Fiorentino per scelta….Intervista a Zubin Mehta.

Non ha certo bisogno di presentazioni una star internazionale del calibro di Zubin Mehta,   direttore d’orchestra che porta con sé tutto il fascino di un paese, misterioso e profumato di spezie come l’India. Nato a Bombay il 29 Aprile del 1936, avviato alla musica  dal padre Mehli celebre violinista e fondatore della Bombay Symphony Orchestra, abbandona presto gli studi in medicina per trasferirsi a Vienna ed inseguire il sogno di diventare un grande direttore d’orchestra sotto la guida di Hans Swarowsky.
Il sogno diviene presto realtà e fin dai primissimi esordi è scelto per incarichi prestigiosi con orchestre di altissimo livello quali Montreal Symphony Orchestra, Los Angeles Philharmonic della quale diviene direttore musicale ad appena 26 anni e New York Philharmonic che guida per ben 13 anni. Nel 2011 celebra  50 anni di attività con 3 delle maggiori orchestre filarmoniche del del mondo a Vienna, Berlino e Israele dove è stato nominato Direttore a vita, così come al Maggio Musicale Fiorentino. Non si contano i premi e le onorificenze (compresa una stella in Hollywood Boulevard) ricevute nel corso di una carriera che copre oltre mezzo secolo e non smette di regalare emozioni. Zubin Mehta considera la musica come un ponte fra i popoli ed oltre all’impegno in campo umanitario si dedica al sostegno e alla formazione di giovani talenti musicali in India con la Mehli Mehta Music Foundation e in Israele con la Buchman-Mehta School of Music. Lo incontriamo all’undicesimo piano dell’Hilton Hotel di Tel Aviv in una giornata di primavera di fronte ad una vista mozzafiato sul Mediterraneo.
Dato che la nostra rivista si focalizza principalmente sul melodramma mi piaceva aprire questa conversazione chiedendole un ricordo della prima esperienza della sua carriera con l’opera. Se non erro con Tosca?
Esatto, la prima volta è stata con Tosca a Montreal nel 1963, mentre nel 1964 ho diretto opera per la prima volta in Europa con La Traviata.
Nel 1963 a Montreal era una nuova produzione e abbiamo un po’ “improvvisato”, ma avevamo nel cast il grandissimo basso-baritono George London che è venuto soltanto per la prova generale perché eravamo amici e mi ha fatto un favore!
Nel 1965 ho debuttato al MET con Aida. Al MET ho diretto molto fino al ’71 poi non sono più tornato perché sono iniziati i miei impegni a Salisburgo, con la Scala e con l’opera di Vienna. Negli ultimi 25 anni ho diretto opera soprattutto a Firenze.
Quali produzioni ricorda con maggior soddisfazione?
La coproduzione del Ring di Wagner con Valencia e la Fura dels Baus. E’ stata una partnership straordinaria perché eravamo entrambi molto flessibili su tutto ciò che abbiamo discusso, e ne è venuto fuori un allestimento moderno però assolutamente secondo le istruzioni di Wagner, con metodi all’avanguardia ma tutto quello che il pubblico si aspettava da Wagner era sulla scena e questo mi è piaciuto molto. Ho fatto 5 diverse produzioni del Ring: quella di Chicago non era male, la produzione di Monaco invece non mi è piaciuta. In Italia negli anni ’80 ho diretto un Ring con la regia Ronconi e le scene di Pizzi in cui L’oro del Reno e il Crepuscolo erano stupendi ma gli altri due titoli un po’ meno. Anche in quei tempi c’erano molti problemi economici e Ronconi ha dovuto sacrificare molto…
Un direttore con un gesto di rara eleganza come il suo si sente ugualmente appagato dallo stare nella fossa piuttosto che in palcoscenico?
Ho quasi cominciato le due cose insieme. Opera e sinfonica rappresentano una sfida completamente diversa. Con l’opera si controlla la scena e l’orchestra, e per creare questo colloquio tra scena e orchestra si deve sapere quand’è il momento di accompagnare un cantante e quando invece lo si deve dirigere. Allo stesso modo bisogna sapere quando dirigere una scena, come nel secondo atto della Tosca, dove se si fa lo sbaglio di accompagnare i cantanti tutto il senso drammatico cade. Bisogna dirigere il dramma!  Recentemente ho fatto Tosca con Bryn Terfel a Valencia ed è stata un’esperienza che ha segnato entrambi: una vera e propria partnership fra la scena e la fossa. Molti cantanti non sentono questo rapporto. Anche Placido Domingo mantiene sempre il contatto con la fossa e con il direttore, se il direttore comanda.
Le è mai capitato che un cantante non accettasse la sua visione?
Non ho mai avuto battaglie con i cantanti e quando mi capita che un cantante abbia un’interpretazione eccezionale, seppur diversa dalla mia visione, sono flessibile nel consentirgli di esprimersi anche se in genere lavoriamo in perfetta armonia. Qualche volta in Wagner dove la parola è così importante, molte volte più della melodia, lascio maggiore spazio espressivo al cantante. Reingold e Siegfried sono dall’inizio al finale una conversazione e allora il testo deve essere messo in risalto e la musica deve essere percepita dall’ascoltatore come un background. Questo è l’obiettivo importantissimo da realizzare nel Musiktheater di Wagner e il direttore d’orchestra (ed il regista naturalmente) sono a servizio dei cantanti in funzione del dramma. I grandi cantanti poi hanno una chiarissima articolazione di parola come Terfel, come Juha Uusitalo che ha interpretato il nostro Wotan a Firenze, e come il grande basso Martti Talvela.
Quando Talvela sulla scena cantava il re Marco nel Tristano il regista non doveva fare niente! Bastava la sua presenza e le parole, sempre le parole! Poi è fondamentale la grande musicalità di intonare il testo nella grande linea melodica di Wagner. Tutto questo alle orecchie di un ascoltatore appare naturale  ma è in realtà frutto di un duro lavoro!
Abbiamo parlato molto di Wagner ma siamo nel 2013 e mi viene spontaneo chiederle anche di Verdi.
In Israele a luglio abbiamo in programma Otello e Falstaff a giorni alterni. Un giorno proponiamo l’ultima opera nello stile dell’evoluzione di Verdi (Otello) e il giorno seguente  con Falstaff arriva uno stile mozartiano-rossiniano completamente diverso. Verdi e Boito hanno prodotto cose veramente meravigliose insieme. Boito, grande musicista anch’esso, ha capito come mettere le parole a servizio della musica.
Verdi alla fine della vita ha scritto un Otello ricco di sonorità e poi il Falstaff che è una cosa classica, trasparente nell’orchestra. In entrambe le opere non ci sono molte arie. In Otello, ci sono il “Credo” di Jago e le due canzoni di Desdemona, ma il personaggio di Otello non ha una vera e propria aria. Per tutto il tempo Otello sta parlando, sta soffrendo è corroso dalla gelosia. Verdi non gli ha scritto un’aria, c’è solo un piccolo pezzo nel terzo atto dove piange se stesso.
Ho diretto molti Otello con Jon Vickers che aveva la ferma convinzione che Otello avesse  una sorta di messaggio divino di ammazzare questa donna e quasi le faceva violenza sulla scena. Ci sono state delle Desdemone che venivano da me dopo la recita a mostrarmi i lividi! Era davvero ossessionato da questa visione. Però di cantanti come Vickers non se ne trovano spesso perché molti si concentrano più sulla bellezza del suono che sull’azione scenica. Placido Domingo è un eccellente esempio di cantante che usa la bellezza del suono per fare teatro, così come Matti Salminen, grandissimo attore e cantante.
Un altro bell’esempio di musica a servizio della parola è stato il Don Giovanni che abbiamo appena messo in scena al Teatro Comunale con giovani cantanti (nessuna star) e una piccola orchestra. Il regista, Mariani, ha fatto un buon lavoro e tutti i cantanti, sconosciuti, hanno cantato e agito attorno all’orchestra dando vita ad un teatro che mi è piaciuto moltissimo. Fare Mozart con i cantanti italiani è una bellissima esperienza: i recitativi vengono fuori con naturalezza e fluidità senza bisogno di leggere il ritmo scritto da Mozart e non devo sempre dire “per favore non capisco! non capisco le parole!”.
Lei è fra i pochi direttori d’orchestra in grado di dirigere sia l’opera che il repertorio sinfonico a memoria. In cosa differisce questa sensazione dall’essere vincolati dalla partitura?
Dirigo molte opere italiane a memoria, ma non le opere tedesche. Non sono cresciuto con la parola di Wagner in gioventù e il testo di Wagner non è il tedesco di oggi. E’ più che Hoch Deutsch. Wagner gioca con la lingua, ha quest’ossessione di fare una frase in cui ogni seconda parola inizia col GR o col CR. Anche per i cantanti è difficile!
Recentemente ha avuto dei grandi debutti in un repertorio inconsueto: L’affare Makropulos e il Rosenkavalier, Frau ohne Schatten cosa l’ha spinta a scegliere questi titoli?
Ho debuttato anche Medea di Cherubini a Valencia. Ho debuttato 4 titoli in un anno. Ho dovuto studiare molto! Medea è un grande capolavoro raramente eseguito anche perché non ci sono soprani che vogliano affrontare questo ruolo così impegnativo. Violeta Urmana lo ha fatto in maniera strepitosa!
E’ ancora pesante per i soprani il confronto con Maria Callas su questo ruolo? 
Tutti parlano della Callas su questo ruolo, ma la Callas ha fatto anche tante cose che erano facili per lei, tagliando molte pagine. Noi abbiamo preso una versione simile a quella della Callas ma abbiamo anche aperto molti tagli e il risultato è stato davvero sensazionale non tanto per noi nella fossa quanto per i cantanti sulla scena. Un cast strepitoso! Mi ha fatto davvero piacere che Helga Schmidt, la sovrintendente di Valencia mi abbia costretto a studiare quest’opera.
Ci sono altri sogni musicali che vorrebbe realizzare?
Sì, l’anno prossimo farò Parsifal per la prima volta a Firenze. Poi non ci sono altre cose in programma perché la situazione economica in Italia non ci permette ancora di pensare alla stagione 2014-15. Non abbiamo ancora programmato niente a Firenze e aspettiamo di vedere andranno le cose adesso che il teatro è commissariato. Il commissario in questi giorni vuole fare una proposta “take it or leave it” ai sindacati perché ha avuto il mandato di risparmiare 6 milioni di euro entro la fine del 2013. Ha già fatto tagli per 2 milioni di euro eliminando molte cose che erano nel planning del Festival del Maggio Fiorentino di quest’anno. Per esempio ha ridotto in forma di concerto il Don Carlos che con le scene e la regia di Ronconi, sarebbe stato una cosa bellissima. Io amo moltissimo Ronconi che in questo momento ha problemi di salute e proprio per questo gli avevamo dato tutta la flessibilità possibile sulle prove, accettando tutte le sue condizioni affinché venisse ancora a Firenze dove pochi anni fa abbiamo fatto insieme un Falstaff bellissimo. Mi spiace davvero che il mio lavoro con lui sia stato cancellato.
Purtroppo la situazione del Maggio Fiorentino è costantemente sui quotidiani. Possiamo continuare a sperare?
Se i sindacati non accettano la proposta del commissario il teatro chiude a fine aprile. Non è che il commissario voglia distruggere il teatro, ma ha un mandato da Roma di risparmiare 6 milioni di euro. Ne ha già risparmiati 2 ma chiede al teatro ulteriori sacrifici per risparmiare i 4 milioni restanti. Questo vuol dire un grave taglio negli stipendi. Il teatro non ha pagato cantanti, registi e direttori per più di un anno. Per il Rosenkavalier che è stato a Maggio 2012 i cantanti non hanno ancora avuto il cachet e non è colpa del teatro! Non si può più contare sul FUS. Il FUS è stato tagliato ancora di 1 milione quest’anno. Io non capisco, anche con tutta la difficoltà economica in Italia il budget per la cultura è sempre stato modestissimo, appena lo 0,04 del PIL! Lo hanno abbassato allo 0,02 e lo vogliono tagliare ancora con 14 teatri che sono fondazioni e vivono di questo fondo! Adesso anche la Banca del Monte dei Paschi che ha sempre aiutato il teatro è in grave crisi.
Oltretutto in Italia manca la possibilità di portare in detrazione le donazioni ai teatri. Alcune imprese ne hanno facoltà ma un privato che volesse ad esempio donare 10.000 euro ad un teatro non può portare tale cifra in detrazione. Il sistema della defiscalizzazione, ampiamente in uso negli Stati Uniti, aiuta moltissimo e non solo il teatro!

Avendo avuto modo di sperimentarle entrambe, le appare più efficiente la gestione privata all’americana o il sistema dei finanziamenti pubblici?
In America la cultura negli ultimi 100 anni è cresciuta, non solamente le orchestre e i musei, tutto! Anche le università e gli ospedali, tutti vivono con le donazioni private deducibili dalle tasse. Questa è la ricchezza dell’America. Ne ho parlato anche con Mario Monti che è in teoria è d’accordissimo ma sostiene che sia ancora troppo presto per introdurre il sistema in Italia. Altri ministri con cui ho parlato invece, non avevano neppure pensato a questa possibilità!
Senza la defiscalizzazione la cultura non andrà avanti e così l’istruzione.
Tanti anni fa ne ho parlato con Rocco Buttiglione, all’epoca ministro dei beni culturali, che mi ha detto che avrebbe fatto una proposta in tal senso ma poi non è successo niente. Allora soffriamo e facciamo quello che è possibile. Artisti e direttori devono avere pazienza se non vengono pagati. Alcuni preferiscono non venire proprio o pretendono garanzie nel contratto e noi non possiamo dare: non siamo in grado di promettere un pagamento entro un termine preciso.
Firenze vive con il gettito del FUS che è sufficiente solo a remunerare i dipendenti ma non gli artisti. Il teatro ha un deficit accumulato di 34 milioni, però se riusciamo a risparmiarne 6 quest’anno, siamo un po’ fuori dal pericolo.
Se avesse avuto la possibilità di parlare ad un grande compositore del passato, chi avrebbe voluto incontrare e cosa gli avrebbe chiesto?
Sicurissimamente Mozart, sicurissimamente Verdi. Avrei voluto sedermi per ore ed ore con Wagner a fargli domande. Per il repertorio sinfonico ci sono molte cose di cui mi piacerebbe parlare con Mahler nonostante abbia scritto molte istruzioni per il direttore nelle partiture.
Negli ultimi anni si è parlato molto di effetto Dudamel  con riferimento agli incarichi di spicco raggiunti da direttori appena ventenni. Guardando alla sua carriera vediamo che anche lei ha rivestito posizioni di prestigio in giovanissima età, fra l’altro proprio con la L.A. Philharmonic. Quindi sono realmente cambiate le cose?
Abbiamo bravi giovani direttori anche oggi. C’è talento però le orchestre non accettano  facilmente i giovani direttori. Bisogna fare più tentativi. Io aspetto in genere 2 o 3 anni e poi li invito nuovamente a dirigere le mie orchestre. I musicisti talvolta sono molto snob con i giovani, non li trattano bene, non li lasciano esprimere. In particolare ai giovani direttori italiani le orchestre italiane domandano un livello molto alto. Do ai miei professori d’orchestra la possibilità di esprimere i propri commenti per iscritto e leggo cosa pensano: con gli italiani sono particolarmente severi.
Quali sono le linee guida che segue quando elabora la programmazione delle stagioni musicali?
Per quanto riguarda l’opera, se abbiamo in mente un grandissimo cantante chiediamo a lui o a lei cosa desidererebbe fare. Se io voglio la Urmana, ad esempio, le chiedo cosa le piacerebbe cantare e poi vediamo se le nostre idee si incontrano. E’ stata proprio lei a proporre Medea a Valencia. Abbiamo fatto Medea per lei e ne è davvero valsa la pena. Prendendo l’esempio della stagione operistica al Teatro del Maggio, non facciamo mai mancare almeno un titolo barocco all’anno e le opere del repertorio belcantistico. Anche Puccini è sempre molto presente. Poi presentiamo opere nuove e contemporanee che sono una tradizione del Festival del Maggio e così abbiamo un bel misto. Però dobbiamo avere un budget che ci consenta di sognare così!

Uno dei programmi che sta eseguendo in questi giorni con la Filarmonica di Israele rende omaggio ad un mitico artista indiano recentemente scomparso, Ravi Shankar,  del quale e con il quale lei ha anche inciso il secondo concerto per Sitar. C’era un rapporto di amicizia?
Molto! L’India ha davvero perso il suo più grande musicista e sua figlia suonerà il suo concerto per Sitar con noi. Sono ansioso di sentire come suonerà perché non la conosco come sitarista. Ho sentito un paio di concerti di improvvisazione ma ora sono curioso di sentire come eseguirà il concerto di suo padre.
Come si sposa il suono del Sitar con l’orchestra?
E’ necessaria l’amplificazione perché il suono è molto trasparente. Il sitar è uno strumento  pensato per i palazzi, per le stanze piccole. Gli strumenti indiani in genere non hanno un grandissimo suono, anche il sarod e il vina  hanno suoni molto intimi.
Dal punto di vista logistico, com’è organizzato il suo archivio musicale, viaggia con una

valigia piena di partiture? No! no! Devo organizzare tutto con anticipo perché la mia biblioteca è a Los Angeles e ogni volta che viaggio parto per 6 mesi. Confeziono dei pacchi di partiture con etichette che indicano la data e il luogo di destinazione: Monaco, Firenze, Tel Aviv. Prendo con me soltanto le partiture che devo provare subito e le altre le spedisco con Fedex. Fedex vive con me!
Lei che è un cittadino del mondo cosa porta sempre con se del suo Paese?
Ho sempre con me delle piccole medaglie raffiguranti Zarathustra che mi ha dato mia madre. Sono come piccoli bottoncini che porto sempre all’occhiello anche nei concerti.
Lei ha portato le sue orchestre in tournée memorabili attraverso paesi esotici e lontani. Dove ha trovato il pubblico più esigente, quello più caloroso e dove tornerebbe più volentieri?
Nei paesi latini e nell’Europa centrale. L’arco Vienna, Budapest, Praga, Dresda, Berlino ha un pubblico che se anche non può letteralmente analizzare tutte le sinfonie, ha dentro di sé questa musica. Si sente che quella musica è nata lì, che il nostro repertorio sinfonico è nato proprio in Europa centrale. In Sud America il pubblico è meraviglioso, in particolare in Brasile. Anche il pubblico Russo è molto entusiasta.
Mi fa sempre molto piacere dirigere anche alla Carnegie Hall e a Los Angeles ma in genere una tournée negli USA mi dà minori soddisfazioni.

Cosa si prova ad essere Zubin Mehta? Ha tutto quello che potrebbe desiderare o c’è qualcosa che le manca?
No, no! Sono molto depresso, non nella mia vita ma per la situazione attuale. Non so come aiutare i miei due teatri di Valencia e Firenze. Un direttore d’orchestra dovrebbe stare un po’ al di fuori delle questioni economiche: se mi metto dalla parte dei sindacalisti insulto la direzione artistica e viceversa. Allora devo essere un ponte fra i due. Ieri ho parlato un’ora col commissario! Non mi sento molto bene in questi giorni, pensando alla situazione di Firenze, perché io sono un fiorentino per scelta: la mia casa è lì e sono molto felice a Firenze. Davvero non meritiamo questa situazione perché l’orchestra suona sempre meglio, ha un livello molto alto ed anche il coro. Recentemente ho fatto un Requiem di Verdi, non voglio dire dove ed il mio coro di Firenze mi è mancato moltissimo! Spero che tutti accetteranno con buona grazia quello che il commissario chiederà loro per salvare il teatro.
Vorrei chiudere l’intervista con una domanda che per me è una curiosità: Peperoncino, mito o realtà?  E’ vero che ne trasporta sempre una scatola con sé?
Sempre! Però non mi piace il cioccolato (altra mia grande passione) con il peperoncino. Adesso in Italia è di grande moda mescolarli e questo non mi piace. O peperoncino, o cioccolato!

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