“La Sonnambula” al Petruzzelli di Bari

Bari Teatro Petruzzelli, Stagione Lirica 2013
“LA SONNAMBULA”
Melodramma in due atti, libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini
Amina JESSICA PRATT
Elvino  JOHN OSBORN
Il Conte Rodolfo PAOLO PECCHIOLI
Teresa  SARA ALLEGRETTA
Lisa ALESSANDRA MARIANELLI
Alessio  FRANCESCO VERNA
Un notaro RAFFAELE PASTORE
Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli di Bari
Direttore Daniele Callegari
Maestro del Coro Franco Sebastiani
Regia Giorgio Barberio Corsetti
Scene e costumi Cristian Taraborrelli
Video Gianluigi Toccafondo
Disegno luci Marco Giusti
Coreografie Roberto Aldorasi
Bari, 14 settembre 2013   
L’allestimento de La Sonnambula della Produzione Fondazione Petruzzelli di Bari ha inteso rimarcare in modo sottile l’aspetto fiabesco intrinseco al libretto di Felice Romani. Per chiarificarlo nell’azione del dramma il regista Giorgio Barberio Corsetti e lo scenografo-costumista Cristian Taraborrelli hanno riproposto quanto avevano ideato nel 2010-11 in Svizzera al Theater Sankt Gallen: la scena è ingombrata dagli arredi di una camera (poltrona, cassettiere, letto) in due tipologie di ‘fuori scala’, una gigante e una miniaturizzata, entrambe consone alla visuale di un bambino che vede enormi gli oggetti della realtà quotidiana circostante e piccoli quelli del suo spazio ludico. Sul lato destro del proscenio, infatti, quattro manichini sosia dei personaggi principali venivano animati ora da alcuni mimi, ora dai cantanti stessi, per dar vita a un’azione marionettistica che scorreva parallela al melodramma. Là era incasellato il mondo della ‘casa di bambola’, il luogo delle fiabe e dell’infanzia, prossima alla fine ma che Amina non intende abbandonare (ne sono una spia le continue invocazioni di aiuto alla madre, che tra l’altro nell’opera svolge un ruolo risolutorio: è lei che smaschera la falsità di Lisa). Sonnambula dunque come Charakterbildung, come opera ‘di formazione’ che ritrae un rito di passaggio verso l’età adulta e che, secondo il regista, proprio nella definizione delle dinamiche amorose adolescenziali può veicolare contenuti ancora attuali. Tra il lettuccio che ospitava i manichini e la copia ingigantita dove faceva il suo ingresso, in occasione della promessa matrimoniale, l’ancora immaturo Elvino, si collocava una terza riproduzione dello stesso letto a dimensioni reali sul quale il Conte, rappresentante per l’appunto del mondo reale (e dunque adulto), tentava di consumare sedute amatorie più o meno lecite (con Lisa) o illecite (con Amina sonnambula). La dialettica sogno/realtà sottesa all’idea romantica di sonnambulismo è stata così declinata da Barberio Corsetti in chiave antropologica e il senso del dramma si è concentrato sull’opposizione infanzia/maturità. A stemperare un approccio così ‘serioso’ – che sul piano visivo si è tradotto in scabra asciuttezza e su quello prossemica in un certo impaccio – sono giunti sia i poeticissimi disegni animati di Gianluigi Toccafondo, trasposizione grafica di quella leggerezza (di drammaturgia, di orchestrazione, di vocalità) che pervade l’opera di Bellini, sia il raffinato disegno luci di Marco Giusti, capace di restituire impressioni visive squisitamente romantiche (alla Caspar David Friedrich, per intenderci).
Jessica Pratt, che nel 2010 interpretò per la prima volta Amina, ha sfoggiato la consueta cristallinità nella zona più acuta della sua voce, raggiungendo vette di limpidezza e precisione nel canto di coloratura; al tempo stesso ha mostrato una maturazione nel dominio di ogni sfumatura della tessitura centrale. Se la ricerca di nuances nel primo atto è andata a scapito della pienezza volumetrica (le caratteristiche acustiche del Petruzzelli non le sono state d’aiuto), non così nel secondo dove la voce ha recuperato una piena rotondità. Sintetizzando all’estremo si può dire che questa prova si è contraddistinta per un’estrema concentrazione e per una ricerca del dettaglio e della sfumatura che danno conferma di come la Pratt stia attraversando una stagione di ulteriore crescita. Soltanto buono l’Elvino di John Osborn che non ha palesato omogeneità nel passaggio di registro per tutta la durata dell’opera e che non ha inverato attraverso la qualità dell’emissione quella maturazione del personaggio così centrale per il regista (si fa riferimento alla scena II.3 Tutto è sciolto. Oh dì funesto). Per quanto nel corso dell’opera abbia subito sanato l’ineleganza degli acuti  di Prendi l’anel ti dono complessivamente il timbro di Osborn ha mostrato una certa ‘pesantezza’ poco congrua con Elvino. Anche il conte Rodolfo di Paolo Pecchioli è parso non calibrato sulla parte ideata da Romani e Bellini poiché ha peccato di eccesso sul piano della vocalità e della gestualità: la sua voce di basso è possente, ottima la dizione, tuttavia l’energia generosamente profusa nel suo canto ha finito col caricaturizzare il personaggio tributandogli un’aura ‘comica’ fuori luogo. Se nella Lisa di Alessandra Marianelli si ravvisava una certa immaturità (nella gestione della zona acuta) di certo legata alla giovane età, nulla si è potuto eccepire nella Teresa di Sara Allegretta, ben riuscita anche sul piano attoriale. Dignitose le parti di fianco. Davvero ottimo il coro del Teatro Petruzzelli diretto da Franco Sebastiani che ha cantato ‘sul fiato’ raggiungendo livelli di piano perfettamente allineati ai desiderata di Bellini e che ha saputo variare la tinta espressiva dell’opera, passando con scioltezza (assicurata sul piano vocale da una raggiunta omogeneità tra le parti) dal registro orrifico a quello pastorale, fino a quello semi-comico. Un poco monocromatica l’orchestra diretta da Daniele Callegari che nel voler esaltare i tesori nascosti nei recitativi belliniani ha rischiato talora di allentare i tempi facendo collassare la tensione delle arcate drammatico-musicali. Pieno per metà il teatro; calorosi gli applausi.  Foto Carlo Cofano

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