Gigliola Frazzoni:”La fanciulla del West” (sesta parte)

“TOSCA”
«Il ’56 fu un anno abbastanza pieno. Quattro produzioni di Chénier a Roma, Catania, Livorno e Pistoia: qui cantavamo all’aperto, era luglio, in piazza del Duomo. I primi di agosto debuttai all’arena di Verona con Tosca e alla fine del mese feci Cavalleria rusticana a Caracalla. Tosca l’avevo fatta pochi giorni prima nel Castello di San Giusto a Trieste. Fu l’anno in cui feci una bella esperienza verdiana con il Don Carlos al “Bellini” di Catania e poi ci fu la registrazione Rai della prima opera in televisione: La Fanciulla del West con la regia di Mario Lanfranchi. La Frazzoni cantava con un buon tenore australiano, Ken Neate, contornati da una serie di validissimi comprimari diretti dal m° Alfredo Simonetto. Gigliola ricorda: « Era la prima opera che faceva la televisione. Ricordo la data precisa: era il 3 marzo quando incidemmo la colonna sonora e il 13 facemmo la registrazione televisiva Avevamo solo due telecamere e bisognava stare attenti ai movimenti per non “ippallarci” l’uno con l’altro. Dovevamo essere sempre scoperti davanti alla telecamera, quindi ricordare tutti i movimenti che il regista ci aveva indicato. C’era molto da lavorare; erano giornate faticose. Al tenore fecero uno scherzo di pessimo gusto: in prova gli tolsero lo sgabello sotto ai piedi quando aveva già il cappio al collo a rischio di impiccarlo».

In Agosto 1956 è a Verona, sempre con Corelli e Gobbi, per Tosca: dirigeva il m° Votto. Furono quattro applauditissime rappresentazioni, tutte esaurite così come la quinta della domenica 19 agosto, con Giuseppe Di Stefano. «Era una bella compagnia. Franco stupendo: bello da vedere, magnifico da ascoltare, però sempre teso, ansioso, agitato. In verità davamo vita ad una coppia di amanti belli e giovani: lui 35 anni, io 29! Alla prima, giovedì 9 agosto, dopo aver cantato splendidamente Recondita armonia, seguita da un applauso enorme, speravo che si fosse rilassato, invece al momento di Mario, Mario, MarioSon qui… , mi viene incontro pallido, tirato e mi dice “Adesso cado per terra” –  “Come cadi per terra… e io cosa faccio”. Allora lo prendo di forza sottobraccio e lo porto al centro della scena. Roba da matti! Pensandoci adesso mi viene da ridere, ma là davanti a ventimila persone non c’era mica tanto da ridere.
Alla seconda, domenica 12 , nel duetto del primo atto, quando mi stringe e mi corteggia, prima che io dica Dio quante peccata, m’hai tutta spettinata, mi sibila in un orecchio “Non mi sento bene, ho delle note sporche” poi canta un’altra frase e appena può, perché canto io, continua “Sono due giorni che ho dei problemi d’intestino”. Io appena posso rispondo “Prendi dell’olio di ricino, dicono che fa molto bene”: e continuiamo il duetto alla perfezione. Per fortuna che dalla platea non si sente niente. La moglie di Franco era gelosa e quella sera disse che mi stringeva troppo e che mi parlava all’orecchio. Alla terza stessa situazione: Mario, Mario, MarioSon qui… , mi viene a prendere sorridente, quasi raggiante e sulle note dell’orchestra mi sussurra “Gigliola avevi ragione, quell’olio di ricino è fantastico!”. Finalmente: Perché chiuso – Lo vuole il sagrestano e via senza problemi fino alla fine.
Di quell’anno ricordo il caldo torrido: non si dormiva. Dopo la prima andammo, con Giorgio e Gobbi, a mangiare il cocomero in un chiosco lungo il vialone che porta in Arena, credo si chiami corso Porta Nuova, e siamo stati lì, tra anguria e chiacchiere, fino alle sette del mattino».
Tosca è, statisticamente, l’opera più “incidentata” e anche i racconti di Gigliola aumentano… la statistica. «A proposito di Tosca ho un altro aneddoto da raccontare. Eravamo al Comunale di Bologna, circa quattro anni dopo… “l’olio di ricino” di Franco. Nel secondo atto, finita la “cantata”, entro nello studio di Scarpia. Gian Giacomo Guelfi, opulento nella voce e nella stazza, mi toglie il mantello e lo deposita su una poltrona, poi torna verso di me e mi invita ad accomodarmi sul divano.

Ed or fra noi parliam da buoni amici”. Ma appena mi muovo sento che la coda dell’abito è bloccata: Guelfi ha messo un piede sopra e non se n’è accorto. Continua tranquillo a cantare. “Via quell’aria sgomentata”. “Sgomento alcun non ho”: rispondo sbarrando gli occhi e, coprendomi la bocca con il ventaglio, gli dico di togliere i piedi dalla coda, ma non capisce. Continua imperterrito, sembrava facesse apposta. “La storia del ventaglio…” “Fu sciocca gelosia”: non sapevo più cosa fare e sempre coperta dal ventaglio straluno gli occhi e ripeto di togliere i piedi. Niente da fare. Si procede, lui tranquillo e io sempre più agitata. “L’Attavanti non era dunque alla villa” eccetera, fino ad arrivare alla mia dichiarazione “Egli era solo”. “Solo?” replica Scarpia incalzando. “Solo!” deve rispondere Tosca esasperata, ed io praticamente faccio un urlo per fargli capire che c’era qualcosa che non funzionava. Fu molto apprezzato dal pubblico come una raffinatezza interpretativa, ma c’era uno in loggione che aveva capito tutto e nel silenzio disse, in dialetto, la frase liberatoria: “Tira vi’ i pi da la co’” – che tradotto alla lettera significa “Tira via i piedi dalla coda”. Seguì una cordiale risata e Tosca finalmente andò verso il divano».
Anche il 1957 fu un anno artisticamente molto importante e lo conferma il racconto della Frazzoni: «Fu l’anno della prima mondiale, il 26 gennaio alla Scala, dei  Dialoghi delle Carmelitane, alla presenza dell’autore Francis Poulenc. Nel frattempo, sempre alla Scala mi chiedono di fare la seconda recita dei Pagliacci con Corelli perché il soprano della prima fu fischiata. Sempre in quei giorni vado a Parma al teatro Regio per Chénier. Dopo ci fu una Fanciulla alla Scala e uno Chénier al teatro San Carlos di Lisbona, poi Manon a Lione. In giugno Fanciulla al Kongresshaus di Zurigo e dopo cominciò una giostra di spettacoli estivi, fra luglio e agosto, che si incastravano uno con l’altro: Tosca a Caracalla, Aida a Enna al Castello di Lombardia, Tosca all’Arena Flegrea a Napoli, Chénier nell’anfiteatro Romano di Cagliari. In settembre andai a Oviedo per Butterfly, quindi in ottobre Fanciulla con Franco Corelli e Piero Guelfi, diretti dal m° Argeo Quadri a Livorno al teatro Goldoni, poi al “Donizetti” di Bergamo con Corelli per Chénier. Finalmente l’anno lo conclusi al Comunale, qui a Bologna con Bohème insieme ad altri due bolognesi: Gianni Raimondi e Mario Zanasi con la direzione di Armando La Rosa Parodi».
Sempre con il teatro milanese ha cantato cinque volte in Turchia e tre in Germania: Wiesbaden, Monaco, Stoccarda. «Continuavo a studiare opere nuove, come L’amica di Mascagni: l’avevo quasi dimenticata. La cantai al Teatro Carignano di Torino, ma la stampa non scrisse molto: si limitò a sottolineare la mia “più generosa dedizione musicale” anche in questo ruolo. Debuttai in Tosca, con Ferruccio Tagliavini, e fu un ottimo successo tanto che la Cetra fece l’incisione. Poi un altro disco con romanze varie e tanti concerti Martini & Rossi. Sono stata una Maddalena, in Andrea Chénier, piena di passione: “Viva la morte insiem” dell’ultimo atto era pieno di vita e di orgoglio. Ho fatto delle bellissime recite di Chénier con quel tenore straordinario che è stato Franco Corelli. Anche qui a Bologna lo dovevo fare con Franco, ma prese l’influenza e fu sostituito da Antonio Annaloro: molto bravo».
Leggiamo alcuni passi della stampa relativi a questo Chénier in cartellone al Comunale per la stagione 1959. Diretti da Angelo Questa cantarono Annaloro, Guelfi e la Frazzoni di cui si legge: “… come era da prevedere, ha dato pieno risalto vocale e scenico alla fiera e dolce figura di Maddalena, ora modulando il suo canto con soavità di fraseggio, ora accentandolo drammaticamente con esuberante intensità di voce. Interpretazione di intelligente rilievo che valse all’egregia artista le più vive acclamazioni anche a scena aperta”.

Un altro quotidiano sottolinea, della Frazzoni-Maddalena, “La sicurezza dei passaggi e la fluidità delle note” unitamente al massimo impegno e “generosità encomiabile”. Era una stagione definita “inquieta e travagliata” quella del 1961-‘62 e al Comunale Manon Lescaut era attesa. Buona la compagnia che vedeva accanto alla Frazzoni, il tenore Gastone Limarilli, il baritono Renato Capecchi e un Geronte di lusso era il basso Saturno Meletti. La direzione dell’orchestra del Comunale era affidata alla bacchetta sapiente di Carlo Felice Cillario. La stampa definì “precisa e ben condotta” la regia di Sandro Bolchi e “belle ed appropriate” le scene di Franco Zeffirelli. “Manon Lescaut era la soprano Gigliola Frazzoni, immancabile interprete delle eroine pucciniane (lo scorso anno fu Tosca), che ha dato dei propri mezzi vocali ed interpretativi una nuova prova”. Non si spreca molto questo articolista che si firma “r.z.” Più prodigo di notizie è G.M. Modonesi che sul “Carlino” di domenica 17 dicembre 1961 scrive: “Nell’edizione di ieri sera abbiamo potuto rilevare, con vero compiacimento, che molti aspetti espressivi dell’affascinante partitura pucciniana sono stati valorizzati tanto nel settore vocale, come in quello strumentale. […] è stata molto ammirata, quale protagonista, il soprano Gigliola Frazzoni, che ha potuto […] mettere in piena luce le sue pregevoli qualità artistiche in una parte, senza dubbio, congeniale al colore ed alle dimensioni della sua voce. Le si addicono perciò la soavità e la grazia allusiva degli accenti sapientemente modellati nei primi due atti, mentre nel terzo e, soprattutto, nel quarto atto, facendosi più serrato il nodo drammatico, il suo canto ha raggiunto momenti di toccante intensità espressiva nella straziante, bellissima aria “sola, perduta, abbandonata”. Manon Lescaut chiudeva in bellezza, per il Comunale, il 1961. Anno ricco di scritture tra cui ricordiamo Tosca a Catania, Trapani e Losanna; Cavalleria al Massimo di Palermo a febbraio e, nella stagione lirica di primavera al teatro Nuovo di Torino, fu un’applaudita Manon. Un’insolita e sorprendente estate verdiana attende Gigliola Frazzoni con sei applaudite recite di Aida a Caracalla. In novembre La cena delle beffe di Umberto Giordano nella sua città: Foggia. L’anno per la Frazzoni si conclude alla Fenice di Venezia dove canta Butterfly e, con la stessa opera inizia il nuovo anno.

Il 1962, infatti, la vede come Cio cio san  al Verdi di Trieste, al teatro dell’Aquila di Fermo, al Bonci di Cesena e al Duse di Bergamo. Continua a viaggiare. A Roma, d’inverno all’Opera e d’estate a Caracalla, con Cavalleria; Tosca nella stagione di Quaresima a Catania, poi Manon al teatro del Casino di Vichy, Chénier a Fermo e conclude l’anno a casa, al Comunale di Bologna con Lucrezia Romana di Ottorino Respighi. «Ho fatto La cena delle beffe di Giordano dove ero una Ginevra piena di ardore e di sensualità. Poi mi volli cimentare in Verdi e cantai Aida, Trovatore e Don Carlos. La voce mi usciva molto bene e tutti dicevano che era una voce verdiana. Ma in quel periodo c’era la corsa per cantare Verdi, mentre pochi soprani coltivavano il verismo che non è solo Puccini, ma è anche Mascagni e Giordano. Il verismo è difficile, richiede temperamento, dizione chiara nei recitativi e tanto cuore: una tale partecipazione che, alla fine dell’opera, ti sembra di aver vissuto realmente quella storia. Mancava la cantante verista,… c’era la Frazzoni che andava bene. Io sono stata l’artista di getto, vera e selvaggia comunicatrice con il pubblico. L’intensità di quei momenti ha fatto piangere più di un maestro suggeritore».


In quella Svizzera che, per dirla con Gigliola aveva “setacciato in tutti i cantoni”, il teatro Comunale organizzò una tournée verso la metà di ottobre 1967.  Portarono, al teatro Beaulieu di Losanna, La Fanciulla con la stessa compagnia che si sarebbe esibita in dicembre al Comunale: Giuseppe Taddei, Gastone Limarilli, Paride Venturi, Franco Bordoni, direttore Oliviero De Fabritiis. “Tribune de Lausanne” recensisce lo spettacolo il 14 ottobre 1967 definendo esemplare la precisione dell’orchestra e del coro bolognese. Il giornale prosegue dicendo che La Fille du Far West “si è rivelata spettacolo di prim’ordine in particolare grazie al contributo di Gigliola Frazzoni – le cui risorse vocali sono eccezionali –che si è ammirevolmente adattata al carattere drammatico che riveste il ruolo di Minnie”. E continua dicendo: “Gigliola Frazzoni è ammirevole, commovente interpretando Minnie. La sua voce è di grande estensione e sontuosità straordinarie, sbalorditive: patetica nell’acuto, di un’intimità soave e misteriosa nei gravi”. Un altro giornale “La Gazzette de Lausanne” scrive: “Gigliola Frazzoni ha trionfato nel ruolo di Minnie. Interpreta questo personaggio complesso con una purezza, una tenerezza e una violenza inaudite. La sua voce, dalla possibilità di sfumature infinite, è impressionante nell’esprimere le passioni le più diverse.

Poi, in dicembre, lo spettacolo venne dato a Bologna con pari successo. Duilio Courir, noto critico musicale, così scrisse sul “Corriere della sera”: “Gigliola Frazzoni dopo aver attraversato molti palcoscenici europei come un astro dalla voce intensa e drammatica, piega adesso le sue risorse vocali ad espressioni più sfumate. La stessa versione di Minnie che la cantante ha dato nell’edizione di ieri sera rispetto a quella di Losanna dimostra l’attenzione stilistica che il soprano mette nelle sue interpretazioni e la ricerca di effetti meno teatrali nel taglio del personaggio pucciniano e musicalmente più convincenti”. E G.M. Modonesi sul “Resto del Carlino” del 17 dicembre ’67 dice: “Gigliola Frazzoni è indubbiamente la migliore Minnie del momento attuale, non solo per la perfetta aderenza al personaggio pucciniano, ma soprattutto per la vibrazione degli accenti drammatici e l’estrema facilità con cui essa sa modellare la sua voce al morbido fraseggio ed elevarla, con scaltriti accorgimenti, fino alle vette del pentagramma”. Guardando tra montagne di giornali, riviste e rotocalchi che Gigliola Frazzoni mi ha messo a disposizione, trovo un ritaglio senza il nome della testata, senza data, senza firma. Là c’erano parole molto eloquenti.

Si legge che al Metropolitan, nella stagione 1965-66, fu fatta una specie di gara del bel canto dove furono invitate soprano prestigiose ad interpretare Tosca: Maria Callas, Régine Crespin, Birgit Nilsson. A questa gara non fu invitata Gigliola Frazzoni. Potenza delle lobby, degli impresari, delle agenzie. Forse il soprano di Bologna, che avrebbe potuto benissimo far parte della tenzone, disturbava. Erano molte le ragioni per le quali avrebbe potuto disturbare. Ricordiamo che è stata una delle più importanti protagoniste del teatro musicale verista e che le sue interpretazioni di Fanciulla del West e di Madama Butterfly, negli anni a cavallo del ’60, “hanno fatto lezione e le hanno consentito di occupare un posto di rilievo nel panorama delle esecuzioni pucciniane”. “Quanto a Tosca la Frazzoni ha dato vita in molti teatri all’eroina tragica di Sardou e Puccini. Il suo destino cupo e violento, che ci ha sempre fatto pensare ad un’anticipazione neorealista, la nudità drammatica della struttura del personaggio diverso dallo strazio tenero e protetto di Mimì, hanno avuto in Gigliola Frazzoni un’interprete d’efficacia immediata dovuta anche alla solennità intima dei suoi atteggiamenti scenici. Tutto, il temperamento, la voce ed il gesto, ha portato il soprano bolognese al teatro verista ed in questa area del melodramma la Frazzoni ha trovato uno spazio ideale per le sue qualità. Lo slancio vocale della Frazzoni riesce a forzare i limiti del canto tradizionale per raggiungere quelle inflessioni realistiche, intense e crude, nelle quali si realizza lo stile verista”. Di questo stile è rimasto qualche cosa consegnato al disco, dove però non viene resa completamente giustizia ai suoi mezzi.

Proprio Tosca è una delle poche opere incise dalla Frazzoni nel 1956, con il tenore Ferruccio Tagliavini e il baritono Gian Giacomo Guelfi: orchestra e coro della radiotelevisione italiana di Torino diretti da Arturo Basile, edizione Fonit Cetra. Ascoltando riusciamo a percepire l’intensità del personaggio vissuto con tutto il vigore, l’abbandono appassionato, le improvvise mutazioni di registro che conferiscono a questa Tosca una gamma di colori difficilmente uguagliabile. “L’eroina pucciniana raggiunge nel finale un guizzo, un brivido tragico in quell’esplosione d’urlo che apre veramente un capitolo diverso del teatro musicale e che Gigliola Frazzoni sa esprimere nel suo canto passando dal trasalimento allo sgomento, alla disperazione e rabbia in un precipizio dinamico e vocale di fortissimo effetto”. Il racconto di Gigliola si fa sempre più affascinante e avvincente, anche per la partecipazione con cui viene proposto. «Ma sta per arrivare il grande momento, un momento magico che mi regalò Puccini. Ho amato Mimì, ho esaltato Manon, ho trionfato in Tosca, mi sono innamorata di Cio-Cio-San e ho pianto per lei. Nella Fanciulla del West mi sono identificata: Minnie ero io».
Gigliola Frazzoni, La Fanciulla del West. E’ un binomio inscindibile quello tra il soprano bolognese e l’opera di Puccini. Perché? E’ semplice la risposta: la sua interpretazione è rimasta insuperata e, forse, insuperabile. La Scala le regalò i costumi. Questa è la risposta ufficiale, ma non convince, soprattutto se si esaminano attentamente le richieste (i contratti) e le recensioni. La carriera della Frazzoni non è stata “spezzata” come lei disse forse in un momento di rabbia, la carriera della Frazzoni è stata abilmente e politicamente “pilotata” e dal momento che era quasi impossibile reprimerla, fu fatto di tutto per convincere persino lei che Frazzoni fosse uguale a Fanciulla del West. La Scala le regalò i costumi!?

Ma la Scala le regalò anche i costumi di Butterfly. Infatti ha partecipato a più produzioni di Butterfly, Cavalleria, Chénier e Tosca che non di Fanciulla. Purtroppo le documentazioni sono poche, ma per quanto si può sentire, ad esempio, c’è il duetto del II atto di Tosca che è di una potenza incredibile. Anche Guelfi, uno Scarpia strepitoso, viene coinvolto emotivamente, basti sentire come dice “agil qual leopardo t’avvinghiasti all’amante” per cogliere la partecipazione del baritono direttamente proporzionale alle azioni del soprano. La stampa, il pubblico stesso percepiva questa situazione magica che si creava tra la Frazzoni e il partner. Ma noi che ne sappiamo di quello che la Frazzoni combinava nello Chénier dove riusciva a conquistare il pubblico del Comunale di Bologna con un’interpretazione che Il Resto del Carlino definiva “di rara finezza e bravura”. E così continuava: “La sicurezza dei passaggi e la fluidità delle note che la voce della Frazzoni doviziosamente profonde, fanno di questa giovane esperta cantante una delle certezze della nostra lirica”. Ma anche il pubblico di teatri minori, quindi meno recettivo, veniva folgorato, come avvenne durante una mini stagione al teatro Astra di Forlì, il 24 maggio 1966, quando la stampa specializzata scrisse che “… ha risolto con rara efficacia la sua Maddalena di Coigny facendo appello alle eccezionali doti della sua voce e agli accorgimenti di un mestiere consumatissimo. Oppure che cosa succedeva nella sua Butterfly da trasformarla in un’interpretazione indimenticabile. Il Gazzettino di Trieste così scriveva nel marzo del ’62: “Protagonista di questa nuova edizione dell’opera è Gigliola Frazzoni, esperta del teatro pucciniano e che alla Scala ha cantato nella Butterfly per un lungo seguito di rappresentazioni. La sua è dunque un’interpretazione passata attraverso delle prove oltremodo significative, e quella di ieri sera ne ha riconfermato i meriti degni del massimo apprezzamento. Cantante di caldo temperamento e pertanto generosamente espansiva, la Frazzoni ci ha dato della piccola Geisha un ritratto appassionato, portando alla luce con intenso rilievo i caratteri dolorosi e tragicamente espressivi del personaggio. E con l’ampio delinearsi del suo canto, crescente via via in vigore dal duetto del primo atto all’aria e al grande monologo del secondo alla scena finale del terzo, la Frazzoni ha dimostrato una volta ancora come al personaggio, che il Puccini e l’Illica hanno immaginato di sembianze esili e graziose, sia richiesta una poderosa voce di soprano drammatico. Per non parlare di Aida che venne salutata come “una vera rivelazione” in quanto il personaggio che ne usciva, era ritenuto “impressionante per il suo splendore scultoreo, per la crescente emozione esteriorizzata attraverso un canto di straordinaria bellezza”.

Nell’estate del 1959 Gigliola canta all’Arena Flegrea Madama Butterfly e prontamente, la notte dell’11 luglio, un giornale napoletano informa che lo spettacolo aveva ottenuto “un vivo successo” per merito anche della “protagonista Gigliola Frazzoni, che la Scala rivelò quale interprete di rara sensibilità del soave personaggio pucciniano. Il pubblico le ha tributato calorose ovazioni”.
Ma c’è di più. Un altro quotidiano locale dopo aver sottolineato le doti sceniche e canore del soprano bolognese dice testualmente: “E’ stata una grande, significativa vittoria la sua, specie se si pensi che proprio sulle stesse scene, e nello stesso ruolo lo scorso anno trionfò Renata Tebaldi. La Frazzoni può pertanto bene andare orgogliosa della sua nuova affermazione”. E un altro giornale, ancora, ricorda “l’indiretto confronto con Renata Tebaldi” ed evidenzia il coraggio della Frazzoni “artista sicura, ricca di doti interpretative e di una voce suadente […] avvezza ai duri cimenti della scena, (che) ha risposto in pieno alla attesa, assicurandosi un pieno e meritato successo”. Non sono cose da poco.
La Frazzoni era sempre più “ingombrante”. Dopo la sua Tosca di Catania, il Corriere di Sicilia del 12 aprile 1962 scrive: “…abbiamo ieri sera ammirato una Tosca completa: Gigliola Frazzoni appartiene alla nuova scuola italiana, che sfrutta le possibilità artistiche individuali per ottenere una specializzazione e quindi il miglior impiego di voce. La Frazzoni […] è in grado di rivestire[…] parti di cui si sente oggi la deficienza esecutiva”. Quindi, secondo gli addetti ai lavori, sulla piazza era disponibile un giovane soprano bolognese, trentacinquenne nel ’62, in grado di colmare quelle “parti di cui si sente oggi la deficienza esecutiva”. Renata Tebaldi aveva allora 40 anni e 39 la Callas. Il duopolio aveva già fatto “vittime” eccellenti, ma non riusciva a perimetrare Gigliola Frazzoni davvero incontenibile. Non aveva agenti o impresari: aveva voce, temperamento, bellezza, cantava bene, la sentivano e la scritturavano.

Maria Callas dall’alto della sua grandezza e della sua intelligenza, a chi le chiedeva quando avrebbe cantato La fanciulla del West, rispondeva che per quell’opera c’era già Gigliola Frazzoni. La Tebaldi, invece, vietò alla DECCA di registrare La fanciulla del West con Frazzoni e l’imparò appositamente per fare il disco. Ad onta delle inutili invidie, l’anno successivo negli studi Rai di Roma, il 13 luglio 1963, Gigliola incide  Loreley con Luigi Infantino e Piero Guelfi, diretti da Armando La Rosa Parodi. In quell’anno ci furono altre cose importanti come Butterfly, Fanciulla e due volte Cavalleria alla Scala, poi la Tosca, già ricordata a Caracalla con Raimondi.
Mentre altri soprani vennero facilmente ridimensionati, con la Frazzoni ciò non era possibile e quindi bisognava ridurre “il danno” al minimo, di qui l’invenzione del connubio con Minnie. Perché era veramente il male minore. Non si voleva che dilagasse verso le altre eroine pucciniane, come in parte egregiamente faceva o che invadesse addirittura il repertorio verdiano, dal momento che sappiamo dei suoi successi in Aida (Cairo e Alessandria d’Egitto 1954, Enna 1957, Caracalla 1961 e 1965), Don Carlos (Catania 1956), Trovatore (Sudafrica 1951 e 1953, Hilversum alla radio olandese 1954, Bordeaux 1955). La fanciulla del West dopotutto non è un’opera molto rappresentata: è buona cosa che la Frazzoni stia … nel “far West”. Ma, come si suole dire, la classe non è acqua e Gigliola ha tanta classe da trasformare Minnie in un prototipo. E’ dunque una mezza verità quella di pensare che Gigliola sia stata “spinta” verso La Fanciulla del West per scongiurare un suo straripamento su altro repertorio. Diciamo che in parte è stato così, perché il fascino che Minnie esercita sulla Frazzoni è totalizzante. «Nel 1964 feci sette recite di Fanciulla alla Scala, tra gennaio e febbraio e cinque, tra luglio e agosto, a Caracalla. In marzo, al Massimo di Palermo, ricordo che vennero allestiti i Dialoghi delle Carmelitane, opera cui sono molto legata. Nell’estate dell’anno seguente, 1965, dopo quattro anni feci ancora Aida a Caracalla e in settembre Cavalleria al Kursaal di Lugano. Ricordo con commozione che in dicembre, portammo l’opera italiana ai nostri connazionali di Fiume, dove cantai Butterfly».  (Fine della sesta parte)

 

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