Marsiglia, Opéra Municipal: “Cléopâtre”

Marsiglia, Opéra Municipal, Stagione Lirica 2012/2013
“CLÉOPÂTRE”
Dramma passionale in quattro atti e cinque quadri di Louis Payen
Musica di Jules Massenet
Cléopâtre BÉATRICE URIA-MONZON
Octavie KIMY MCLAREN
Charmion ANTOINETTE DENNEFELD
Marc Antoine JEAN-FRANÇOIS LAPOINTE
Spakos LUCA LOMBARDO
Ennius PHILIPPE ERMELIER
Amnhès BERNARD IMBERT
Sévérus JEAN-MARIE DELPAS
Orchestre et Chœur de l’Opéra de Marseille
Direttore Lawrence Foster
Maestro del Coro Pierre Iodice
Regia Charles Roubaud
Scene Emmanuelle Favre
Costumi Katia Duflot
Luci Marc Delamézière
Marsiglia, 15 giugno 2013

Dopo Elektra e la Grecia e La clemenza di Tito e Roma, è l’Egitto che viene celebrato all’Opéra di Marsiglia con Cleopâtre di Jules Massenet. Cleopâtre è una delle tre opere rappresentate dopo la morte del compositore, che concluse l’orchestrazione due mesi prima di morire senza aver avuto l’opportunità di sentire la propria opera. Debuttata a Monte-Carlo il 23 febbraio 1914, quest’opera mette in luce un Massenet affascinato dai misteri e dai diversi caratteri della donna: è la regina d’Egitto che viene messa in scena, coi suoi diversi volti e i suoi voltafaccia. Non bisogna ricercare delle grande arie in quest’opera, ma piuttosto delle melodie che illustrano questo affresco in quattro atti e cinque quadri. Composto inizialmente per un mezzo soprano, il ruolo di Cleopatra è cantato da una soprano all’epoca della sua prima: Maria Kuznetsova. Qui è il mezzo soprano Béatrice Uria-Monzon che canterà il rôle-titre. Ritroviamo Emmanuelle Favre per le scene, Charles Roubaud per la regia, Katia Duflot per i costumi e Marc Delamézière per le luci, squadra ben salutata dalla critica per il lavoro notevole in Elektra rappresentata in febbraio all’Opéra di Marsiglia, coadiuvati qui da Marie-Jeanne Gauthé per i video. La scena è abbastanza spoglia, e un accenno di tappezzeria fa pensare ad un scenario di un teatro; pochi gli accessori ma scelti, con le illuminazioni che fanno ben risaltare  i personaggi e creano atmosfere e situazioni adatte. Charles Roubaud ci ha abituati a messe in scena sobrie e sempre di buono gusto: anche qui è così, dove siamo trasportati in una sorta di film in stile hollywoodiano ma con molta misura. Le aquile romane sono piantate in ogni lato della scena senza ostentazione, lasciando il posto per l’arrivo dei centurioni di Marco Antonio che li riceve seduto con una certa maestà. Il ritmo dato dalla regia è abbastanza vivace e ci terrà in tensione fino alla fine senza tuttavia rinunciare ad alcuni momenti di languore o di tenerezza. L’arrivo di Cleopatra, splendido, segna il momento cruciale del primo atto dove ogni dettaglio della scena è in rapporto con la musica. Un intermezzo musicale punteggia ogni scena che sembra farsi sfogliare come un libro di immagini. È rinfrescante e rappresentato molto bene il palazzo di Marco Antonio che viene realizzato tramite proiezioni: bei colori, bella profondità con l’atrium dove compare la statua di un dio che potrebbe essere Apollo riflesso nelle acque di una fontana, mosaici al suolo ed effetto di torce sui muri che animano lo scenario. Alla fine di questo quadro c’è la musica del balletto, previsto all’epoca della composizione del lavoro, purtroppo tagliato oggi: questa musica crea una bella introduzione al quadro della taverna di Alessandria dove Cleopatra è giunta vestita da uomo a dividere i piaceri del suo popolo in compagnia di Spakos. Ancora le proiezioni creano qui lo scenario. Tutto è nel tono seppia, vivace per gli abiti dal più chiaro al più scuro; questo colore fa riuscire l’atmosfera particolare di una taverna dove tutto può accadere. Un efebo coperto da una pelle di leopardo danza lascivamente su una bella coreografia. Qui la messa in scena sorregge il canto che potrebbe stancare per la mancanza di grandi arie, ma l’azione resta sostenuta in questa fine del secondo atto. Si possono immaginare molto bene le rive del Nilo con questa vegetazione che ondeggia sotto la brezza, i colori mutevoli del cielo che si infiamma, Marco Antonio mollemente disteso su cuscini mentre guarda Cleopatra ed i suoi schiavi. L’azione si svolge facendo riuscire i caratteri dei personaggi: Marco Antonio immobile nella sua felicità, Cleopatra ostinata nella sua volontà di conquista, Ottavia ingenua e sincera e Spakos scuro e geloso e già si avverte la conclusione tragica nella fine di questo terzo atto. Il quarto atto è senza dubbio musicalmente la summa dell’opera, introdotto da una musica strana e misteriosa con grandi assoli di violoncelli. Sobrio e maestoso lo scenario conviene completamente all’atmosfera che impregna la fine di Cleopatra e di Marco Antonio. Due bassorilievi che rappresentano una coppia di egiziani si schiudono per lasciar vedere una torcia accesa su un terrazzo; siamo nell’ipogeo di Cleopatra dove si affrettano i preparativi funerari intorno all’altare. È il momento più intenso, più bello col duetto di Cleopatra e Marco Antonio dove le due voci si mescolano con purezza in una perfetta armonia.
Indubbiamente Jean-François Lapointe domina il cast. Conferisce una dimensione veramente particolare a Marco Antonio; una bella andatura, una bella prestanza, vivo, energico, in preda ai dubbi, si mette alla prova con le sue debolezze anche se non sempre le comprende. Se il ruolo di Escamillo che ha interpretato all’inizio della stagione non gli conveniva perfettamente, qui si è fatto molto valere. Ogni nota viene cantata con precisione e suona calda, nessuna debolezza in tutti i registri; gli acuti sono potenti ed gli attacchi sono netti senza durezza. Forse indulge un po’ troppo nei piani? È tutto ciò che si potrebbe rimproverargli perché la sua voce di baritono ci fatto sentire un medium di rara intensità. La dizione rifinita conferisce al suo personaggio una grande credibilità. È indiscutibilmente per Marco Antonio che Jules Massenet ha scritto le più belle melodie. Spakos, cantato dal tenore Luca Lombardo, è un altro buon elemento del cast maschile. Molto apprezzato in Carmen all’inizio della stagione dove incarnava Don José, anche in questo ruolo si è messo in luce. Bella dizione, buona proiezione, acuti potenti, facili e molto ben collocati. Canta sicuramente con musicalità e gusto fino alla morte, completamente immedesimato nel suo personaggio. Il ruolo di Amnhès è cantato dal baritono Bernard Imbert dotato di buoni mezzi: la sua voce è di timbro caldo, la dizione rifinita. Un quartetto vocale maschile di grande qualità completato da Philippe Ermelier che canta Ennius con voce omogenea ed equilibrata. Béatrice Uria-Monzon è una Cleopatra dall’allure splendida: il suo arrivo conquista subito il pubblico così come Marco Antonio si sente soggiogato ed esiterà solamente alcuni istanti prima di perire a causa del suo fascino. I suoi abiti non sono rappresentativi di una regina dell’Egitto: solo veli che fanno uscire la femminilità del personaggio. Appare al primo atto vestita color oro, il copricapo come si può ammirare su certi bassorilievi: si possono così comprendere meglio il timore e l’attrazione che esercitava questa regina associata al dea Isis. Crea un personaggio abbastanza distante che diventa sensibile solamente all’ultimo atto, ma è una Cleopatra molto credibile, molto dominante la cui voce è in rapporto col carattere, potente, duro, dalle inflessioni molto marcate talvolta. Gli acuti sono potenti ed il suo carisma è all’altezza di quello di Marco Antonio. Canta con convinzione gli istanti di sottomissione per fare riuscire il carattere che domina il triumviro. Non è una bella voce strictu sensu ma è probabilmente la voce che conviene a questa donna, lasciandoci intravedere la sua sensibilità nello splendido duetto con Marco Antonio, un grande momento di tenerezza dove le voci si accordano col controcanto dei violini. Kimy McLaren è un’Ottavia graziosa; incarna a meraviglia questo ruolo delicato, un poco modesto ma non privo di carattere. Caratterizzata da una certa timidezza al secondo atto, si afferma al seguente atto per prendere più forza nel suo dialogo con Cleopatra. Malgrado una voce un po’ corta, arriva ad imporre i suoi acuti per dare un certo peso a questo personaggio di donna abbandonata. Si potrà rimproverarle, come a Béatrice Uria-Monzon, una mancanza di proiezione ed una dizione che rende il testo incomprensibile. La voce femminile più melodiosa è quella di Antoinette Dennefeld che dà a Charmion, lo schiavo di Cleopatra, molto fascino e grazia. È una voce chiara e molto ben emessa, connotata da grande musicalità pur in un ruolo abbastanza breve: speriamo di sentirla presto in un ruolo di più ampio respiro. La partitura non ha niente di particolarmente ragguardevole: il compositore ha voluto probabilmente una musica narrativa che si adattasse agli avvenimenti. I temi guerrieri cantati dai centurioni sono giocati con un po’ di durezza. Gli intermezzi sono senza grande interesse ma questo è probabilmente dovuto ad un’interpretazione un po’ troppo marziale a scapito di una scrittura più sfumata; si avrebbe voglia di sentire un Massenet un po’ più delicato in un’opera dove i caratteri forti dominano. Senza particolari velleità interpretative la conduzione di Lawrence Foster. Il coro molto ben preparato da Pierre Iodice presenta grande omogeneità e grande precisione nella sezione maschile del primo atto. Un vivo successo con numerosi chiamate da parte di un pubblico entusiasta per un’opera tutto sommato molto poco conosciuta la cui la scoperta ci ha incantati. Foto Christian Dresse

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