Arena di Verona Opera Festival 2013: “Rigoletto”

Verona, Arena Festival del Centenario 1913-2013
“RIGOLETTO”
Melodramma in tre atti. Libretto di Francesco Maria Piave.
Musica di Giuseppe Verdi
Il Duca di Mantova SAIMIR PIRGU
Rigoletto LEO NUCCI
Gilda ALEKSANDRA KURZAK
Sparafucile ANDREA MASTRONI
Maddalena ANNA MALAVASI
Giovanna MILENA JOSIPOVIC
Il Conte di Monterone ABRAMO ROSALEN
Marullo MARCO CAMASTRA
Matteo Borsa SAVERIO FIORE
Il Conte di Ceprano DARIO GIORGELÈ
La Contessa di Ceprano FRANCESCA MICARELLI
Usciere di corte VICTOR GARCIA SERRA
Paggio della Duchessa IRENE FAVRO
Orchestra e Coro dell’Arena di Verona
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del Coro Armando Tasso
Regia Ivo Guerra
Scene Raffaele Del Salvio
Costumi Carla Galleri 
Verona, 9 Agosto 2013  
È interessante notare l’avvicendarsi delle varie tipologie di pubblico che affollano gli spalti dell’arena durante i mesi del festival. A quello vagamente snob e generalmente parco di applausi ed espansività dei primi spettacoli segue verso il mese di Agosto un pubblico più spassionato e propenso ad entusiasmarsi, forse anche meno tecnico ma più genuino nell’accostarsi all’apparato teatrale: il pubblico organizzato dei grandi viaggi in pullman per sostenere gli artisti prediletti, il pubblico degli applausi “anche quando non si dovrebbe” e dei tanti apprezzamenti, tanti quasi da concedere un po’ di riposo alla storica one-man-claque dell’anfiteatro.
È questo il genere di pubblico che alla prima di Rigoletto – vedendo tremare più volte ed infine crollare a causa del forte vento una buona parte del fondale di mura del Palazzo Ducale, e vedendosi prolungare di più di mezzora il già piuttosto lungo cambio di scena tra il secondo e il terzo atto –  incoraggia con applausi i tecnici fino ed esplodere in ovazioni quando questi ultimi riescono a risollevare le mura crollate. L’episodio però si ripete, le scene crollano di nuovo, ma è qui che il pubblico invece che indispettirsi da il meglio di sé: proposta ed incoraggiata nientepopodimeno che dai professori d’orchestra (ed in particolare dalla sezione delle viole) parte una prima ola da stadio cui ne segue una seconda che coinvolge l’intero anfiteatro, tribuna stampa compresa. L’atmosfera si fa calorosa e divertita, l’incidente tecnico diventa un momento di inaspettato ludibrio comune che si risolve in un’ulteriore ovazione allo spegnersi delle luci per l’inizio –dopo più sessanta minuti di interruzione- del terzo atto.
Di qualità la performance del cast. Leo Nucci si conferma Rigoletto d’eccellenza catturando l’uditorio con presenza scenica da grande protagonista: il baritono regge i tre atti apparentemente senza sforzo, la qualità nell’emissione e nel sostegno mette in luce la solida impostazione vocale, il registro acuto rimane infallibile, dizione e fraseggio sono perfetti e si fanno ampiamente perdonare una vocalità comunque costretta a fare i conti con il passare degli anni. Nucci è padrone di un canto che non è mai volgare, gli apporti veristi sono misurati e mai eccessivi, e con grande mestiere sa arricchire di sfumature anche la brutalità del suo personaggio confermandosi interprete raffinatissimo la cui trentennale esperienza non fa che accrescere la maturità musicale nell’approccio interpretativo in un’attitudine tutt’altro che routinaria. Meritate ovazioni di pubblico. Il tenore albanese Saimir Pirgu nei panni del Duca di Mantova fa sfoggio di una voce certamente adatta all’ampio spazio areniano, la cui ottima proiezione mette in luce le qualità di un fraseggio sempre chiaro. Il suo canto è più appassionato che raffinato, il che lo rende molto convincente nel vestire le mentite spoglie del povero studente nel primo atto ma un po’ meno nei seguenti. La linea di canto è generalmente buona, anche se non va sottaciuta una certa tendenza a forzare l’emissione nell’affrontare gli acuti. L’impostazione della voce si dimostra comunque di adeguata qualità e non priva di una certa varietà di colori. La presenza sul palcoscenico è sufficientemente affermata e fiera per non sfigurare al cospetto di Nucci. La protagonista femminile è Aleksandra Kurzak: il soprano polacco è complessivamente più persuasiva rispetto alla poco entusiasmante performance del 17 Luglio nei panni di Violetta (nel primo atto di La Traviata proposto in occasione del Gala Verdì) e offre un’interpretazione con qualche spunto d’interesse. Anche scenicamente pare ben più convincente: mostra un’attitudine fresca, giovanile ed appassionata che bene si adatta a Gilda, fraseggia con una certa proprietà e sfoggia una buona gamma espressiva. L’emissione non è priva di morbidezza, resto però lo scoglio, tutt’altro che secondario, di un registro acuto tendenzialmente flebile e problematico nell’intonazione (come già rilevato in occasione del Gala Verdi). Una Gilda…a metà, salutata da molti applausi ma anche da qualche contestazione. Notevole performance per il giovane Andrea Mastroni, uno Sparafucile dal timbro molto ricco e gradevole: la voce è potente e definita su tutta la gamma, fiera e affermata la cavata grave, ben cesellato il fraseggio. Il basso milanese convince anche scenicamente e riscuote un netto successo di pubblico. Accanto a lui  la Maddalena di Anna Malavasi è in parte adombrata, sul piano vocale, dalla preponderanza vocale del “fratello” Sparafucile/Mastroni. Sul piano della correttezza il Monterone di Abramo Rosalen. Valide, nel complesso le prove di Milena Josipovic (Giovanna), Marco Camastra (Marullo), Saverio Fiore (Matteo Borsa), Francesca Micarelli Dario Giorgelè (Il Contessa e Conte di Ceprano).
Riccardo Frizza debutta in arena col piglio energico da sicuro conoscitore della partitura, non sempre elegantissimo il gesto ma sicuramente notevole l’intesa con i solisti. La concertazione –propendente per tempi sempre piuttosto spediti- risulta comunque convincente così come lo è la scelta degli equilibri sonori tra le sezioni orchestrali. Il coro preparato da Armando Tasso è sempre inappuntabilmente puntuale e preciso.
Il cinematografico impianto scenico di Raffaele Del Savio ambienta la vicenda in una Mantova di costruzioni in marmo bianco e mattoni rossi, dove non mancano i riferimenti agli affreschi di Palazzo Te e dietro cui si stagliano imponenti le mura del Palazzo Ducale. Tale allestimento si dimostra godibile ed efficace anche se datato, ma proprio perché datato ci porta ad una considerazione su quanto accaduto durante la serata. Il crollo di una parte delle scene ha dato vita ad un momento goliardico e piacevole, ma pur sempre partendo dal presupposto che nessuno vi è rimasto coinvolto o ferito, evenienza fortunatamente non verificatasi ma che non sarebbe stata per nulla remota. L’allestimento era ipercollaudato e le cause del crollo dei fondali arcinote e assolutamente prevedibili dopo “un secolo” di rappresentazioni all’aperto all’interno dello spazio dell’arena: è dunque accettabile che in un teatro che si ostina a vantare una tradizione di eccellenza in ogni ambito non vi sia un minimo di attenzione e preparazione a tali potenzialmente pericolosissimi ma altrettanto prevedibilissimi imprevisti? Foto Ennevi per Fondazione Arena

 

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