L’OSN RAI inaugura la stagione 2012-2013 con Wagner e Mahler

Torino, Auditorium RAI “Arturo Toscanini”,  Stagione concertistica 2012-2013
L’OSN RAI inaugura la stagione 2012-2013 con Wagner e Mahler
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Direttore Juraj Valčuha
Baritono James Rutherford 
Richard Wagner: “Parsifal” –  Preludio (atto I) e Incantesimo del Venerdì Santo (atto III)
Richard Wagner: “Die Walküre” – Addio di Wotan e Incantesimo del fuoco (atto III)
Gustav Mahler: Sinfonia n. 1 in re maggiore
Torino, 11 ottobre 2012

La stagione 2012-2013 dell’Orchestra Sinfonica Nazionale (OSN) della RAI, che ha sede a Torino, è costituita di 24 concerti in abbonamento, distribuiti tra l’inizio di ottobre e la metà di maggio, più due concerti speciali, in occasione delle festività natalizie e a suggello dell’intera rassegna. Nella presentazione del programma complessivo il direttore artistico Cesare Mazzonis ricorda, molto opportunamente, che un’istituzione come la OSN RAI non può ignorare (anche se non opera specificamente nell’ambito del teatro musicale), alcuni anniversari importanti, soprattutto relativi al 2013: il bicentenario della nascita di Verdi e di Wagner, il centenario della prima esecuzione del Sacre du printemps di Stravinskij e della nascita di Britten. All’Auditorium RAI saranno tutti ricordati nel corso della stagione, unitamente al grande repertorio di musica strumentale e da concerto. La serata inaugurale, affidata al direttore principale dell’OSN Juraj Valčuha, si è aperta con due momenti wagneriani (non soltanto sinfonici), per poi lasciare spazio alla I sinfonia di Mahler.
Il pubblico torinese conosce molto bene e apprezza la preparazione di Juraj Valčuha, giovane direttore, nato a Bratislava nel 1976, che dal novembre 2009 è il principale concertatore dell’OSN. Questo non implica che in ogni tipo di repertorio il risultato sia sempre impeccabile; i due momenti del Parsifal, per esempio, hanno sortito un effetto molto diverso, quasi contrastante: il Preludio è risultato solenne, ma freddo, privo di intensità e di qualunque afflato religioso (difficilissimo da eseguire, il brano non è stato privo di imperfezioni in qualche attacco e negli interventi di alcuni ottoni). L’Incantesimo del Venerdì Santo, al contrario, è risuonato molto più ricco di colori e di vibrazioni, molto più fluido e omogeneo nelle sonorità.
Il baritono James Rutherford debuttava all’Auditorium RAI con un’altra pagina di straordinaria complessità come il finale della Walküre, ossia l’addio di Wotan alla figlia Brünhilde. La scena conclusiva dell’opera è uno dei momenti più temuti da parte dei baritoni wagneriani, poiché il cantante vi giunge stremato dalla durissima prova del II atto. Rutherford non ha però tratto giovamento dall’esecuzione in forma di concerto del solo finale, forse perché la sua voce non è adatta a sostenere il ruolo di Wotan: di timbro chiaro, non ricchissima di armonici ma gradevole (a parte alcune inflessioni di gola, esito di un appoggio non del tutto corretto), tale voce in più momenti si percepiva poco, sovrastata dalle sonorità dell’orchestra. Forse il direttore non ha adottato troppi accorgimenti per favorire il baritono, alleggerendo il peso dell’orchestra; del resto, il finale della Walküre richiede uno sforzo imponente sia agli strumenti sia alla voce. E quella di Rutherford è decisamente troppo leggera per affrontare adeguatamente il ruolo di Wotan. Neppure le ultime battute, con l’Incantesimo del fuoco, sono riuscite a salvare il resto della pagina, perché nessuna magia fiabesca si è levata dall’orchestra; anzi, attacchi e sequenze sono sembrati meccanici e non bene integrati tra di loro, come se fosse importante il suono del singolo strumento anziché l’effetto armonico generale (che è invece uno degli obbiettivi dell’orchestra wagneriana). Il Wagner di Valčuha, in definitiva, è parso povero di sostanza, eccessivamente spigoloso nelle sonorità e nella scelta degli accenti, disomogeneo e poco drammatico; più espressionista che espressivo. E infatti non ha convinto del tutto l’esperto pubblico torinese, che al termine della prima parte si è limitato ad applausi di stima, più di buon augurio per l’avvio della nuova stagione. Non è affatto detto che l’approccio personale di Valčuha alla partitura wagneriana sia errato; occorre però distinguere a seconda della sede e della struttura dell’esecuzione: un conto è proporre l’opera negli spazi sonori di un teatro (in cui le eterogeneità espressive possono tradursi in efficacia drammatica), un altro è eseguirla per intero in una sala da concerto, e un altro ancora limitarsi all’antologia di alcuni brani; in quest’ultimo caso la coerenza e l’intensità d’insieme diventano componenti indispensabili per giustificare la frammentazione del lavoro di partenza.
Nella seconda parte il clima del concerto è cambiato sensibilmente grazie alla I sinfonia di Mahler, con cui il direttore si è subito dimostrato molto più a suo agio. I quattro movimenti dell’opera si sono avvicendati con un crescendo costante di intensità e di suggestioni emotive, che hanno coinvolto il pubblico fino al poderoso finale; Valčuha ha proposto una interpretazione capace di valorizzare proprio tutte quelle spigolosità ed eterogeneità su cui la sinfonia si basa, dal Vigorosamente mosso (Kräftig bewegt) del secondo tempo alla marcia funebre di Fra’ Martino del terzo (Feierlich und gemessen, ohne zu schleppend, propriamente staccato con la giusta misura e senza nessuno strascico). Le morbide movenze di valzer «rubati alle sale da ballo austriache» (come scrive Andrea Malvano nel programma di sala) hanno avuto il giusto risalto, così come gli altri passi di danza di origine popolare, in particolare grazie alla duttilità degli archi e all’impostazione molto elegante voluta dal direttore. Il movimento finale è stato il coerente compimento dell’intera interpretazione, caratterizzato com’è da quelle sonorità marcate che Valčuha predilige; ed è doveroso riconoscere la perizia e la precisione di tutte le sezioni dell’OSN, capaci di rispondere molto bene alle richieste della direzione pur in chiusura di un programma così impegnativo. «Il lamento terribilmente doloroso dell’eroe», che Mahler aveva previsto quale intento principale della sinfonia (non a caso nota con il titolo Der Titan, dal romanzo di Jean-Paul Richter), si è stagliato nella coda, inducendo il pubblico a esprimere un apprezzamento del tutto convinto e pienamente meritato.

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