Alessandro Stradella e la sua “Ester”

Alessandro Stradella, Ester, liberatrice del popolo Hebreo, oratorio in due parti a cinque voci, su testo di Lelio Orsini (tratto dal Libro di Ester) per soli, coro e orchestra. Il Concento diretto da Luca Franco FerrariSilvia Piccolo (Ester), Elisa Franzetti (Speranza Celeste), Vicky Norrington (Mardocheo), Riccardo Ristori (Aman), Matteo Armanino (Assuero), Debora Parodi (Un’Hebrea), Francesco Lambertini (Testo prima parte), Francesca Rota (Testo seconda parte). (Registrazione, Chiesa di San Lorenzo, Torbi di Ceranesi, Genova, 22-26 novembre 2001) 1 CD Brilliant Classics (2012) 
All’interno dell’Antico Testamento il libro di Ester, nella sua brevità, è uno dei più originali e affascinanti, un succedersi di rapide scene drammatiche che sembra pensato appositamente per vellicare tentazioni melodrammatiche in età barocca (e non soltanto). Il disco realizzato dalla Brilliant è dunque un’opportunità preziosa (anche perché dell’oratorio costituisce la prima registrazione assoluta) per apprezzare una delle numerose riduzioni del testo biblico a oratorio sacro nella seconda metà del Seicento. Del resto, basterebbe una pagina di musica sacra di Alessandro Stradella, ascoltata senza pregiudizi e senza attese sui luoghi comuni a proposito dell’arte barocca in generale, per dimenticare tutte le scandalose vicende biografiche del compositore e abbandonarsi volentieri alla vivissima, densa e concisa teatralità del suo stile. Quando poi l’avventura dell’ascolto prevede un intero oratorio, come Ester liberatrice del popolo Hebreo, l’emozione è veramente completa.
Sarà anche vero che la struttura e le componenti dell’oratorio sono quelli tradizionali, per forme e organico, ma l’Aman del libretto di Orsini si trasforma grazie al compositore in un amabile istrione musicale sin dal suo primo apparire («Dall’Indico all’Etiopico»), quando augura al nemico Mardocheo una prossima morte; alla baldanza dell’infausto augurio succede, con la leggerezza d’una canzonetta pastorale, la risposta di Mardocheo («Vanne ai piè / del tuo Re»); e la funzione di tale contrasto nelle voci antagoniste è di introdurre la soave vocalità della protagonista, che accenna appena all’importanza del suo ruolo nel primo recitativo della Prima Parte («Se non chiamata io mi presento al re»).
La struttura, nell’alternanza di recitativi secchi e accompagnati, di declamazioni, di arie e di interventi corali, è quella solita dell’oratorio barocco; ma alcune sequenze si profilano in modo così icastico, da ricordare i grandi momenti della produzione haendeliana: la Prima Parte, per esempio, dopo l’introduzione di alcuni personaggi fa perno sul duetto tra Aman e la Speranza Celeste, il cui dialogo contrappone un diverso accompagnamento per la recitazione dell’uno e dell’altra, con progressivo fiorire dell’elemento musicale, fino alla congiunzione dell’ardore di entrambi in «Armati pur d’orgoglio», in cui la pienezza orchestrale è data dalla somma di tutte le precedenti componenti. L’esecuzione condotta da Luca Franco Ferrari riesce, anche qui, a mantenere distinti gli apporti delle varie sezioni, in una polifonia nervosa e drammaticamente funzionale all’incomunicabilità di Bene e Male. Non a caso con questo duetto si chiude la Prima Parte, e la successiva ne dispone un altro, decisivo, trapuntato da severi squilli di tromba, con i coniugi regali a conversazione, Assuero (assente nella Prima Parte) ed Ester. La manierata e al tempo stesso austera galanteria del re («e solo il tuo gioir brama Assuero») è seguita da un’aria di Aman, cantata a parte («Serba ad altro i tuoi favori»), in cui la malevolenza dell’antagonista utilizza le stesse soluzioni timbriche e orchestrali del precedente intervento del re: questo crea un effetto di consonanza stilistica e di caratterizzazione dei personaggi ben sottolineato dall’esecuzione di Ferrari.

Ester è interpretata da Silvia Piccolo, che ha voce decisamente gradevole, chiara, cristallina; in effetti la trasparenza deve essere cifra fondamentale, insieme alla determinazione, per la credibilità del personaggio. Tali tratti emergono molto bene sin dalla prima aria della protagonista («Su, dunque, a ferire»), che invero non canta così tanto come Aman; in parallelo alla delicatezza della linea vocale della Piccolo, però, non sempre corrispondono adeguate note acute, a volte un po’ troppo esili o di scarsa consistenza. Nei recitativi accompagnati, invece, l’espressività conferita al testo d’ispirazione biblica è sempre felicemente raggiunta, anche grazie a un fraseggio nitido e alla pronuncia ben comprensibile. Nella grande aria «Supplicante è prostrata» della Seconda Parte, fulcro dell’azione persuasiva di Ester nei confronti di Assuero, l’artista utilizza con grande misura i portamenti e la corposità delle messe di voce, con un esito che rende efficace la preghiera, anche senza concessioni al virtuosismo vocale.
Aman è il personaggio maschile più importante, perché Mardocheo e Assuero sono appena sbozzati nella tipicità biblica del profeta ostinato e del sovrano assoluto. Il ministro del re è invece il perfido ambizioso, l’empio sprezzatore di Dio, l’uomo scoperto nelle sue colpe, quindi pentito, invano supplice e infine condannato: una gamma composita di stati affettivi, che si riflette nelle varie scene dell’oratorio. Il basso Riccardo Ristori sceglie un profilo di canto assai sobrio, cioè evita emissioni e sottolineature troppo enfatiche, sia nei momenti di esaltazione sia in quelli di pentimento e di disperazione. «Sono fabro de’ miei danni / ed ingannato son da’ proprii inganni», esclama nel recitativo finale, moraleggiante sulle conseguenze della superbia; tutto sommato tale sobrietà interpretativa – comunque sorretta da un canto sicuro e corretto in ogni zona del registro – assicura un risultato molto apprezzabile: lontano da fuochi d’artificio di agilità e vocalizzi, l’exemplum negativo di Aman si spegne su se stesso, avvolto dalla condanna del coro finale («Cada, pera, mora l’empio»), in pieno rispetto del modello biblico.
La parte di Assuero è cantata da Matteo Armanino, che ha voce piuttosto chiara, povera di armonici, e a volte afflitta da difficoltà di pronuncia. La voce di Vicky Norrington, che interpreta il rôle en travesti di Mardocheo, è forse la più debole dell’intera compagnia: troppo leggera, alquanto fiacca nell’espressione, solo di tanto in tanto raggiunge quell’espressività dolente e patetica di cui il canto del personaggio necessita. Elisa Franzetti (Speranza Celeste) dà voce non a un personaggio storico, ma a un concetto spirituale: ecco perché la sua linea di canto è tra le più fiorite ed enfatiche dell’intera partitura. L’interprete, con voce chiara e ben sostenuta, assolve perfettamente alla funzione drammatica di tale personificazione, e nell’economia complessiva delle voci è importante quanto la protagonista. Debora Parodi (Un’Hebrea) ha voce bene impostata, e capace di declamare il testo secondo l’intento affettivo delle parole di ispirazione biblica. Corrette anche le voci di Francesco Lambertini e di Francesca Rota, cui spetta il titolo di narratore (propriamente la voce del testo sacro) di Prima e Seconda Parte.
I gruppi del coro, sin dall’apertura dell’oratorio («Di strage, di morte») destano l’ammirazione dell’ascoltatore, perché alla correttezza complessiva e alla perfetta intonazione si accompagna la suggestione fonica, di appena percettibile effetto-eco, derivante dalla registrazione non in studio d’incisione, bensì in una chiesa, con quella vasta spazialità in cui la musica ha modo di risuonare come accadeva all’epoca delle prime esecuzioni. È indiscutibile pregio – di segno quanto mai “oratoriale” – che i due blocchi di voci femminili e maschili restino ben separati, anche nell’intreccio polifonico dei momenti più dolorosi (come nel «Chi da sì gran ruina», a metà della Prima Parte). Il coro apre e chiude l’oratorio con gesti rapidi e vividi, come del resto tutta quanta l’ottima esecuzione, trascorrendo dall’angoscia iniziale dell’eccidio all’inesorabile punizione del malvagio: «Per gli Ebrei fu un giorno di luce e di allegria, di gioia e di tripudio» (Ester 8, 16).

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