Ballet Preljocaj, “Ce que j’appelle oubli”

Reggio Emilia, Teatro Valli, Stagione di Danza 2012/2013
“CE QUE J’APPELLE OUBLI”
Testo Laurent Mauvignier, Ce que j’appelle oubli (Éditions de Minuit)
Coreografia / Regia Angelin Preljocaj
Musica 79D
Scenografia e costumi Angelin Preljocaj
Luci Cécile Giovansili-Vissière
Assistente, aggiunto alla direzione artistica Youri Van den Bosch
Coreologo Dany Lévêque
Narratore Laurent Cazanave
Danzatori Aurélien Charrier, Fabrizio Clemente, Baptiste Coissieu, Carlos Ferreira Da Silva, Liam Warren, Nicolas Zemmour
Produzione Ballet Preljocaj
Coproduzione Biennale della danza di Lione, Théâtre de la Ville (Parigi), Théâtre de Saint-Quentin-en-Yvelines
Prima italiana
Reggio Emilia, 9 febbraio 2013
Per lo spettatore italiano che volesse approfondire, riscoprire o conoscere la coreografia di Angelin Preljocaj questo è il momento giusto. Dopo la tappa veronese presso il Teatro Ristori in cui a due ormai storici lavori del coreografo franco-albanese (Annonciation e Centaures, rispettivamente un duetto femminile ed uno maschile) è stata affiancata la prima italiana di Royaume Uni, il Ballet Preljocaj giunge al Teatro Valli con Ce que j’appelle oubli, presentato alla Biennale di Danza di Lione 2012, per poi tornare a maggio al rinato Festival ParmaDanza con un’ulteriore prima nazionale che porta il titolo provvisorio di Mille et une nuits. Quindi un tour italiano soprattutto all’insegna della “novità”. Nel mese di gennaio, la Compagnia è stata ospite presso l’Opéra di Parigi presentando due brani del proprio repertorio: Helikopter del 2001 e Eldorado (Sonntags Abschied) del 2007, dittico accomunato dalle musiche di Karlheinz Stockhausen.
È notoriamente con l’Opéra che Angelin Preljocaj ha instaurato un rapporto d’elezione: probabilmente in forza di una formazione davvero eclettica che alla formazione accademica ha fatto seguire studi con Karin Waehner e Merce Cunningham, ne è derivata nel tempo una grande famigliarità nella creazione di coreografie per compagnie di stampo sia classico che contemporaneo. Sono infatti innumerevoli e ininterrotte le collaborazione con diversi Corpi di Ballo, a partire dal Roméo et Juliette creato nel 1990 per il Balletto di Lione. A seguito dei primi successi ispirati ai Ballet Russes del “periodo Diaghilev” (Noces, Le Spectre de la rose e Parade), nel 1994 venne invitato dalla ora neo-uscente direttrice del Corpo di Ballo dell’Opéra Brigitte Lefèvre a creare un balletto per la Compagnia: Le Parc, un grande affresco sull’impossibile resistenza all’amore. Il successo fu strepitoso tanto da conquistare il Benois de la danse. Anche il Balletto del Teatro alla Scala di Milano (in cui il primo titolo di Preljocaj ad entrare in repertorio fu Annonciation nel 2002) rappresentò il titolo nel 2007: fu la prima compagnia italiana e, in quell’occasione, ne furono splendidi interpreti Massimo Murru e Aurélie Dupont.
Al 2006 risale l’ultima presenza della Compagnia al Teatro Valli. Ora, con Ce que j’appelle oubli, ci viene presentato un lavoro ricavato da un testo letterario, non discantandosi poi molto dalla prassi che vedeva nel balletto ottocentesco un referente letterario come punto di partenza per nuove creazioni. Di più: il testo viene letto in scena dall’attore Laurent Cazanave, proprio come ne Le funambule, dove lo stesso Preljocaj, oltre che a danzare, recitava i versi di Jean Genet. Da qui un dubbio enorme: essendo lo spettacolo “sovratitolato”, il pubblico sarà riuscito a godere a pieno della danza? Questo lungo racconto di Laurent Mauvignier, omonimo della pièce, è ispirato ad una vicenda realmente accaduta: un ragazzo va in supermercato, beve una birra senza pagare e viene pestato a morte da quattro vigilantes. Alla narrazione si intervallano i pensieri dello scrittore che prova ad immaginare le sensazioni del ragazzo ucciso. È un testo denso, una lunga frase che prende fiato di tanto in tanto grazie a qualche segno d’interpunzione: la paura, il dolore, l’accusa sembrano così non avere mai un termine. È un testo materiale, fisico: le guardie vengono soppesate in base all’altezza, al colore dei capelli, allo sguardo. C’è l’arsura della gola, l’odore del sangue, la paura per gli avambracci che servono a proteggere il viso dai colpi. Talvolta diventa ripetitivo: come una litania o una preghiera, quasi a esorcizzare la morte, o come un’accusa, un urlo reiterato a far risaltare l’assurdità di una morte dovuta ad una lattina di birra che non è stata pagata. Lo spettacolo inizia con l’entrata dell’attore che incomincia a declamare il testo: una luce molto fioca fa intendere in controluce il resto della compagnia e, successivamente, qualche controscena. Il resto è un lungo climax di circa novanta minuti che procede dall’incedere solenne delle guardie che incominciano a circondare la vittima, dall’acquattarsi in cerchio con lunghi respiri. Il corpo maschile viene costantemente valorizzato e sollecitato dalle lunghe sequenze (il ragazzo che viene lanciato in aria e poi bloccato repentinamente sembra un insetto in un cristallo d’ambra, il prodromo all’inevitabilità della morte), dalla scena completamente spoglia (se non quando caratterizzata da sole luci al neon e praticabili) e dai brevi duo che costellano la partitura (emblematica in quest’ottica la carnalità della scena di mattanza). I danzatori qui radunati (Aurélien Charrier, Fabrizio Clemente, Baptiste Coissieu, Carlos Ferreira Da Silva, Liam Warren, Nicolas Zemmour) sono eccellenti e completamente avviluppati da un segno coreografico che mira a nobilitare il corpo levandolo spesso dalla crudezza del testo. Foto JC Carbonne.

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