Palermo, Teatro Massimo: Omer Meir Wellber dirige Debussy, Paganini, R. Strauss e Ravel per la stagione concertistica 2012

Palermo, Teatro Massimo, Stagione Sinfonica 2012
Omer Meir Wellber dirige Debussy, Paganini,R. Strauss e Ravel
Orchestra del Teatro Massimo
Direttore Omer Meir Wellber  
Violino Sergej Krylov
Claude Debussy:
Prélude à l’après-midi d’un faune
Niccolò Paganini: Concerto n. 1 per violino e orchestra in Mi bemolle maggiore M.S. 21 [Il Concerto viene eseguito nella versione in Re maggiore] – Allegro maestoso; Adagio espressivo; Rondò: Allegretto spiritoso.
Richard Strauss: Till Eulenspiegels lustige Streiche op. 28
Maurice Ravel: Bolero
Palermo, 30 settembre 2012

Per la sua terza presenza sul podio del Teatro Massimo di Palermo, esattamente a un anno dal concerto del 2011, il direttore trentunenne Omer Meir Wellber ha presentato un programma abbastanza inconsueto. Accanto infatti al tradizionale accostamento fra Debussy e Ravel (e fra le due opere che più li hanno reso celebri nel mondo) l’orchestra si è cimentata nell’esecuzione del Concerto n. 1 di Niccolò Paganini, dopo il Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy, seguito nella seconda parte dal poema sinfonico Till Eulenspiegels lustige Streiche di Richard Strauss e dal Bolero di Ravel. Abbinamenti abbastanza arditi, che sulla carta portavano con sé una certa dose di curiosità. E in effetti l’ascolto del concerto di Paganini prima di Strauss e immediatamente a ridosso del Prélude ha determinato un contrasto talmente forte da risultare quasi liberatorio, in una serata improntata – intenzionalmente o meno – a solleticare le più imprevedibili esperienze sensoriali. Ma sempre all’insegna dello stesso principio, la presenza dell’Ottava Sinfonia di Šostakovic, originariamente prevista in programma, si sarebbe forse rivelata più adatta al gioco di contrasti perseguito dalla vivace bacchetta del direttore israeliano. Tralasciando il giudizio sul Concerto di Paganini, è interessante notare come Wellber e l’Orchestra del Teatro Massimo abbiano messo in atto (con maggiore o minore efficacia) meccanismi diversi per ottenere il massimo coinvolgimento del folto pubblico presente in sala.
Partiamo proprio dal Prélude che – dopo un inizio fortemente infastidito dal rumore del condizionatore, reso invero necessario dai surreali autunni palermitani – ha costituito una sfida impegnativa per un direttore come Wellber, a nostro parere più portato per esprimere il meglio di sé nel repertorio operistico italiano. La musicalità del direttore è stata, però, da subito evidente nel modo attento in cui riusciva a sfumare i pianissimo, compensandoli con gesti decisi che mimavano vere e proprie ondate e che bene rendevano la componente liquescente del brano debussiano. Di fronte alla veemente passione del maestro, l’Orchestra del Teatro Massimo ha quasi sempre risposto con convinzione, in alcuni casi più distrattamente, creando talvolta mancanza di dialogo fra sezione dei fiati e sezione degli archi. In generale, però, gli strumentisti sono riusciti a trovare il giusto equilibrio tra fluidità del discorso e carattere episodico, grazie alle intelligenti scelte effettuate da Wellber. Fin dalle prime note è affiorato, invece, il carattere “operistico” del Concerto di Paganini. La prima donna, in questo caso, coincideva con il violino di Sergej Krylov: durante il susseguirsi dei tre movimenti, sempre più si imponeva un tono ironico e a tratti grottesco, contraddetto da una certa freddezza del violinista. Nelle mani di Krylov, lo strumento soffriva, si lamentava, cantava e strideva, sottoposto ad ogni tipo di “tortura”, in particolare nella lunga cadenza dell’Allegro maestoso che ha strappato un fragoroso applauso alla fine del primo movimento. In Paganini Wellber si trovava più a suo agio, esprimendo un temperamento di gioiosa vitalità e mettendolo al servizio dei virtuosismi del solista. Nel terzo movimento la voce del solista è riuscita poi a sdoppiarsi e a dare vita a duetti di contrasto, mentre l’orchestra era chiamata ora a rinforzare, ora a commentare, ora a contraddire (nelle vesti di vero e proprio coro) le bizzarre follie del violino.
Movenze saltellanti e coinvolgenti che Wellber ha replicato nel poema sinfonico di Strauss, in parte caratterizzato dalla medesima valenza drammaturgica e quasi simile a musica da film. In questo caso il direttore ha preferito spostare l’attenzione dai singoli strumenti alla trama orchestrale, con una cifra stilistica anche qui improntata al grottesco e al gusto per i contrasti, ma da cui emergono quei profili melodici più dolenti, intensamente raffinati, che fanno di Strauss uno dei più affascinanti e complessi compositori del Novecento. Come era giusto, il direttore israeliano ha trovato il modo di esprimere una sottesa nota di malinconia, sovrapponendola ad una resa gestuale sopra le righe che non infastidiva, ma anzi rivelava la corretta dose di carattere, sottolineando l’apporto degli ottoni e la forza sfrontata delle percussioni. Con lo stesso isolamento timbrico del Prélude (ma con esiti notoriamente diversi) inizia il Bolero di Ravel. Rispetto a Strauss la modalità interpretativa è opposta e Wellber la costruisce attraverso gesti languidi, senza però perdere di vista quella tensione che forma l’impalcatura del brano. Il Bolero è poi un banco di prova per saggiare la buona qualità di un’orchestra: gli strumentisti del Massimo ne escono fuori abbastanza bene, con particolare lode per la morbida interpretazione dell’oboe che già in Debussy si lasciava apprezzare per dolcezza di timbro e qualità espressive. All’interno di una rilettura abbastanza personale, nell’ultimo brano il direttore non realizza un vero e proprio crescendo dinamico, ma un crescendo determinato dalla progressiva entrata delle sezioni che, insieme ad una sensibile accelerazione, ha contribuito a rendere efficace l’effetto complessivo dell’esecuzione. Foto Franco Lannino ©  Studio Camera

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