Teatro e fede: il Requiem di Giuseppe Verdi

Roma, Auditorium Pio di via della Conciliazione, XXVIII Edizione Festival Valentiniano
Orchestra Roma Sinfonietta
Nuovo Coro Lirico Sinfonico Romano

Direttore e Maestro Concertatore Carlo Frajese
Maestro del coro Stefano Cucci
Soprano Joo Cho
Mezzosoprano Renata Lamanda
Tenore Luciano Gangi
Basso Armando Caforio
Giuseppe Verdi: “Messa da Requiem” per soli, coro e orchestra
Roma, 22 settembre 2013

Non inizia sotto i migliori auspici la XXVIII edizione del Festival Valentiniano  con l’Orchestra Sinfonietta e il Coro Lirico Sinfonico. Problemi di salute costringono il M° Carlo Frajese a dirigere seduto e a sostituire il primo violino (infortunatosi a un dito il giorno prima del concerto). Un esordio timido e incerto per il Requiem verdiano: attacchi del coro non proprio puliti e forse troppo forti per un inizio di partitura che Verdi scrive nei toni del pianissimo. Un leggero calo di intonazione per l’invocazione a cappella del Te decet hymnus e un assestamento ritmico tra coro e orchestra per la supplica del Kyrie. Ma la bellezza dell’opera sacra italiana per eccellenza non tarda a venir fuori. C’è tutto: fede e melodramma. Verdi porta in musica passionalità e devozione dell’anima. Parla con Dio come se fosse uno di noi, gli grida il suo dolore, si dispera, prega ma soprattutto lo canta presente nella vita umana. E’ un dialogo a tu per tu con l’Onnipotente: angoscia per il dolore della morte (mors…mors, stupebit) che diventa terrore di fronte all’abisso del vuoto (nihil inultum remanebit). E’ toccante l’implorazione dell’ “Agnus Dei” per i nostri peccati e tragico l’urlo disperato per il “dies irae”, giorno del giudizio inclemente e terribile. Un mosaico di emozioni che però il coro non sembra rendere con la giusta tavolozza timbrica e che l’orchestra tenta faticosamente di realizzare in alcuni tratti. Crescendo e diminuendo avrebbero giovato a tutto l’impasto sonoro che è risultato quasi sempre troppo forte. Eppure Carlo Frajese, nonostante le condizioni di salute (86 anni), ha dato prova di una direzione in cui non sono mancati brio, vitalità e pathos. Tra gli ultimi prestigiosi esponenti della vecchia tradizione, considerata nuova e alternativa negli anni ’70, Frajese guida con gesto plastico e scattante ma che sa ripiegare su se stesso nei momenti più poetici. Tra i solisti la prestazione migliore sembra quella della giovane soprano sudcoreana Joo Cho: voce fresca e sonora anche se non fortissima. Più insicuro il mezzosoprano Renata Lamanda, talvolta lascia a desiderare nell’intonazione come d’altronde succede al giovane tenore Luciano Gangi che però si riscatta nell’assolo di Ingemisco: preferisce cantare a memoria interpretando in modo più fluido e sicuro. Prova più  corretta ma senza particolare emozione per il basso Armando Caforio, timbro non potente ma ricco di armonici e di ampiezza. I momenti di insieme dei solisti non sono la parte migliore, non riescono a far emergere il merito di Verdi di saper dare forza alla parola scritta: tutto si fonde in un unicum che difetta di chiarezza del testo. Ma il pubblico premia lo sforzo e la convinzione di Carlo Frajese, lo richiama a gran voce e il direttore non si sottrae a un altro sacrificio per amore di Verdi. Dichiara la sua ammirazione per il compositore italiano che ha messo il suo impegno anche a servizio della vita politica italiana (farà parte del primo Parlamento italiano a Torino nel 1861) e guida coro e orchestra nel “Va, pensiero”. Frajese (e non solo) lo sente come il vero inno nazionale italiano.

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