Cronache del MITO: Budapest Festival Orchestra a Torino

Torino Milano – Festival Internazionale della Musica, VII Edizione – MITO Settembre Musica, Torino, Teatro Regio 
Budapest Festival Orchestra
Coro del Teatro Regio di Torino

Direttore Iván Fischer
Maestro del coro Claudio Fenoglio
Bela Bartók: Danze popolari rumene ; “Il mandarino meraviglioso” (A csodálatos mandarin), dramma coreografico da un’idea di Menyhért Lengyel op. 19
Antonin Dvořák: “Leggenda” op. 59 n. 10;  VIII Sinfonia in sol maggiore op. 88
Torino, 6 settembre 2013

Quello della seconda serata torinese è parso sotto alcuni aspetti il vero concerto inaugurale di MITO 2013, per il programma brioso, per l’atmosfera di festa, per la verve di direttore e orchestra; non da ultimo – ma è stato proprio il fastigio di un’ottima serata – per il doppio bis concesso al termine.
Bela Bartók raccolse a partire dal 1905 una serie di musiche popolari, per rielaborarle nella raccolta di Danze rumene, proseguendo così un programma sinfonico iniziato in grande stile da Johannes Brahms (con le Danze ungheresi) e continuato da Antonin Dvořák (con le due serie di Danze slave): è appunto la danza popolare il filo conduttore di tutto il concerto della Budapest Festival Orchestra, un complesso relativamente recente (fondato nel 1983 da Iván Fischer), imbattibile nel repertorio slavo e ungherese tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Il direttore rende propriamente un omaggio al pionierismo etnomusicologico di Bartók, presentando prima dei brani sinfonici la melodia popolare originaria, quella ascoltata dal compositore nel corso delle sue peregrinazioni e ricerche, come Fischer tiene a precisare. Ed è molto simpatico l’effetto di “concertino” dei tre strumenti (violino, viola, contrabbasso) che eseguono accanto al podio la versione originale delle danze, sotto lo sguardo compiaciuto e sorridente del direttore; le melodie enunciate dal violino solista di István Kádár – un perfetto incantatore tzigano – sono già di per sé un capolavoro, di ritmo, di agilità funamboliche, di arte della variazione. Il virtuosismo continua poi anche grazie al primo violino, nella versione orchestrale di Bartók, che conserva tutta la freschezza e l’irruenza del prodotto folklorico.
Nella scandalosa pantomima del Mandarino meraviglioso predomina il gruppo degli ottoni, davvero straordinari nel momento in cui appare il protagonista: taglienti come lame, dal suono unito e indefettibile, ottimi anche nel lungo smorzando. Per quanto concerne l’interpretazione musicale complessiva, Fischer sembra suggerire che la più completa e soddisfacente delle danze bartokiane sia in realtà quella che serpeggia in tutta la partitura della pantomima; ed è infatti nel segno della danza che il direttore esalta tutte le componenti più violente e selvagge, come il terribile corteggiamento della fanciulla e i tentativi di uccisione del mandarino. Quando inizia la mostruosa metamorfosi di quest’ultimo, dalle ultime file della platea il Coro del Teatro Regio vocalizza con grande suggestione, come prevede la partitura originale (e come non è dato quasi mai di ascoltare in sala di concerto). Altro merito della collaborazione di MITO con il Teatro Regio è aver proiettato le didascalie che illustrano la vicenda in parallelo al fluire della musica: in tal modo gli ascoltatori hanno potuto identificare la qualità e l’invenzione musicale relative a ciascun personaggio (che, senza la dimensione coreutica e mimica, in versione concertistica sono molto più difficili da intuire e da apprezzare). Fischer permette così di comprendere come secondo Bartók la danza sia il corrispondente della pulsione sessuale che anima il mandarino e che lo mantiene in vita a dispetto di tutte le ferite e le angherie dei malfattori. Quando il rapporto sessuale tra lui e la ragazza si è consumato, inizia infatti la breve agonia del personaggio, che poco dopo muore; la musica, parallelamente, perde ogni componente ritmica che possa richiamare la danza, come a significare un’esclusione inderogabile.
La seconda parte del programma è dedicata a Dvořák, antecedente di Bartók nell’utilizzo di materiali folklorici, e sorta di caposcuola nella trasformazione del sinfonismo in genere pressoché popolare. Nel breve Andante di Leggenda, brano che onora la suggestione del titolo, Fischer fa respirare l’orchestra con dinamiche vive e mobili, al di là di ogni restrizione metronomica; e dopo l’applauso attacca subito l’VIII Sinfonia, come se Leggenda ne fosse una carta di visita preparatoria. Con le ampie frasi dei violini, e quando il tema principale dell’Allegro con brio è enunciato da violoncelli e fiati, la sinfonia è già costituita come creatura vivente dai tratti riconoscibili. Nell’Adagio poi gli strumenti indulgono a quelle sottolineature, anche un po’ grevi, tipiche della musica popolare, sì che l’idea folklorica resti sempre alla base del discorso; il prodigio dvořakiano è nella successiva trasformazione in danza degli stessi temi, anche grazie a un intenso assolo del violino. Fischer fa capire in modo chiarissimo quanto sia composito l’Adagio, e come nulla abbia – nell’incessante divenire tematico – di un analogo movimento sinfonico, tranne la collocazione: una galleria di temi e di piccole scene, che possono tendere comunque al passo di danza o alla sobria fanfara degli ottoni. Nell’Allegretto grazioso (corrispondente dello Scherzo) domina il colore, specie nei riccioli sonori dei flauti, a coronamento dell’ampia frase melodica del tema d’apertura. Il gesto del direttore è quasi sempre ampio, senza esser mai enfatico; deciso, sa diventare subito gentile e imporre gli accenti in modo nettissimo. Nel celebre Allegro ma non troppo finale Fischer contempera gli esuberanti squilli di tromba con il leggiadro assolo del flauto, per poi lasciare che i barriti e le baldanzose fanfare degli ottoni abbiano il sopravvento. Eppure, prima della stretta finale, il direttore si concentra sulla sezione in cui le sonorità e il ritmo si spengono progressivamente: il tempo è dilatato a dismisura, fin quasi all’arresto, e si intuisce così quanto Dvořák avesse meditato la lezione bruckneriana sulla struttura sinfonica (alternanza di pieni e di vuoti, di momenti incalzanti e di pause contemplative), e come fosse miracolosamente riuscito ad adattarla a soluzioni dall’origine popolare. Dopo il coup de théâtre, in un turbine rigorosissimo in cui la tromba resta protagonista, la sinfonia si chiude fulmineamente; e l’entusiasmo gioioso del pubblico di MITO può liberarsi senza risparmio. Al punto che Fischer decide di donare altri due brani, scelti non a caso tra le Danze slave dello stesso Dvořák: la n. 2 op. 72 (nota anche come n. 10, forse la più elegiacamente brahmsiana di entrambe le raccolte), e la spumeggiante n. 1 op. 72 (nota anche come n. 9, quella che inaugura la seconda serie con eleganza pompier, quasi preludio d’opéra-comique).

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