Bayreuther Festspiele 2012:”Lohengrin”

Bayreuth, Festspielhaus, Bayreuther Festspiele 2012
“LOHENGRIN”
Opera romantica in tre atti.
Libretto e musica di Richard Wagner
Heinrich der Vogler WILHELM SCHWINGHAMMER
Lohengrin KLAUS FLORIAN VOGT
Elsa von Brabant ANNETTE DASCH
Friedrich von Telramund THOMAS J. MAYER / JUKKA RASILAINEN
Ortrud SUSAN MACLEAN
Der Heerrufer des Königs SAMUEL YOUN
1. Edler STEFAN HEIBACH
2. Edler WILLEM VAN DER HEYDEN
3. Edler RAINER ZAUN
4. Edler CHRISTIAN TSCHELEBIEW
Orchestra e Coro del Bayreuth Festspiele
Direttore Andris Nelsons
Maestro del Coro Eberhard Friedrich
Regista Hans Neuenfels
Scene e Costumi  Reinhard von der Thannen
Video Björn Verloh
Luci  Franck Evin
Drammaturgia Henry Arnold
Bayreuth, 25 agosoto 2012

Abbiamo assistito all’ultima rappresentazione del Lohengrin del Bayreuther Festspiele 2012 in una regia e scenografia sconcertanti: messa in scena da tre anni, questa produzione è stata tanto incensata quanto denigrata.
Diretta da Franz Listz, Lohengrin viene eseguita per la prima volta a Weimar. Richard Wagner, trovandosi in Svizzera all’epoca, non poté vedere la rappresentazione della sua opera cui assisterà a Vienna undici anni più tardi. Come in molti lavori di Wagner, l’idea di una redenzione attraverso l’amore, la fede assoluta e il dono di se stessi sono presenti in quest’opera: ma qui non ci sarà redenzione.
Il regista Hans Neuenfels ci offre una visione dell’opera molto scura e disperata. L’accento principale è posto sul popolo, associato a dei topi. Non è la prima volta che Hans Neuenfels fa riferimento agli animali per illustrare le sue rappresentazioni. Spiega infatti che i topi sono molto simili agli umani e vivono come loro in società. Qui il popolo di topi non accetta più la propria condizione e cerca di cambiarla: questo spiega senza dubbio il fatto che si tolgano gli abiti da topi neri e bianchi per apparire in redingote gialla, simili ad umani. In ogni caso le zampe dei topi restano visibili, segno che fondamentalmente nessuno cambia veramente. Bisogna mettere in risalto che i costumi sono confezionati in maniera rimarchevole e il risultato è davvero impressionante. Il regista utilizza anche delle proiezioni per la comprensione… ma di cosa? Un topo rinchiuso in un cranio umano, una colonia di ratti che corrono nella stessa direzione, l’immagine di un cane assalito dai ratti che lo divorano lasciando lo scheletro che cade a pezzi; ma l’apice dell’orrore viene alla fine, quando Lohengrin, pronto a partire nella sua navicella, svela un grosso uovo contenendo un feto che strappa il proprio cordone ombelicale per darlo in pasto ai topi. Nel libretto di Richard Wagner, il fratello di Elsa tramutato in cigno, riprende la sua forma umana viene a salvare il popolo, una volta partito Lohengrin.
Qui nessuna redenzione è possibile, il popolo in nero è morto e anche Elsa muore in nero, segno che non le sarà perdonato l’aver dubitato di Lohengrin. I cortigiani sono addobbati per il matrimonio con costumi dai colori acidulati, i topi con le loro code come strascico come in Alice nel paese delle meraviglie, Elsa in abito bianco da sposa con piume di cigno e Ortrud indossa lo stesso vestito in nero. Il letto nunziale si apre per lasciar apparire la navicella che trasporterà Lohengrin. Tutto è così banale che ci si domanda se il regista si rivolga ad un pubblico di bambini. Bisogna fare uno sforzo per dimenticare quello che si vede e lasciarci trasportare dal canto e dalla musica.
La rivelazione di questo Lohengrin è Lohengrin stesso. Klaus Florian Vogt è perfetto vocalmente, scenicamente e fisicamente. Non potremmo chiedere di meglio per questo ruolo: incarna un Lohengrin un po’distante, ma non per questo meno sensibile, perché è possibile percepirne la tenerezza, l’emozione e anche la passione. Klaus Florian Vogt era cornista in un’orchestra prima di essere cantante, ed è possibile che grazie alla pratica di uno strumento la sua voce risulti così morbida e musicale lungo tutto il corso dell’opera. I suoi acuti sono sicuri, puri come il personaggio che incarna, la voce è chiara, melodiosa, mai forzata, il suo stile perfetto. Annette Dasch appare un po’pallida vicino a lui. Le sue note spesso senza vibrazione disturbano. Bisognerà attendere il secondo atto per apprezzarne pienamente la voce: ne deriva una maggiore sicurezza e ampiezza, malgrado dei gravi un po’ soffocati, e i suoi acuti diventano sicuri e potenti pur restando melodiosi. Non forza mai la voce ma quello che possiamo rimproverarle è una certa carenza nel fraseggio. Bello il duetto con Ortrud, un momento emozionante, dove il timbro delle due voci si è ben accordato. Quello che disturba è la sua recitazione, molto coerente con la visione del regista che la vede come una ragazzina, e così resterà fino alla fine: molto strana la sua entrata con grandi spine nel corpo, simbolo di ferite interiori.
Heinrich der Vogler viene presentato come un re debole, che ha perso il suo potere, che vacilla, un re senza autorità: viene qui interpretato da Wilhelm Schwinghammer che non possiede voce di vero basso, quasi debole vicino a quella di Lohengrin. Nonostante ciò, risulta più apprezzabile nel registro medio e nell’acuto dove la sua voce assume tinte più calde. I suoni gravi mancano di proiezione e non risuonano. Sarà l’Heerrufer di Samuel Youn ad imporsi con la sua voce di basso: bella tecnica e voce magnifica, potente e piacevole in ogni tessitura, una linea di canto e un fraseggio perfetti. Ha un bel portamento, malgrado una pettinatura ridicola: verrà molto apprezzato dal pubblico.
Thomas J. Mayer dà vita ad un Friedrich von Telramund molto determinato grazie ad una recitazione vivace e all’aspetto potente; la sua voce di baritono è penetrante e sonora senza aggressività. Purtroppo vittima di un malessere non l’ascolteremo più nei due atti seguenti ma sarà sostituito dal baritono Jukka Rasilainen che ha una voce più aspra e meno sicura, forse meno voluminosa: rimane difficile fare dei confronti, tanto più che a partire dal secondo atto è un uomo vinto che canta. Forma con Ortrud, cantata da Susan Maclean, una coppia omogenea anche se il timbro delle due voci non si accorda perfettamente. Susan Maclean ha una voce più guerriera, acuti potenti e sicuri. Il suo grazioso fraseggio ci fa dimenticare alcune note urlate. È capace di imporsi anche per il gioco scenico.
Il regista come lo scenografo vogliono far passare dei messaggi che non sempre risultano chiari, ma tentano sempre di far passare la musica in secondo piano. E poi, perché volerci mostrare Lohengrin che tenta disperatamente di superare un grande muro bianco durante l’ouverture? Non è più piacevole ascoltare questa musica geniale senza porsi delle domande? È la musica di Richard Wagner che concorre al successo del Lohengrin. Andris Nelsons dirige questa orchestra sempre eccezionale e ci sentiamo un po’ frustrati a non poterla guardare, ma la si ascolta a volte a occhi chiusi per non essere disturbati dalla regia. La direzione è sciolta, fa emergere le sottili sfumature soprattutto nei piani straordinari. Andris Nelsons segue i cantanti senza coprirli: attento alle voci, sa far risaltare i soli dell’orchestra e far esplodere i fortissimi senza durezza. È la magia del suono. Come sempre a Bayreuth il coro è magnifico: intonazione, omogeneità, potenza. La visione dei topi toglie tuttavia la regalità dell’interpretazione. Bayreuth resta la vetta della musica. Foto Enrico Nawrath ©  Bayreuther Festspiele

One Comment

  1. michele.macaluso@fastwebnet.it

    Ancora una volta dobbiamo subire le farneticazioni dei tanti e troppi registi che nel mondo stanno infangando il repertorio operistico.Così anche Hans Neuenfels al Bayreutther Festpiele si è prodigato a sporcare il palcocenico del Lohengrin del grande Wagner con ratti e sozzure varie. La colpa per impedire tali oltraggi l’addebito alle direzioni dei vari teatri che non hanno più rispetto nè verso i compositori nè soprattutto verso il pubblico rimasto sicuramente sconcertato. Anche se la critica ha fortemente stigmatizzato tale messa in scena, lo scempio continua.
    Per distruggere tale genia bisognerebbe sospendere i lauti aiuti che i vari governi elargiscono ai Teatri, sotto il titolo di sovvenzioni alla cultura. In un periodo di crisi tali provvedimenti sarebbero leciti e ben applauditi.

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