Bach sul tablet con Angela Hewitt

Torino, Auditorium RAI “Arturo Toscanini”, Concerti 2012-2013
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Direttore e pianoforte Angela Hewitt
Violino Roberto Ranfaldi
Flauti Luigi Arciuli,  Marco Jorino 
Johann Sebastian Bach: Concerto n. 3 in re maggiore BWV 1054 (versione per pianoforte e archi del Concerto per violino BWV 1042); Concerto n. 6 in fa maggiore BWV 1057 per due flauti, pianoforte e archi (dal Concerto Brandeburghese n. 4 BWV 1049); Concerto Brandeburghese n. 5 in re maggiore BWV 1050 per flauto, violino, pianoforte e archi; Concerto n. 1 in re minore BWV 1052 (versione per pianoforte e archi di un concerto per violino perduto)
Torino, 13 dicembre 2012

Nell’eterno dilemma sull’utilizzo del clavicembalo o del pianoforte per eseguire Bach (non la musica barocca in generale, ma specificamente quella di Bach) il nome di Angela Hewitt si inserisce con nobile semplicità. È naturale che, con la consapevolezza di ascoltare un testo musicale suonato su strumenti diversi da quelli previsti dall’autore, l’attenzione finisca per spostarsi soprattutto sull’interprete, sulle sue capacità di riuscire espressivo, plausibile, convincente. Ma la tecnica e l’approccio bachiani della Hewitt sono talmente consolidati ed equilibrati, che il pubblico dimentica ben presto la questione dello strumento, per concentrarsi sugli aspetti armonici, sulle soluzioni strutturali, sulle priorità affidate di volta in volta ai diversi strumenti della compagine. E dunque l’interesse principale torna a essere la musica stessa di Bach con le sue straordinarie architetture; tale obbiettivo vale più di qualunque disquisizione interpretativa, come fa intendere una recente dichiarazione della stessa Hewitt: «Sul clavicembalo è impossibile imitare il crescere e il decrescere della voce umana e, dopo cinque minuti che lo suono, ne ho abbastanza e non vedo l’ora di tornare a suonare il piano» (da un’intervista di Fabrizio Testa, pubblicata su «Sistema Musica» 4, 2012-13).
Il direttore al pianoforte è circondato di una ventina di strumenti ad arco dell’OSN RAI, e propone alcuni tra i più celebri concerti bachiani, in origine composti per violino o per più strumenti, e più tardi trascritti per valorizzare quella tastiera che a partire dagli Anni Trenta del Settecento attirava sempre più l’attenzione dei compositori, e di Bach in particolare: il clavicembalo. In tale ambito di sperimentazione e di adattamento (anche tonale: il Concerto n. 3 è per esempio abbassato di un tono rispetto alla partitura originaria per violino a causa dei limiti del clavicembalo dell’epoca), la scelta della Hewitt si rivela molto coerente: in qualche modo risolve tempo, articolazione, fraseggio, dinamica dei testi bachiani (spesso poveri di indicazioni in merito) sempre alla ricerca di colori e sentimenti, evitando qualsivoglia “meccanicità”.
I concerti in programma offrono diverse soluzioni del ruolo conferito da Bach alla tastiera in questi arrangiamenti da precedenti lavori: o protagonista assoluta, come nei Concerti nn. 1 e 3, oppure affiancata da violino solista, uno o due flauti, come nel Concerto n. 6 e nel Brandeburghese n. 5. Insieme alla Hewitt si esibiscono quindi Roberto Ranfaldi, primo violino dell’OSN RAI, e i flautisti Marco Jorino e Luigi Arciuli, anch’essi prime parti dell’orchestra torinese. Tra i momenti più belli della serata l’Andante del Concerto n. 6, in cui l’accordo iniziale del pianoforte sprigiona una forza capace di caratterizzare tutto il movimento, e dà ragione ai giudizi del direttore-interprete sulle possibilità espressive e sonore dello strumento moderno rispetto a quelle possibili sul clavicembalo. Bellissimo mosaico di timbri e colori è stato il confronto strumentale, con la serie di giochi imitativi, nell’Allegro del Concerto Brandeburghese n. 5, in cui pianoforte, violino e flauto instaurano un dialogo tanto elegante quanto naturale. Ma forse il momento più suggestivo è stato scandito dall’Allegro del Concerto n. 1, a conclusione della serata, unico in tonalità minore del programma, e forse per questo caratterizzato da un’allure particolare. Anche il pianoforte lo ha rimarcato in modo inequivocabile rispetto al resto, poiché sembrava essersi trasformato, per leggerezza e per trasparenza, proprio in un clavicembalo. Dall’avvio deciso e assertivo del Concerto n. 3 tutto è andato come trasfigurandosi in scioltezza e finezza espressiva.
Al termine del programma il direttore si congratula con tutte le prime parti, il pubblico manifesta con grande calore il suo entusiasmo, e Angela Hewitt concede un bis per pianoforte solo: ovviamente ancora Bach, la Siciliana dalla Sonata per flauto in mi bemolle maggiore (secondo un arrangiamento di Wilhelm Kempf che la Hewitt ama proporre nei suoi recital).
A partire dal Concerto n. 6 sul leggio del pianoforte non erano posati i soliti spartiti cartacei, bensì un oggetto più piccolo, sottile, dai riflessi azzurrognoli: un tablet, sul cui monitor la Hewitt leggeva la musica, opportunamente scannerizzata, sfogliando le varie pagine elettroniche per mezzo di un comando a pedale (posto accanto alla pedaliera del pianoforte); ecco una piccola innovazione, per il gesto e per la manualità dello strumentista di oggi: non più l’obbligo di girare affannosamente a mano le pagine dello spartito (o avere qualcuno al fianco che le volti al momento opportuno), ma appena una lieve pressione del piede. Ma – almeno con Bach – si può star tranquilli, perché è la Hewitt stessa a raccomandare il «pianoforte moderno per eseguire quei lavori per tastiera, usandolo naturalmente in maniera corretta (magari senza annegare il tutto col pedale)». Appunto: ora il piede serve ad azionare il tablet. Digital Photo per OSN RAI

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