Opera di Firenze: Omer Meir Wellber interpreta rare perle beethoveniane a Firenze

Firenze, Nuovo Teatro dell’Opera, Stagione sinfonica 2012
Concerto diretto da Omer Meir Wellber
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Omer Meier Wellber
Maestro del coro Piero Monti
Pianoforte Kathia Buniatishvili
Solisti di canto dell’Accademia della Scala

Soprano Ludmilla Bauerfeldt
Mezzosoprano Shin Je Bang
Tenore Jaeyoon Jung
Baritono Filippo Polinelli
Carlo Boccadoro: “Invisible acropolis” per orchestra. Commissione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Prima esecuzione assoluta.
Ludwig van Beethoven: Concerto n. 1 in Do maggiore op. 15 per pianoforte e orchestra;  Messa in Do maggiore op. 86 per soli, coro e orchestra.
Firenze, 5 ottobre 2012  
Il primo concerto sinfonico della stagione 2012 del Maggio Musicale Fiorentino dopo la pausa estiva è l’occasione per tornare nella funzionale architettura del Nuovo Teatro dell’Opera nonché il primo di una carrellata di giovani bacchette ormai sulla cresta dell’onda che troverà il suo compimento con il ritorno in città del maestro Mehta entro la prima metà di novembre 2012.
Si inizia dunque con il trentunenne Omer Meir Wellber, assistente di Daniel Barenboim a Berlin e a Milano nonché Direttore musicale al Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia col quale si tiene vincolato con un contratto almeno fino al 2014.
In prima esecuzione assoluta è “Invisible acropolis” composta da Carlo Boccadoro su commissione della Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino, lavoro che nasce da un sogno del compositore nel quale si trova in una città fantasma e la cui portata suggestiva è esponenzialmente accresciuta con la visita al campo di concentramento nazista di Birkenau nei quali prati a detta dello stesso Boccadoro “non vedevo nulla e avvertivo la presenza di tutto. In quel momento ho capito di aver visitato realmente la città che avevo attraversato nel sonno”. Sono circa dieci minuti intensi in cui tutta la partitura è un un’onda sonora ove un lento crescendo altrettanto lentamente torna a quietarsi, un unico compatto plasma carico sia di visioni oniriche e che delle forti emozioni interiori che esplodono nell’anima di certamente ognuno di noi quando abbiamo l’occasione di visitare un luogo che ha segnato così profondamente il cammino dell’umanità come quello di Birkenau.
Seguono due rarità beethoveniane ingiustamente poco eseguite rispetto ai lavori della maturità del compositore tedesco: il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in Do maggiore op. 15 e la Messa in Do maggiore op. 86 per soli, coro e orchestra.
Alla tastiera per il concerto per pianoforte la bella georgiana Kathia Buniatishvili nella freschezza dei suoi venticinque anni che insieme a Wellber offrono una lettura che tende a sottolineare i caratteri classici di questa composizione che sono eminentemente debitori del gusto viennese: se nel primo movimento il rigoroso rispetto della rigidità formale trova una ventata di freschezza nelle belle cadenze finali il secondo movimento emerge per il lirismo dell’ovattato Largo la cui dolcezza è tutta mozartiana. Diventa difficile stabilire il concetto di “concertare” nella lettura di questo momento musicale in quanto solista e compagine non guerreggiano né dialogano, piuttosto si trovano ad enunciare frasi musicali parallelamente e in maniera frammentata dove ogni intervento è una timida pennellata d’acquerello fino allo sfociare nell’impeto del finale Rondò dove il gusto militaresco e proprio di un van Beethoven già romantico sono resi con un vigore a tratti eccessivo con un conseguente effetto bandistico. A dir poco emozionante il bis con il terzo “Liebesträume” di Liszt. Intenso, ma pacato; appassionato, ma intimo; schiettamente romantico, lieve e sommesso.
Segue l’intervallo una delle rare esecuzioni della Messa op. 86, praticamente eclissata dalla matura Messa op. 125. L’esecuzione di questa composizione sacra, dove in seno all’orgogliosa beethoveniana classicità è fortemente palpabile l’impeto dello stile di scrittura di quello che è poi destinato a divenire il più romantico dei romantici, è provata da una difficoltosa direzione di Wellber che non riesce a portare ad una piena intesa il triangolo formato dal coro (diligentemente preparato dal maestro Monti), dall’orchestra e, appunto, dalla stessa direzione. In luogo di ciò, dei primi è assolutamente ammirevole la capacità di essere riusciti a dare risultati comunque lodevoli nonostante i continui vistosi ostacoli senza prevalere l’uno sull’altro né senza mai andare fuori tempo. Purtroppo risulta alquanto fragile il quartetto di voci soliste proveniente dall’Accademia della Scala e composto da Ludmilla Bauerfeldt, Shin Je Bang, Jaeyoon Jung e Filippo Polinelli. Aspettiamoli a una prova più matura. Foto Giuseppe Cabras/New Press Photo

 

 

Massimo Festa.

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