Zürich, Opernhaus: “Jenůfa”

Zürich, Opernhaus, Stagione lirica 2012/2013
“JENŮFA”
Opera in tre atti. Libretto proprio, dal dramma La sua figliastra di Gabriela Preissovadi.
Musica di Leoš Janáček.
Jenůfa KRISTINE OPOLAIS
La sagrestana (Kostelnička) MICHAELA MARTENS
La vecchia Buryja HANNA SCHWARZ
Laca Klemen CHRISTOPHER VENTRIS
Števa Buryja PAVOL BRESLIK
Il caposquadra (Stárek) CHEYNE DAVIDSON
Il giudice del villaggio PAVEL DANILUK
La moglie del giudice IRÈNE FRIEDLI
Karolka IVANA RUSKO
Barena HERDIS JONASDOTTIR
Jana SUSANNE GROSSTEINER
Orchestra Filarmonica di Zurigo
Coro dell’Opera di Zurigo
Direttore Fabio Luisi
Maestro del Coro Ernst Raffelsberger
Regia e Scene Dmitri Tcherniakov
Costumi Elena Zaytseva
Luci Gleb Filshtinsky
Drammaturgia Beate Breidenbach
Zürich, 30 settembre 2012
Meraviglioso spettacolo inaugurale all’Opernhaus di Zurigo, il nuovo allestimento di “Jenůfa” di Leoš Janáček. Grandissimo e in diversi tratti sconvolgente l’approccio registico di Dmitri Tcherniakov. Il giovane regista russo desta sempre una grande attenzione nel mondo musicale contemporaneo e in genere viene “amato” o “odiato” dal pubblico e dalla critica per le sue destrutturazioni dei capolavori musicali. In questo caso trova un terreno fertile nella modernissima opera (1904) di Janáček: il compositore ceco è un vero grande innovatore del melodramma novecentesco, lui che pure, per ragioni anagrafiche (nato nel 1854) appartiene al secolo precedente, ha creato dei drammi universali ed atemporali che dimostrano ancora oggi la loro perfetta contemporaneità.
Il dramma di “Jenůfa o la sua figliastra” tratto dalla novella di Gabriela Preissová, è un dramma borghese di una famiglia con relazioni di parentela molto complicate che è necessario conoscere per comprendere l’evoluzione della storia. Anzitutto la nonna Buryja, la capostipite: è da lei che originano quasi tutti i personaggi. Ha due figli, di cui non si conosce il nome, il maggiore sposa la vedova di Klemen, madre di Laca e da cui ha Števa (quindi Laca e Števa sono fratellastri); il minore, che in prime nozze, ha avuto Jenůfa e, rimasto vedovo sposa la Sagrestana (Kostelnička), quindi matrigna della ragazza. Jenůfa e Števa sono dunque primi cugini mentre nessuna parentela c’e con Laca. Premesso tutto ciò su questo innesto  quasi contemporaneo di “famiglia allargata” (dove tutti aspettano l’eredità della vecchia nonna!), Tcherniakov ha costruito un impianto quasi più credibile attualmente di quello prospettato dallo stesso Janáček.
L’ambientazione, una scena unica, presenta una bellissima casa moderna, disposta su tre piani (ma il terzo si vede solo successivamente) con arredamento di stile, un divano bianco al centro su cui i protagonisti fanno perno, la camera di Jenůfa al secondo piano  e la tremenda soffitta del terzo. E una scala laterale di legno di “hitckockiana” memoria che la Sagrestana percorre più volte come in un vero thriller (e quanta aderenza con il testo troviamo nelle due rapide discese quando viene chiamata a colloquio separatamente  con i “nipoti” Števa e Laca). Nella visione del personaggio della Sagrestana, che pure è centrale nel dramma e nell’opera, Tcherniakov ha colto il maggiore punto di novità rispetto a precedenti versioni: per il regista la Sagrestana non è una vecchia bigotta, una megera, come solitamente viene presentata. Nell’ottica del regista la Sagrestana è una donna ancora giovane, probabilmente sui 45-50 anni, appesantita dai dolori, ma per questo molto più umana, più fragile. Se non fosse per il terribile infanticidio che commette ci farebbe quasi umana compassione questa donna che non ha potuto avere figli ed è stata umiliata dal marito, tra l’altro zio dello Števa che rifiuta il matrimonio con Jenůfa, la sua figliastra, della quale appare più una sorella maggiore che non la matrigna. Tutto lo spettacolo meriterebbe citazioni quale esempio di recitazione moderna e attuale ma due punti in particolare hanno veramente suscitato profonde emozioni nel pubblico, collegati da un tremendo filo conduttore: nel secondo atto Števa rimprovera alla zia Sagrestana di non poter più sposare Jenůfa in quanto ella si è trasformata, non solo fisicamente per la ferita alla guancia infertale da Laca ma perché più profondamente si è ingrigita, non è più allegra, è diventata simile alla sua matrigna. E questo profeticamente si avvera quando nel finale, diversamente dal solito, Jenůfa è ormai uguale alla sua madre adottiva, perbenista in pubblico, la perdona e la invita a rialzarsi ma poi invita tutti ad uscire da questa claustrofobica casa, tranne la demente nonna, e compreso Laca che pure ritiene “il migliore uomo che abbia mai conosciuto!”. E, ormai come un clone della matrigna, Jenůfa colpisce la donna colpevole di un orrore indescrivibile e la getta a terra. Probabilmente se Janáček fosse vissuto nel nostro secolo questa sarebbe stata la conclusione più giusta di un dramma in cui una donna non potrà mai perdonare chi le ha ucciso il figlio. Simile realizzazione scenica non avrebbe avuto il giusto risalto se non fosse stata eccezionale anche la direzione d’orchestra e l’apporto dei cantanti.
Fabio Luisi, alla sua prima esperienza con il teatro di Janáček ha dimostrato in pieno di conoscere la lezione di Charles Mackerras, il primo grande interprete di questo repertorio. Il Direttore genovese ha suscitato nell’orchestra un caleidoscopio di colori, dal bellissimo ostinato iniziale dello xilofono, che dovrebbe ricordare le ruote di un mulino ma che più logicamente introduce l’ansia di Jenůfa e che ricompare più volte quando la ragazza è in preda delle sue paure; quindi evocando armonie talora dissonanti presenti nella partitura ci ha offerto una interpretazione ricca   di momenti brillanti nella effimera felicità del primo atto come di grandi espansioni melodiche e di profonda commozione nelle sospensioni  previste dall’autore negli atti successivi dove la musica sembra fermarsi per l’angoscia. Magnifico il rapporto buca palcoscenico dove l’equilibrio tra le voci e l’orchestra è stato praticamente perfetto. I cantanti hanno poi dato il meglio delle loro prestazioni in questa raffinatezza interpretativa dove tutti sono parsi a proprio agio.
La protagonista, Kristine Opolais, bellissima, una giovane ventenne nel primo atto, si trasforma progressivamente in una donna fragile ma sempre più forte e così l’emissione vocale più frivola nella prima parte dove ci trasmette una grande gioia di vivere si irrobustisce nel secondo e terzo atto, culmine una preghiera alla Vergine (Salve Regina) di profonda commozione e poesia ed un finale dell’opera da brivido dove la cantante lettone ha riversato tutto il suo carisma di interprete.
Grande rivelazione la Sagrestana di Michaela Martens, giovane nell’aspetto e nella voce ha donato una interpretazione appassionata del personaggio con una vocalità piena, con facile salita all’acuto e finalmente senza quegli obbrobri stilistici che tante cantanti in passato hanno riversato in questo ruolo. Molto bravo e giustamente molto applaudito Christopher Ventris nel ruolo di Laca Klemen, che ha creato un personaggio molto virile, appassionato, dotato di salda emissione vocale e notevole facilità nel registro più acuto. Hanna Schwarz, nei panni della nonna Buryja è stata l’altra grande protagonista, voluta da Tcherniakov molto più presente sulla scena, ha cantato egregiamente e ha partecipato in maniera attiva con la recitazione creando una vecchia signora ricca e costantemente in lotta contro il tempo e contro le rughe. Geniale, tra l’altro, l’idea del regista di farle scoprire il cadavere del bambino in soffitta per poi non si sa quanto dimenticarsene (in fondo era una vecchia demente). Efficace anche il belloccio Števa interpretato con grande rilievo da Pavol Breslik. Tutti bravi infine gli interpreti minori con una particolare menzione per la Jana di Susanne Grosssteiner. Uno spettacolo che merita sicuramente (e si spera che l’avrà presto) la pubblicazione in DVD.
Foto Monika Rittershaus © Opernhaus Zürich

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