Marsiglia, Opéra Municipal: “La clemenza di Tito”

Marsiglia, Opéra Municipal, Stagione Lirica 2012/2013
“LA CLEMENZA DI TITO”
Dramma serio per musica in due atti KV621 di Caterino Mazzolà da Metastasio
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Vitellia TERESA ROMANO
Sesto KATE ALDRICH
Servilia CLÉMENCE BARRABÉ
Annio CHRISTINE TOCCI
Tito PAOLO FANALE
Publio JOSEF WAGNER
Orchestre et Chœur de l’Opéra de Marseille
Direttore Mark Shanahan
Maestro del Coro Pierre Iodice
Regista David McVicar ripresa da Marie Lambert
Scene Bettina Neuhaus
Costumi Jenny Tiramani
Luci Jennifer Tipton
Coreografo David Greeves
Coproduzione Festival d’Aix-en-Provence / Théâtre du Capitole de Toulouse / Opéra de Marseille
Marsiglia, 10 maggio 2013

L’opera di Wolfgang Amadeus Mozart, La clemenza di Tito andata in scena a Marsiglia e prodotta nel 2011 ad Aix-en-Provence, edizione che aveva suscitato molte perplessità, è stata qui riproposta in una revisione entusiasmante. Quest’opera che aveva conosciuto una lunga eclissi nel diciannovesimo secolo viene ripresa con successi alterni: commissionata per l’incoronazione dell’imperatore Leopoldo II a Re di Boemia, fu eseguita nel 1791 al Teatro Nazionale di Praga. Si è soliti credere che  Mozart abbia scritto quest’opera in soli diciotto giorni, ma smentisce la storia l’aria di Vitellia “Non più di fiori” che sarebbe stata cantata durante un concerto qualche mese prima della commissione ufficiale. Quest’ultima opera seria non ha certamente l’impatto drammatico del “Don Giovanni”, ma il soggetto risponde alla solennità dell’incoronamento e corrisponde al carattere di Leopoldo II, che voleva dare un’immagine di sé buona e giusta. Il tema esprime il percorso iniziatico dove l’amicizia e l’amore si evolvono sormontando gli scogli per raggiungere il perdono finale.
Questa vista all’Opéra di Marsiglia è una regia di David Mc Vicar, ripresa da Marie Lambert, che prevede una scenografia unica, firmata da Bettina Neuhaus e David Mc Vicar, dove imponenti muri mobili inventano lo spazio adatto ai movimenti, creando all’esigenza ambientazioni più intime, o liberando spazi più ampi atti ad accogliere le masse come nella scena della folla che si accalca per il saluto all’imperatore. Al fondo della scena è riprodotta la facciata del teatro dell’Arcivescovo e una scala monumentale a imitazione delle gradinata dell’anfiteatro che probabilmente richiama la salita verso il potere. Tutto ciò non giustifica la realizzazione di costumi in stile diciottesimo secolo piuttosto sorprendenti, costumi questi idealizzati da Jenny Tiramani, completamente neri tranne che per Tito e Servilia che vestono di bianco, certamente per evocare la purezza dei loro sentimenti. La veridicità di un’epoca passa completamente in un secondo piano quando vediamo le signore del coro acconciate con parrucche dai capelli corti che ricordano perlopiù i “Dialoghi delle Carmelitane”, o come il lungo cappotto dell’imperatore Tito che richiama alla memoria quello di Napoleone il giorno della sua consacrazione e che Tito finisce per portare arrotolato sul braccio come un fardello. Colpo d’occhio al potere da cui ci si poteva esimere. Le coreografie non apportano nulla alla comprensione, ma animano le scene e partecipano alle composizioni gradevoli dei quadri. Ci rasserena gli animi una recitazione sobria, che anche se spogliata da ogni artificio.
L’impiego dei castrati era ancora molto in auge ai tempi di Mozart. Qui i ruoli di Sesto e Annio sono eseguiti da due mezzosoprani. È dunque il mezzosoprano americano Kate Aldrich che dà voce a Sesto. Entra nella parte con misura e rende il personaggio perfettamente credibile. La sobria recitazione lascia passare le sue intenzioni, anche se la sentiamo più indecisa che appassionata. La voce è omogenea e conserva il colore anche nel grave. Apprezziamo l’esecuzione in piena libertà dei vocalizzi eseguiti nel duo con il clarinetto. Christine Tocci, interpreta il ruolo “en travestì”, di Annio. Lo stile è grazioso, bella la dizione, la recitazione asciutta, adotta un canto delicato che musicalmente ben si adatta alla voce di Sesto nell’esecuzione di un affascinante duetto, nelle sue arie e nei recitativi animati dalla sua vitalità.
Servilia è il soprano Clémence Barrabé. Porta un po’ di freschezza al centro degli intrighi, con voce chiara e penetrante, malgrado un vibrato stretto nel registro acuto. Lascia il segno, anche se con un ruolo breve, grazie ad una recitazione spontanea. Per il ruolo di Vitellia è richiesta una voce dal registro esteso e spesso chi la interpreta è carente nella zona grave. Non è il caso del soprano Teresa Romano che possiede il colore giusto per scendere nel grave con suoni rotondi e timbrati. La voce robusta ha però acuti tonitruanti, che fanno perdere lo stile puro tipico del repertorio mozartiano. La voce “sfoga” meglio nei momenti d’ira dove la voce trova la giusta dimensione. Vitellia è il personaggio attraverso cui si esprime il dramma e nel caso della Romano è certo di grande aiuto un viso dal profilo di cammeo e un portamento che rendono la forza drammatica del soggetto. La sentiamo più a proprio agio nell’aria “Non più di fiori”, dove avvertiamo la sua musicalità e la bella corposità vocale della sua voce che ben si amalgama con il suono del corno di bassetto. Il tenore italiano Paolo Fanale è Tito, personaggio travagliato dai dubbi, i desideri di clemenza e le proprie indecisioni. Fanale canta con finezza facendo emergere i suoi sentimenti in ogni aria, con stile mozartiano appropriato e offre un gioco scenico altrettanto coerente. La voce omogenea ha un bel timbro pur non essendo voluminosa; vocalizza con voce duttile che gli permette buone dinamiche.  Infine il basso-baritono Josef Wagner al personaggio di Publio. Voce ampia, con un timbro caldo che risuona senza asperità. Riesce a controllare la potenza conservando il colore in ogni registro. Il coro che non è messo in valore dalla regia, saprà farsi notare per la buona tenuta, gli attacchi precisi e netti ed un insieme di vocalità omogenee, capaci di mettersi al sevizio del compositore. Una rappresentazione di grande qualità diretta dal Maestro Mark Shanahan, mancante a volte di pulizia e mordente nella direzione, ma con dei tempi che evitano la noia. Una menzione speciale per il clarinetto e il corno di bassetto nei loro soli che legano leggerezza e musicalità, così come per i recitativi eseguiti al clavicembalo da Brigitte Grosse. Il pubblico marsigliese ha salutato con applausi pieni e convinti l’ottimo livello dello spettacolo. Foto Christian Dresse

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