Napoli, Teatro San Carlo:”Cavalleria rusticana”

Napoli, Teatro San Carlo, Stagione Lirica 2011/2012
“CAVALLERIA RUSTICANA”
Melodramma in un atto su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, dal dramma omonimo di Giovanni Verga
Musica di Pietro Mascagni
Santuzza SUSANNA BRANCHINI
Turiddu STUART NEILL
Lucia ELENA ZILIO
Alfio AMBROGIO MAESTRI
Lola GIUSEPPINA PIUNTI
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del Coro Salvatore Caputo
Regia Pippo Delbono
Scene Sergio Tramonti
Costumi Giusi Giustino
Luci Alessandro Carletti
Napoli, 17 luglio 2012

Metti una recita di Cavalleria Rusticana al Teatro San Carlo in una calda serata di ‘quasi’ mezza estate…..Metti un inatteso Prologo ben ‘detto’ con voce emozionante e intensa……Metti la musica di Mascagni, già così bella dalle prime note…….Le aspettative sono alte e senza dubbio alcuno. La regia delle spettacolo è di Pippo Delbono, le scene di Sergio Tramonti, le luci di Alessandro Carletti, i costumi di Giusi Giustino.
Iniziamo dal Prologo di Pippo Delbono che firma la regia dello spettacolo e che a sipario chiuso, con l’orchestra schierata, attraverso elementi di vita e  recitazione di Ungaretti, presenta ‘a modo suo’ lo spettacolo. Mi piace riportarlo per intero:
Buonasera. Scusate l’intromissione.
Sono il regista di questo spettacolo. Prima di cominciare volevo raccontarvi due piccole storie legate alla Pasqua, la festa ricorrente di quest’opera. Un giorno camminavo in un paese abbandonato in Sicilia. Un paese che era stato distrutto da un terremoto molti anni prima. In quel paese tutto era rimasto uguale, fermo, immobile come se il tempo si fosse fermato là, in quell’attimo del terremoto. I palazzi conservavano ancora intatti i segni di un’eleganza antica ma erano sprofondati nella terra. E in quel piccolo paese distrutto dal terremoto avevo trovato un piccolo agnello pasquale di stoffa, nascosto tra le macerie.  Ora quell’agnellino di stoffa lo
conserva come una reliquia Bobò, il mio vecchio piccolo attore sordomuto rimasto per cinquant’anni rinchiuso nel manicomio di Aversa e che da molti anni vive con me.  Libero.
E poi un’altra storia, legata alla Pasqua. Una sera di poco tempo fa, mentre stavo preparando la Cavalleria Rusticana, ero con mia madre. Guardavamo dalla finestra il fuoco della Pasqua nella piazza della Chiesa del piccolo paese dove sono nato. Qualche giorno dopo mia madre se ne è andata.Per sempre. E quella sera in quella veglia pasquale in quel fuoco io e lei vedevamo la resurrezione vedevamo la vita, la morte. Vedevamo la nostra separazione. Ricordo una poesia che studiavamo da piccoli a scuola:

Di queste case non è rimasto  che un brandello di muro
Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto
Ma nel cuore nessuna croce manca
E’ il mio cuore il paese più straziato.
Grazie e scusata ancora questa mia intromissione.
Ed ecco che il sipario si apre…… il ‘paese più straziato’ appare in tutto il suo angosciante incombere. La scena pensata da Sergio Tramonti per questo Atto Unico, che egli stesso definisce una camera acustica e prospettica (…) povera e sontuosa, è forse un’ ampia sala di un palazzo o, se non fosse per il colore rosso predominante, potrebbe sembrare anche il Coro di una grande Basilica…non credo sia necessario stabilirlo: non è luogo di collocazione di personaggi ma spazio dell’anima o della mente, elemento esso stesso di forte e schiacciante espressività. E quando il regista si fa personaggio e comincia ad aprire tutte le porte laterali da cui, improvvisa, scoppia la luce, regala suggestioni immediate ad un’atmosfera visionaria e decisamente surreale, l’anima quasi che si rischiara momentaneamente…….che respira…
Nulla resta ad evocare gli aranci olezzanti, le allodole cinguettanti tra i mirti in fiore, i campi con le spighe d’oro del libretto di Targioni-Tozzetti e Menasci e anche l’entrata degli Artisti del Coro, dopo l’Interno ben cantato, si inserisce in questo clima generale ‘di piombo’, con le pose statiche che troneggiano al centro della scena, inquietanti, i visi completamente in ombra. C’è già tutto il dramma che sarà, non importa che sia un dì di festa.
La presenza Di Bobò, presentato nel Prologo, aumenta il senso di inquietudine, lo sottolinea anzi rende reale ciò che precedentemente era solo percepito. Poi l’incanto si spezza. L’entrata in scena dei personaggi, Mamma Lucia, Santuzza, Turiddu, Alfio, Lola ci riporta agli aspetti stereotipati del melodramma in generale e di quello verista in particolare. Confidavo, dopo un inizio così emozionalmente carico, in una maggiore cura della gestualità dei personaggi, nel loro rapportarsi, nel loro inserirsi in questo mondo: non mi piace Santuzza che si tira i capelli, tanto per rendere l’idea, non mi piace in nessuna messa in scena di Cavalleria, qui, poi,  non ha senso alcuno.
E tutto, purtroppo, continua su questo piano scontato nel suo voler essere ‘verista’ a tutti i costi. Resta comunque il ricordo di un incipit carico di pathos…..Sul piano musicale, Pinchas Steinberg dirige senza nessun cedimento, pulito e rispettoso della partitura mascagnana e guida una ottima orchestra, con suono sempre bello ed elegante anche nei momenti più ‘ridondanti’. Il Coro non è da meno, preciso in tutte le sue entrate.
Stuart Neill, Turiddu, presenta la sua Siciliana con timbro pieno e sonorissimo e tale sarà per tutta la recita. Canta bene tutto il ruolo senza nessuna difficoltà. Nel suo Addio alla madre mostra un atteggiamento vocale quasi fanciullesco, pertinentissimo, nelle note ‘dette’ prima della chiusa. Susanna Branchini, Santuzza, scurisce il centro e le note gravi ne risultano appesantite con conseguenti fiati corti; in scena la più convenzionale e, almeno per chi scrive, poco commovente. Elena Zilio, Mamma Lucia, è giusta nel suo utilizzo costante del registro di petto, ben amministrato, scenicamente inquadrata. Interessantissima sia sul piano vocale che su quello scenico la prova di Giuseppina Piunti nella parte di Lola che, senza esagerare nella gesticolazione affettata che spesso caratterizza questo personaggio, consona quindi al piano registico di cui si è detto, tratteggia un personaggio che passa. L’Alfio di Ambrogio Maestri è…..Alfio….appunto….stentoreo vocalmente, imponente scenicamente. Appalusi ‘cordiali’ per tutti…qualche dissenso indirizzato a Delbono…il pubblico del San Carlo si aspetta ‘la tradizione’, anche convenzionalmente brutta, purchè sia ‘tradizione’…… per chi scrive, alla fine dello spettacolo, resta una sensazione fortissima di qualcosa di incompiuto.

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