Intervista a Joyce DiDonato

Pur conoscendo il mezzosoprano americano Joyce DiDonato sin dall’inizio della sua carriera internazionale, in qualche modo resto ancora sopreso dal suo status di superstar — nondimeno perché fondamentalmente è rimasta la stessa donna, ancora molto coi piedi per terra, schietta, intelligente e molto di buon cuore che è sempre stata. Forse l’unico vero cambiamento è che ora tutti sanno di questi suoi pregi: specialmente attraverso i social media e il suo sito web , puntualmente condivide le sfide e le gioie dell’avventura in cui si è imbarcata. Non da nulla per scontato, nemmeno il suo successo e men che mai il suo lavoro.
La sua curiosità intellettuale l’ha fatta avvicinare a diversi repertori, inclusa la musica contemporanea, com’è noto in particolare a quella del compositore americano Jake Heggie. Ma per chi scrive, il suo successo più grande è rappresentato dai lavori sul barocco e sul belcanto. Non contenta di mostrare quanto sia tecnicamente dotata attraverso la musica, si concentra sulle sue interpretazioni, scoprendo sfumature drammatiche e psicologiche che pochi, se non nessun altro artista, hanno mai messo in luce e che, come piace dire a me, i compositori stessi possono non aver nemmeno sospettato.
Avendo trionfato quest’inverno al Met nel ruolo della protagonista nella prima di Maria Stuarda di Donizatti, Joyce è attualmente una delle cantanti d’opera più impegnate e ricercate. Quando l’ho raggiunta telefonicamente, era nel cast della nuova produzione di John Fulljames de La Donna del Lago di Rossini con la Royal Opera al Covent Garden di Londra — mentre preparava anche (con l’aiuto dei suo fan) un album commemorativo per il suo decennale con la Virgin/EMI; mentre portava in scena un recital a Zurigo; mentre intervistava Dame Janet Baker; e mentre registrava una serie di video blog in cui da consigli ai cantanti giovani per il suo sito web. Tra qualche giorno  ritorna a La Scala per un recital con David Zobel (il 9 giugno) e al Santa Fe Opera, ancora in una nuova produzione de La Donna del Lago, diretta da Paul Curran (13, 17, 26 luglio; 1, 6, 14 agosto).

Cosa presenterai nel tuo recital alla  Scala?
Si tratta del mio programma veneziano, perciò spero che non ci sia una terribile rivalità fra Milano e Venezia di cui non sono a conoscenza! C’è un verso che canto che dice: “Venezia è la più bella città del mondo,” quindi spero che i milanesi non si offendano. Venezia ha ispirato tantissimi artisti, compositori e scrittori, pittori e fotografi. Sono riuscita a selezionare un programma che copre tutto il mio repertorio di cantante, dal barocco a Rossini fino alla musica del XX° secolo. Canto di coloratura accostato a musica più seducente e “maliziosa” e con qualche pizzico di  humor. Nei pezzi di Hahn c’è molto  di questo spirito. Cominciamo con Vivaldi, con due arie tratte da Ercole, poi le Chansons de Venise di Fauré. Quindi la  Regata Veneziana di Rossini. Poi ritorno con un’aria che in realtà è una “canzone” tratta da un’opera, dall’Otello di Rossini. Inserisco la “canzone del salice”. Canto tre meravigliose canzoni di Michael Head, in inglese, scritte per Janet Baker. Sono molto evocative e le adoro. Sono sulla Venenzia nascosta che non è quella dei turisti. E poi finiamo con Reynaldo Hahn, la Venezia.
In un certo senso, questo cocnerto mi sembra un altro “rito di passaggio”. Ci sono ancora molte altre vette da scalare che sono altrettanto importanti per la tua carriera?
Accidenti…! È una bella domanda! Effettivamente, sarà il mio secondo recital. Non ricordo esattamente l’anno in cui ho portato in scena il mio prim, ma saranno un quattro o cinque anni buoni. Ma penso che questo avrà un peso diverso, poiché ho potuto mostrare diversi lati di me stessa al pubblico. Prima mi conoscevano solo per “Cenerentola” e ora sono conosciuta per Octavian e dei ruoli seri di Rossini. Quindi sono molto eccitata all’idea di tornare ora che conoscono più lati di me. Continuo a pensare: “Wow, ho raggiunto una meta importante in questo caso,” e poi si scopre che c’è altro ancora aldilà dell’orizzonte. E mi viene da dire:  “Aspetta un momento, com’è possibile?” Una volta che hai cantato alla Scala, c’è sempre un nuovo ruolo da cantare. Se dovessi tornare per cantare Bellini, quello sarebbe un “rito di passaggio” molto diverso per quel teatro. Credo che non sarò mai stanca di crescere. Alcune montagne saranno più alte da scalare di altre… Ma non so… In un certo senso mi sto gustando il tutto.
Penso che una delle ragioni per le quali il pubblico ama così tanto i tuoi spettacoli è che tu lo ami molto, a tua volta. Non sei mai distaccata.
Mai! [Ride] Come si può? Io proprio non ci riesco. Forse arriverà un giorno in cui ci riuscirò e forse sarà il momento in cui dovrò dire addio alle scene. Ma per me è come vivere in un museo circondata da garndi capolavori. Come si può minimamente essere distaccati? Mi piace e mi sto divertendo un mondo.
Cosa ci dici  del tuo accompagnatore, David Zobel ? Lo conosci e ci collabori  da tempo….
Ci siamo incontrati per la prima volta nel 1997, eravamo inseriti nel Programma Merola [destinato agli artisti giovani, al San Francisco Opera, ndr]. È una bella storia, perché all’epoca dovevo cantare per la prima volta Angelina, Cinderella in inglese. Ero un po’ nervosa. Il primo giorno abbiamo cantato l’intera opera e questo ragazzino carino francese venne da me. Stava suonando il piano, si avvicinò a me e mi disse [con accento francese]: “Scusami, non mi conosci, sono David Zobel.” studiava alla Juilliard a quel tempo. Era un grande ammiratore di Rossini. Mi disse: “Sono venuto qui pensando a come avrebbero fatto a trovare una giovane artista che potesse cantare questa musica e ora sono qui che ti dico che l’hanno trovata. Sei meravigliosa.” Quella fu la prima lettura preliminare e da allora siamo amici. Immagina. Siamo rimasti in contatto per un po’ di anni e poi ci rivedemmo a Parigi. Nel 2002 Ho avuto la possibilità di registrare il mio primo album in Francia, The Deepest Desire, e lui era l’unico pianista che conoscessi a Parigi. Lo chiamai e gli chiesi se gli sarebbe piaciuto suonare nel mio disco e lui, praticamente piangendo, disse: “Mi piacerebbe.” Da allora suoniamo insieme ed è una collaborazione meravigliosa.
Hai cantato Elena in La Donna del Lago in molte città e diverse produzioni ormai. Veniva rappresentata di rado e ora è praticamente il caposaldo del tuo repertorio. Che cosa c’è in questo ruolo che ti attrae?
Da un punto di vista musicale, è come se Rossini ed io ci fossimo incontrati giornalmente e lui stesse componendo quest’opera proprio per la mia voce. [Ride] Non vorrei sembrare immodesta con ciò, ma è vero — così come Rosina e Cenerentola — questi ruoli vanno incredibilmente bene per me. Elena è un ruolo leggermente più maturo, quindi è il perfetto proseguimento di Rosina e Angelina. Perciò dal punto di vista vocale si adatta a me perfettamente ed è grandemente gratificante da cantare per me. Ma c’è anche questo elemento eccezionale — so che a volte quest’opera è bizzara e intricata, ma ciò che amo è che sin dall’inizio si parla di pace. Alla fine, si parla de “la bella pace,” che è poi causa di “felicità,” nei fuochi d’artificio finali, ma solo quando viene raggiunta la pace. Mi piace come messaggio.

Ed è un altro ruolo che fu della Colbran.
Esatto!
Di recente ho ascoltato la compostizione per teatro musicale “Far from Heaven” e sono rimasto impressionato dalla bravura con cui il compositore, Scott Frankel, ha concepito la sua partitura per far risaltare la protagonista, Kelli O’Hara. È la stessa sensazione che ricevo quando ti ascolto che canti Rossini.
Ci viene lasciato anche un po’ di margine così che possiamo abbellire e quindi personalizzare un po’. So che Juan Diego Florez è d’accordo con me. Quando trovi quel tipo di sintonia fra compositore e cantante, si crea qualcosa di davvero speciale, poiché alla tua voce viene data la possibilità di risplendere al massimo.
Tu riesci anche a trovare una profondità psicologica e un’importanza drammatica nella sua musica che non sono sicuro lui avesse compreso appieno. È come se tu fossi la risposta alla critiche che Wagner gli mosse.
Ne parlavo con Juan Diego effettivamente, parlando di come in questa messa in scena siamo stati capaci di trovare molta più profondità e molte più sfaccettature in questo senso. Juan Diego ci siamo detti: “Effettivamente, ci siamo.” Ed è così. Forse non sarà stato intenzionale, forse è solo venuto naturalmente a Rossini. E questa è la cosa interessante, non stiamo imponendo un punto di vista, forse stiamo facendo della luce e stiamo guardando al suo lavoro in un’ottica differente. Ma apparteniamo ad una generazione diversa dal punto di vista psicologico, abbiamo beneficiato della psicanalisi e dei progressi nello studio della mente e quindi abbiamo un modo diverso di guardare alle cose del mondo. Credo che sia il vero lascito di questo brillante compositore che dopo tutti questi anni si riesca ancora a trovare questo tipo di profondità nella sua musica. Penso che sia davvero entusiasmante.
Che sfide pone questo ruolo? Come si è evoluta tua interpretazione?
Beh, non ho avuto molte possibilità di crescita psicologica nella produzione andata in scena a Parigi e a Milano. Tutti sanno che quelle recite sono state tutt’altro che facili. Ma lavorare con Christoph Loy mi ha davvero insegnato tanto. Hai visto il film Breaking the Waves? Diretto da Lars von Trier, con Emily Watson. È sconvolgente, ma alla fine edificante. Lui ha basato Elena su questo personaggio interpretato da Emily Watson, quindi si è trattato di un lavoro psicologico immenso. Molto di quel lavoro con Christoph è derivato da quel film e ora ho la possibilità di farvi nuovamente ricorso [per questa produzione]. È una partitura incredibilmente difficile. Ma più ci hai a che fare e più acquisisci fiducia in te stessa. Sono riuscita a continuare a trovare nuovi spunti e a vedere crescere la mia sicurezza.
Molti dei nostri lettori non sono mai stati a Santa Fe. Perché esibirsi in questa città ha così tanto significato per i cantanti americani?
[Trilla] Per me ha un significato importante in particolare perché lì ho fatto il mio primo apprendistato davvero importante nel 1995. Fu un vero successo e fu la prima volta che ero effettivamente parte di una compagnia operistica professionale, quindi si stava aprendo davanti a me il  mio mondo. Ero stata all’A.V.A. [l’American Vocal Academy, a Philadelphia], ma ora entravo ufficialmente nella preofessione di cantante. C’è qualcosa di “magico”nell’atmosfera di Santa Fe. Si respira un’atmosfera positiva. Il ritmo di lavoro è rilassato, infatti possiamo andare anche  in piscina dopo le prove. Il teatro è speciale, perché è all’aria aperta e il tempo che cambia rapidamente e l’ambiente diventano personaggi nell’opera. Ricordo di aver visto Idomeneo e, prima del suo ingresso per “Fuor del mar,” avanzava un grande e minaccioso temporale. Una situazione emotivamente straordinaria! E’ un luogo che ti trasmette emozioni per me uniche.
Molti dicono che sia una città “spirituale”. Non sono molto sicuro di averla percepita come tale, ma molti altri dicono che sia così.
Ci sono persone che invece affermano il contrario, ma io invece confermo che Santa Fe è spirituale, ancora di più se ti allontani un po’ dalla città, verso le montagne, legate a molti culti dei Nativi Americani.  Si sente davvero un particolare  senso della storia rispetto a città come New York o Philadelphia. Personalmente mi trasmette forti emozioni.
Sei straordinariamente aperta e disponibile verso i giovani cantanti che ti chiedono consigli, ma anche verso i  tuoi fans, ulteriori aspetti che rendono ancora più fitta di impegni la tua agenda. Come fai a prendere una pausa da tutto ciò?
Mi limito a chiudere la porta e dire: “Questo momento è tutto mio e sarò di ritorno fra poco.” All’inizio pensavo di dover sempre e comunque seguire tutto e mi dicevo: “Oh, ho così tante cose da fare, devo fare questo e quello, devo tenere un blog.” Ma ogni tanto rifletto e anche dico che per me  sono attività collaterali e quindi mi allontano per un po’ per ritrovar energie per riprendere sempre con entusiasmo. Ora sono in questa fase! Il comunicare e anche dare  consigli è  una cosa che amo e che cercherò di fare sempre, ma senza sentirmi caricata di un senso del dovere. Devo sempre provare piacere e carica di entusiasmo nel fare tutto!

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