Milano, Teatro alla Scala: “Onegin”

Milano, Teatro alla Scala, Stagione di Balletto 2012
“ONEGIN”
Balletto in tre atti e sei scene. Coreografia John Cranko
Musica Pëtr Il’ič Čajkovskij
Elaborazione musicale Kurt-Heinz Stolze
La vedova Larin SABINA GALASSO
Tat’jana MARIA EICHWALD
Ol’ga ANTONELLA ALBANO
La nutrice ADELINE SOULETIE
Onegin ROBERTO BOLLE
Lenskij ANTONINO SUTERA
Il principe Gremin ALESSANDRO GRILLO
Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala
Direttore Mikhail Tatarnikov
Scene Pierluigi Samaritani
Costumi Pierluigi Samaritani e Roberta Guidi di Bagno
Luci Steen Bjarke
Milano, 10 settembre 2012

Nel 1960, ci fu una nuova ondata di coreografi che consapevolmente si ribellarono agli ideali di Balanchine e del balletto astratto.
Questi crearono pomposi balletti con trame molto melodrammatiche. John Cranko e Kenneth MacMillan sono i più noti di questi coreografi, e le loro creazioni all’epoca fecero scalpore.
Cranko nel 1965, era all’epoca un giovane artista di danza, ponderò a lungo su come poter realizzare il progetto “Onegin” e così nello stesso anno creò la sua coreografia che riscosse un notevole successo. Da allora questa opera viene considerata come l’espressione perfetta del cosiddetto “stile Cranko” ed egli divenne uno dei più grandi “narratori” tra i coreografi del nostro tempo. Dai maestri Frederick Ashton e Ninette de Valois, Cranko ereditò la fluidità coreografico/narrativa che non ferma mai lo spettacolo a beneficio di banali dimostrazioni di virtuosismo tecnico. In Onegin troviamo l’utilizzo di momenti statici che si scontrano col crescendo o il diminuendo della musica. Questi attimi permettono alla composizione di ottenere effetti drammatici sorprendenti e ritraggono la psicologia dei suoi personaggi. La teatralità di Cranko non è mai superficiale e anche i ruoli “macchietta” che ritroviamo durante il ballo in casa di Tat’ jana svolgono una precisa funzione drammatica: quella di contrapporsi alla tensione narrativa che stanno vivendo i protagonisti.
Questo è un balletto in tre atti e sei quadri, con scene e costumi di Jurgen Rose ed elaborazione musicale di Kurt-Heinz Stolze su composizioni di Čajkovskij senza però trarre nemmeno una nota dall’opera Evgenij Onegin.
Questo riuscitissimo spettacolo alterna danze d’insieme di genere folkloristico nel primo e secondo atto e gran ballo aristocratico in casa del principe Gremin nel terzo atto.
Quanto ai pas de deux, tutti di grande potenza espressiva, ben poche volte riscontrabile nei balletti del Novecento, raggiungono l’intensità drammatica nella scena della lettera, in cui la protagonista Tat’jana immagina che l’amore per Onegin sia corrisposto. Solo i grandi ballerini dalla forte personalità possono danzare questa opera riuscendo a non renderla noiosa. In questa rappresentazione del 10 settembre presso il Teatro alla Scala era la volta di Roberto Bolle nel ruolo del protagonista e della stupenda Maria Eichwald in quello di Tat’jana. Questo cast stellare non ci ha annoiato per niente anzi ci ha tenuti incollati alle nostre poltrone, sognanti prima e partecipi al dolore della protagonista poi. Maria Eichwald era perfetta come Tat’jana riuscendo ad incarnare l’ingenuità e timidezza dei primi due atti e la maturità conflittuale dell’atto finale. Uno dei momenti più toccanti della serata è stato l’ultimo pas de deux. In questa scena la Eichwald con la sua arte ci ha resi partecipi delle emozioni contrastanti del suo personaggio. Ci ha condotti tra i resti di una passione travolgente non consumata fino alla rabbia nei confronti di Onegin e alla dignità sofferta di donna sposata ad un altro. Questa somma artista merita ancor più stima se pensiamo che è riapparsa di recente sulle scene dopo esserne rimasta lontana per un lungo periodo a causa di un incidente.
Roberto Bolle è un affascinante Onegin, del quale incarna in modo credibile l’egoismo, la freddezza e il suo essere anti-eroe. Una figura rigida e tenebrosa, che ricorda addirittura il personaggio della Morte, nell’affascinante danza macabra de La Jeune fille et la Mort, coreografia di Robert North. Il suo aspetto costantemente misterioso ed oscuro lo fanno assomigliare ad un personaggio byroniano, calamita per fanciulle in cerca di amori tormentati. La bravura nel dare vita a Onegin si dichiara proprio nei pas de deux più che negli “assolo”, ma la grande abilità che si richiede all’interprete è proprio quella di essere un porteur esemplare. L’intensità emotiva delle due étoiles della serata esalta e rende emozionante la coreografia di Cranko più di quanto realmente sia. Nel finale abbiamo visto un Bolle completamente immerso nella recitazione e i disperati abbracci all’amata erano veramente di rara bellezza. Antonella Albano è un’incantevole Olga. La sua personalità vivace, in netto contrasto con il carattere introverso di Tat’jana, ne ha illuminato il ruolo. Antonino Sutera era un Lensky di rilievo. L’interpretazione accorata del suo assolo, precedente il duello con Onegin, gli è valsa calorosi applausi dal pubblico scaligero. Il corpo di ballo si è rivelato abile nel conferire ulteriore bellezza a questa produzione, regalando attimi di virtuosismo come nel finale del primo atto. A trentanove anni dalla prematura scomparsa di John Cranko, Onegin rimane senza dubbio un esempio perfetto di moderno “dramma di danza”. Foto Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

 

 

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