà, la rà, la rà”), certo ormai del portentoso effetto del ‘filtro’, la protagonista entra in scena indossando un tailleur dei nostri tempi, per poi spogliarsi in un camerino e rivestirsi in costume d’epoca, lamentandosi e tramando contro l’indifferenza improvvisamente dimostratagli dall’ingenuo contadino, cui per la prima volta ammette di sentirsi legata da un sentimento d’amore. Adina cessa di essere “personaggio” datato e diventa “donna” tout court? Ai posteri l’ardua sentenza. Inutile riferire sul calorosissimo saluto del pubblico, una volta calato il sipario, a chiusura di una soirée da ricordare, mentre sfilava sul palcoscenico il carosello degli interpreti e dei responsabili dello spettacolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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