Gigliola Frazzoni: “La fanciulla del West” (seconda parte)

LA GAVETTA
Dopo un mese di lezioni, Gigliola partecipa al concerto di Firenze, una sorta di finalissima nazionale tra i vincitori dei concorsi dopolavoristi. Cantò “L’altra notte in fondo al mare” dal Mefistofele di Boito e come bis la canzone Gelosia. Fu un grande successo. Curioso e ingegnoso l’abbigliamento fatto in casa: vestito nero di lana grossa da paletot con sopra dei ritagli di panno verde dell’unione militare ricamati, da lei medesima, con fili d’oro e lustrini “smontati” dai fregi dei fasci e delle aquile.
Studia con il m° Marchesi, ma non ha soldi per pagare le lezioni e così, per la bellezza della voce e per il suo talento naturale, l’insegnante offre gratuitamente le lezioni con la clausola di essere pagato quando sarebbe stata in carriera. La moglie del m° Marchesi, la Signora Imelde Venturi, insegnava canto come il marito e frequentava i salotti della Bologna bene dove organizzava piccoli concerti con i suoi “ragazzi”. Alla nostra Gigliola rimase particolarmente impresso il salotto di casa Gazzoni, in via Marsala. «C’era tanta bella gente elegante. Io cantai “Poveri fiori” dall’Adriana di Cilea e l’aria di Cherubino, “Voi che sapete”, dalle Nozze di Figaro di Mozart. La Maestra ci portò anche  nel teatro di villa Mazzacorati: c’erano i fratelli Fogli, basso e baritono, e il tenore Blaffard. I Marchesi abitavano in via Santo Stefano dove abitava anche la famiglia Bongiovanni che già da tanti anni si dedicava alle edizioni musicali. Ci fu, in quella casa, uno strano intreccio di vicende sentimentali legate al canto che interessarono anche il famoso basso romano, di famiglia ravennate, Ezio Pinza il quale un po’ per la sorella, che sposò un bolognese, un po’ per la moglie che era di Bologna, capitava in quella casa e andava a ripassare gli spartiti dai miei maestri.
Quello fu anche il periodo delle spedizioni, un poco avventurose, in provincia, dove erano richiesti dei concerti. Ci portava la nostra Maestra Marchesi, che ci accompagnava al pianoforte, quasi tutti i sabati o le domeniche a cantare nei posti più strani: paesini, ville, piazze. Una volta andammo a Ostiglia. Viaggiavo da sola, in treno. Era estate, un caldo tremendo. Stavo al finestrino e presi una congiuntivite.  Mi avevano detto che mi sarebbero venuti a prendere alla stazione. Quando arrivo era una desolazione; la stazioncina piccola e sperduta: non c’era niente intorno e nessuno. Solo io col vestitino per il concerto e la musica sottobraccio. Dopo pochi attimi arriva, tra una nuvola di polvere, una rombante motocicletta guidata da un soggetto con una faccia poco raccomandabile e due occhialoni enormi. Si avvicina e fa “Lei è la cantante? Salga”. Io ero un po’ impacciata e titubante, ma l’ordine era perentorio. Evidentemente non mi ero seduta bene perché il motociclista aggiunse, sempre con tono militaresco “Signorina, si metta bene a cavallo e si attacchi a me”. E via. Arriviamo nel cortile di una chiesa, dietro la sagrestia dove c’era il palco. Il palco era un carro agricolo con tanto di timone appoggiato in terra, ricoperto da tappeti: sopra c’era il pianoforte.

Poi arrivarono anche gli altri allievi della Marchesi che voleva sempre farci fare dei pezzi completi d’opera. Quella volta facemmo tutto il terzo atto della Bohème, poi tanti altri duetti e le solite romanze. C’erano i fratelli Fogli che cantavano sempre un duetto molto popolare e di grande effetto “Suoni la tromba, e intrepido” dai Puritani. Non ti dico le risate su quel carro – palcoscenico che ogni tanto si muoveva».
Molti concerti Gigliola tenne con l’amico fraterno Gianni Raimondi, grande tenore bolognese. Hanno debuttato a pochi mesi di distanza e l’addio alle scene è avvenuto nello stesso anno: 1979.
«Gianni è sempre stato il fratellone che mancava nella nostra famiglia», questo ha detto più volte Gigliola. Coincidenza strana, ma Gianni Raimondi e Gigliola Frazzoni, da ragazzi, abitavano nello stesso quartiere, a pochi metri. «Sono nato il 17 aprile 1923 in quella strada che c’è dopo il ponte della Mascarella; in fondo alla strada ci stava la Frazzoni». Si sono esibiti nei posti più strani e in condizioni talvolta rocambolesche. La famosa e utile “gavetta” che purtroppo tende a scomparire e… si sente.
Nel 1946 in maggio hanno cantato all’Azienda del gas di Bologna; in giugno all’Azzurro Dancing di Revere; in agosto al Circolo Repubblicano di Faenza e, sempre in Romagna, sabato 17 agosto all’Arena del Popolo di Cesenatico dove evidentemente sono piaciuti, perché ripetono l’esibizione il 19 al Giardino Lido Dancing ancora a Cesenatico. Racconta la Frazzoni che, nel breve intervallo tra i due concerti, non tornarono a Bologna, e la domenica sera dormirono a Cesenatico in una stanza con tre materassi per terra: Gigliola, una sorella e Gianni che misero nel mezzo.

Il 10 marzo 1947 vince un concorso lirico nazionale indetto dal “Circolo Artistico Forlivese” e organizzato dall’E.N.A.L. di Forlì. Si legge sulla stampa locale “…La giuria ha convalidato il giudizio del pubblico che partecipava direttamente al concorso attraverso un votazione. Prima è riuscita, meritatamente, la bolognese Gigliola Frazzoni con punti 213; al secondo posto è stato classificato il tenore Carlo Zampighi, al terzo la milanese Lia Lauria, quarta il soprano Ila Tomesani”. Ancora nel ’47 da un  piccolo, spiegazzato, ingiallito, ritaglio di giornale pieno di fascino, veniamo a conoscenza di un “Concerto vocale a Montecatone. Giovedì sera, ben organizzato dal compagno Renzo Olivieri, è stato dato nel Centro Sanatoriale un riuscitissimo concerto vocale, sotto la impeccabile direzione del M° Marchesi. Il concerto, oltre ad avere procurato un vero godimento ai degenti ed al personale, ha dato modo di mettere nel dovuto rilievo ottimi elementi e vere speranze per l’arte. I soprani Frazzoni e Tomesani, il baritono Bosi, il concittadino Olivieri, hanno entusiasmato l’attento uditorio che non è stato avaro di applausi. Un elogio va dato alla solerte Direzione del Sanatorio che ha coadiuvato alla riuscita della bella serata”.
Sempre nel 1947 tiene due concerti insieme all’amico Raimondi: domenica 27 aprile al Circolo Socialista di Faenza e mercoledì 21 maggio al Teatro Garibaldi di Medicina. In agosto si esibisce al Circolo Repubblicano di Faenza con il baritono Fabbri di Lugo. Nel 1948 si forma uno splendido trio di cantanti bolognesi: al soprano e al tenore si aggiunge il baritono Anselmo Colzani, bolognese di Budrio. Si esibiscono in due concerti: giovedì 5 febbraio in Sala Bossi al Conservatorio di Bologna e domenica 15 nella Sala Gadda a Forlì.

Poi, quando già avevano raggiunto la notorietà e riscosso tanti successi, la splendida accoppiata bolognese, Frazzoni – Raimondi, sarà interprete di Butterfly al San Carlo di Napoli, il 30 aprile 1959, per la direzione di Ugo Ràpalo e alle Terme di Caracalla, il 1° agosto 1963, canteranno Tosca, diretti da Armando La Rosa Parodi. Quella Tosca ebbe un grande successo. Spigolando qua e là sulla stampa dell’epoca leggiamo. “Si calcola che non meno di diecimila spettatori abbiano assistito alla rappresentazione e applaudito gli interpreti alla fine di ogni atto […]. Gigliola Frazzoni è stata una Tosca drammatica e interiormente vibrante; ella ha sciolto il nodo intorno al quale si addensa la sua vicenda di gelosia, di odio, di amore con purezza di canto e con sottile eleganza di gesto”.
Ritorniamo al racconto di Gigliola: «Il mio maestro Marchesi mi portò a Milano da un agente per un’audizione e fui sentita, per caso, dal m° Serafin che mi volle conoscere. Quell’incontro fu  fondamentale anche se io, ingenuamente, non lo andai a trovare a Roma, come mi aveva invitato a fare. Ci perdemmo di vista fino a quando ci incontrammo nel 1961 a Torino per Manon. Sempre molto caro e gentile, mi fece i complimenti per la carriera e mi disse che avrebbe voluto essere lui il mio angelo protettore. Da quell’audizione milanese nacque la scrittura per cantare nella Francesca da Rimini, nel ruolo di Samaritana, la sorella di Francesca. Quello fu il mio debutto: sabato 4 ottobre 1947 al teatro Rossini di Pesaro. Dirigeva il m° Tullio Serafin e la stampa di me disse “molto bene nella dolce parte di Samaritana la soprano Gigliola Frazzoni”.

Dopo Pesaro, l’anno seguente 1948, fu l’anno delle Bohème: debuttai al “Duse” di Bologna, poi al teatro Esperia di Forlì e all’Alighieri di Ravenna. A Forlì e a Ravenna cantavo con l’altro caro amico bolognese Anselmo Colzani, il direttore era il m° Ino Savini. Al Comunale di Bologna fu ripresa la produzione pesarese della Francesca: dirigeva il m° Votto. Il mio repertorio si allargava sempre di più. Ero molto impegnata nello studio e… nell’amore. Ero innamoratissima di Giorgio, ma mi faceva arrabbiare ed ero sempre agitata; per fortuna che riuscivo a controllarmi e la voce non ne risentiva. Fui scritturata, ancora al Comunale per cantare un’operina di Luigi Ferrari Trecate, facevo la parte di una fata, cantavo e parlavo, si chiamava Il Buricchio: fu una cosa piacevole. Sempre dello stesso autore feci anche La mosca mora che era una commedia dove io cantavo una canzone.
Il Teatro Comunale mi aprì le porte molto presto; erano piccole cose, gli inizi, ma poi è arrivato il grande momento anche per me. Avevo soddisfazione con opere di repertorio: Pagliacci, Carmen – come Micaela. Proprio con Carmen fui chiamata a Ravenna dove ebbi la fortuna di cantare a fianco di Mario Del Monaco, che era già qualcosa più di una promessa. Del Monaco non era il titolare, venne convocato perché l’altro tenore era andato improvvisamente giù di testa: si guardava nello specchio e dava delle testate contro la sua immagine. Fu così che mi trovai davanti a Mario che era veramente molto bello: non gli toglievo gli occhi di dosso. Ero emozionata al punto che nel duetto smisi di cantare e De Fabritiis mi sgridò.

Nel 1949 cantai spesso in Emilia Romagna. A Bologna al Manzoni debuttai in Chénier che andò bene. Ho qui il commento del Giornale dell’Emilia dove dice che “la soprano concittadina ha rivelato doti di primissimo ordine” e più avanti parla  delle “rare qualità di una voce intelligentemente impostata e timbricamente espressiva”. La stampa, invece, non riportò di un incidente più unico che raro: il tenore Pasquetto, voce bellissima, non si sa perché, al posto dell’Improvviso attaccò Di quella pira. Giù il sipario, il teatro esplode, l’organizzatore Cappelli scappa inseguito dal pubblico imbufalito. Noi cerchiamo di continuare lo spettacolo con il duetto del secondo atto dopo aver rincuorato Pasquetto soprattutto da me che gli avrei dato gli attacchi. L’organizzazione inventò una recita “riparatrice” chiamando Annaloro.
In febbraio, al Municipale di Modena
, cantai Faust e mi alternavo con la grande Clara Petrella: c’era Andrea Mongelli, Arrigo Pola e dirigeva il m° Erede. Poi in settembre al Regio di Parma feci Cavalleria con Giuseppe Vertechi, Aldo Protti: dirigeva un parmigiano, Fulvio Vernizzi. Dopo fu la volta di Ravenna, all’Alighieri, con Bohème. Nello stesso periodo erano presenti sulla piazza ravennate la Callas con la Forza e la Tebaldi con Traviata. Il lavoro fortunatamente non mancava e, grazie al Cielo, ho sempre avuto una salute di ferro. Nel 1950 ho cantato due volte al Comunale di Bologna: in luglio lo Chénier e in stagione la Butterfly che ho fatto anche a Pesaro. Cantai anche a Cuneo, nel teatro Toselli, una Cavalleria che mi diede soddisfazione, perché la stampa locale parlò di “ottime doti liriche di grazia e di potenza” meravigliandosi in quanto ero “giovane di età e giovanissima di carriera”. A marzo ero a Bari al Petruzzelli, con Cavalleria e in ottobre, al teatro Gentile a Fabriano, cantai Pagliacci: dirigeva il torinese Mario Braggio, una persona squisita. Con lui andammo anche a Losanna con la stessa opera. Poi nell’agosto quel grande e vulcanico impresario bolognese, l’indimenticabile Carlo Alberto Cappelli, organizzò o meglio inventò una stagione lirica estiva a Potenza con titoli altisonanti. In cartellone c’era Carmen, Cavalleria Rusticana, Pagliacci e Gioconda. Avevano creato un teatro all’aperto di tremila posti. Fu un bel successo. Venerdì 13 ottobre 1950, ricordo la data per motivi scaramantici, feci una Butterfly al cinema teatro Astra di Bassano del Grappa. E mi andò bene. Il giornale locale scrisse che avevo “saputo conquistare il pubblico per la potenza di voce e la mimica scenica non disgiunte da quella dolcezza interpretativa propria del personaggio”. Insomma non mi fermavo mai!». ( Fine della seconda parte)

 

 

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