Intervista al Maestro Nader Abbassi

Nader Abbassi è certamente il più europeo dei direttori d’orchestra mediorientali. Il suo percorso di formazione musicale inizia con lo studio del fagotto, in seguito la composizione, il canto per approdare infine alla direzione d’orchestra. Attualmente è direttore artistico dell’Orchestre pour la Paix, complesso composto da giovani musicisti provenienti da tutto il mondo. Dal 2011 ricopre la stessa carica, con in più quella di responsabile musicale della Katara Culture Foundation, Doha-Qatar.  Incontrato durante le prove di Carmen, che in queste settimane ha diretto all’Opera di Marsiglia, Nader Abbassi ci racconta  il suo personale percorso musicale che lo ha portato a diventare un direttore “atipico” come si qualifica egli stesso.
Maestro Abbassi, nel suo percorso musicale, si sentiva attratto dalla direzione d’orchestra?
Per nulla: le cose sono avvenute progressivamente, in modo naturale, grazie ad una serie di coincidenze che mi hanno portato ad arrivare a questa professione finale.
Ci racconta come si diventa direttore d’orchestra in Europa quando si è nati al Cairo?
Ad essere sincero non provengo da una famiglia di musicisti, ma i miei genitori amavano la musica e mio fratello suonava la chitarra, così è stato estremamente naturale per me presentarmi al Conservatorio del Cairo. Avevo 14 anni e sono stato  inserito nella classe di fagotto, strumento che, con i suoi  suoni gravi e rotondi, trovavo  in sintonia con la mia voce. In seguito, per potere studiare pianoforte, a 15 anni mi sono iscritto alla classe di composizione, potendo così sviluppare il piacere di creare musica.
Pensava già alla musica in senso professionale ?
Si è sviluppata nel tempo. Mi sono diplomato in fagotto seguendo quindi un corso di perfezionamento a  Ginevra e di studiare con Roger Birnstingl. La mia carriera di musicista professionale è iniziata quindi come strumentista prima con l’orchestra del Cairo, poi con l’orchestra da camera di Ginevra dove ho ottenuto il posto come primo fagotto per otto anni. Contemporaneamente ho iniziato lo studio del canto con il tenore Eric Tappy.
Egitto e Svizzera. Due mondi culturalmente agli antipodi. Lei come si colloca?
Le mie radici sono legate al Cairo, dove vive la mia famiglia. Io mi sento semplicemente un musicista che vive la musica classica sotto tutte la sue forme, come ampio mezzo di espressione. In questo aggiungo anche la mia esperienza vocale. Sono un basso profondo e con questa vocalità ho avuto l’occasione di cantare nel “Benvenuto Cellini” di Berlioz. Il canto, e questa esperienza scenic, sono state rivelatrici per avvicinarmi al teatro musicale, tant’è che sono entrato a far parte del Coro del Grand Theatre di Ginevra dove sono rimasto dieci anni.
A questo aggiungiamo la sua attività di compositore…
Certo. E’ stato grazie  alla composizione che ho diretto per la prima volta un’orchestra. Al  Cairo avevo scritto la musica per un balletto che si intitolava “Between Dusk and Dawn”. Si è quindi presentata l’occasione di una esecuzione concertistica di questa musica e con grande naturalezza mi è stato chiesto se la volevo dirigere. Quello è stato il primo contatto con un’orchestra come direttore.
E’ stato difficile?
Sinceramente no! In quella occasione ero favorito da una perfetta conoscenza della musica e anche dei  musicisti. Credo sia molto  importante il contatto e la conoscenza dei musicisti, porta a una maggiore sintonia.
Secondo la sua esperienza, quali sono le qualità più importanti che si devono avere  essere un direttore d’orchestra?
Un’approfondita conoscenza del lavoro  che si andrà a dirigere, una chiara e personale visione dello stesso e una enorme dose di psicologia.
Da quel concerto è dunque iniziata la sua carriera come direttore?
In effetti sì. Nel 2002 mi venne offerta la direzione musicale dell’Opera del Cairo e, in questa veste, mi trovai a sostituire l’ammalato Maurizio Arena che doveva dirigere la mega produzione di Aida ai piedi delle piramidi. Non male per un direttore egiziano dirigere Aida  in Egitto! Ricordo poi quando andai in Russia a dirigere una serie di cinque balletti in occasione di un  omaggio a Rudolf Nureyev a Irkutsk, la sua città natale.  Grazie a Renée Auphan, allora direttrice artistica dell’Opera di Marsiglia, che conobbi a Ginevra, si intensificò il mio rapporto con l’opera. Nel 2006 mi invitò a dirigere la Maria Golovin di Menotti, alla presenza dell’autore.
Il primo ricordo felice che le viene in mente ?
Pochi mesi fa ho diretto Aida al Glimmerglass Festival USA. All’ultima recita, tutti i componenti dell’orchestra si sono presentati truccati con una barba  simile alla mia poi, alla fine della rappresentazione mi hanno poi lanciato dei fiori. E’ stato un momento di vera, commovente felicità condivisa.
E il ricordo più… stressante?
Un momento spaventoso fu durante la famosa Aida alle Piramidi. Non si poteva suonare senza un sistema audio di amplificazione che, ovviamente andò in tilt. Non le dico lo stress attendere che venisse risolto il problema. Sono momenti interminabili!
Ci sono state delle situazioni difficili che, a distanza di tempo,  si rivivono come divertenti?
Certamente! Ricordo quando mi trovai ad affrontare l’orchestra di Marsiglia in occasione della Maria Golovin.  Si doveva cambiare la  disposizione dell’organico orchestrale: alcuni strumentisti non volevano suonare vicino al gruppo delle trombe,  altri strumentisti non volevano avere alle spalle i  timpani, poi fu il turno dei piatti che disturbavano. Si arrivò a un passo di una vera crisi di nervi. A rivedere i continui movimenti in buca oggi mi viene da ridere.
Secondo lei c’è un futuro per l’Opera lirica?
Ne sono più che sicuro. Ci sarà sempre un pubblico d’opera, lo dimostrano le sale piene di appassionati per  questa espressione teatrale completa; canto, musica, teatro. Bisogna solo interessare i giovani a questo spettacolo,alla musica, anche utilizzando attraverso mezzi i più disparati come clips televisive, l’utilizzo della musica classica negli spot pubblicitari, aprire il più possibile le porte dei Teatri e portare gli studenti,  senza però imposizioni. Bisogna proporre delle esecuzioni varie e accattivanti come selezioni di opere di particolari pagine strumentali.
C’è un autore o una musica che le assomiglia?
Quella di Dimitri Sostakovic. E’una musica piena di emozioni, immagini, pensieri profondi. Recepisco in essa un particolare messaggio e trasmette delle  vibrazioni mi corrispondono.
Una musica che invece le è estranea?
La musica Rinascimentale. Ho bisogno di sonorità e spazi più ampi.
Un’opera che l’affascina in modo particolare? 
Senza dubbio l‘Elektra di Richard Strauss: i colori, l’orchestrazione, la protagonista.
Cosa prova ora nell’affrontare la Carmen qui a Marsiglia?
Prima di tutto felicità e orgoglio. Dirigere un’opera francese in Francia e soprattutto quella che possiamo definire come l’opera  francese di riferimento! E’ stato anche un segnale di grande fiducia nei miei confronti. Da parte mia c’è il massimo sforzo per fare  emergere la raffinatezza della partitura, bandendo i facili scivoloni nella volgarità.
Cosa consiglierebbe ad un giovane allievo in direzione d’orchestra?
Mai imbrogliare, credere in quello che si fa, immergersi nella partitura  e dare. La musica deve essere trasmessa come un dono.
La prossima opera che affronterà?
Ancora un’opera francese: “Les Dialogues des Carmelites” di Poulenc a  Bordeaux.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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