Accardo e l’Orchestra da Camera Italiana alla “IUC”

Istituzione Universitaria dei Concerti, Stagione 2013/2014, Aula Magna de “La Sapienza” Università di Roma
Orchestra da Camera Italiana
Direttore e violino Salvatore Accardo
Violino Laura Gorno
Arcangelo Corelli: Concerto grosso op. VI n. 8, “Fatto per la notte di Natale”
Silvia Colasanti: Capriccio a due (prima esecuzione assoluta)
Antonio Vivaldi  “Le Stagioni”, quattro concerti da “Il cimento dell’armonia e dell’inventione” op. VIII: concerto in la maggiore n. 1 RV 269 “La Primavera”, concerto in sol minore n. 2 RV 315 “L’Estate”, concerto in fa maggiore n. 3 RV 293 “L’Autunno”, concerto in fa minore n. 4 “L’Inverno”  Roma, 22 ottobre 2013

A seguito della defezione dell’atteso concerto inaugurale di musica vocale barocca, quello de i Turchini (Florio) e la Invernizzi, l’inaugurazione della stagione 2013/2014 della “IUC” avviene, a tutti gli effetti, con una magnifica serata all’insegna del signore del violino, Salvatore Accardo. Il discorso inaugurale è demandato a Franco Piperno, docente di musicologia e storia della musica al primo ateneo romano e membro della direzione artistica della “IUC”. Con l’eloquio vivo e composto che lo caratterizza, Piperno dichiara, riguardo l’incipit della nuova stagione, una strategia di ascolto meditata e fruttuosa di riflessioni: far dialogare a distanza il barocco napoletano, romano e veneziano. Ma con l’aggiunta – direi io – di un intermezzo del tutto particolare, quello dell’inedito Capriccio per due violini della Colasanti (che alla fine della serata si palesa sul palco a raccogliere gli applausi assieme a Accardo a alla Gorna). E infatti la Invernizzi e i Turchini (che – a stare allo stesso Piperno – si esibiranno con ogni probabilità a novembre) eseguiranno composizioni del florido barocco vocale napoletano (Nicola Porpora, su tutti: il celebre operista e maestro del leggendario Farinelli), mentre Accardo e l’OCI hanno presentato un concerto grosso del romano Arcangelo Corelli (1653-1713) affiancandolo alle celebri “Stagioni” di Antonio Vivaldi (1678-1741): uno spaccato, dunque, veramente notevole dell’Italia musicale a cavallo tra ‘600 e ‘700.  L’OCI, diretta dall’archetto – si fa per dire! – del maestro Accardo, esegue stupendamente il concerto grosso, cioè per le parti di due violini, viole e bassi, op. VI n. 8 di Corelli, composto in vista dell’esecuzione per la notte di Natale: la sublime scrittura è una sicura impalcatura pregna di «effetti di chiaro-scuro e di pieni e vuoti che i contemporanei di Corelli non tardarono ad associare alle caratteristiche architettoniche del barocco romano, influenzato dal buon gusto arcadico imperante» (Piperno, dal programma di sala). Segue la première esecutiva del Capriccio per due violini della Colasanti. La scrittura è notevole, ma non straordinaria; a una base timbrica fortemente dissonante della massa degli archi concertanti, si stagliano i ductus dei due violini, alle volte vagamente allusivi di figure e strutture ritmico-compositive tradizionali, come il canone: le dissonanze di questa insolita copula a due concerti barocchi, pregne di una certa qual angoscia,  paiono preannunciare quelle iniziali del I movimento de L’inverno, evocanti le «nevi algenti» (come Vivaldi stesso scrisse nel sonetto preposto a questo concerto). Dopo l’intervallo, si riprende con il pezzo forte della serata, le vivaldiane “Stagioni”. L’esecuzione è veramente magnifica, tanto per controllo della pasta sonora − un suono autenticamente barocco, come neanche l’impeccabile Karajan mai seppe fare: troppo nutrito il numero degli strumenti che impiegava −, per l’evocazione, i respiri, l’agogica (sempre alquanto sostenuta), e l’attenzione bozzettistica al senso del suono: si sentiva il vento, il riposo del pastore e le danze arcadiche (La primavera), il ronzio delle mosche e il fortunale (L’estate), l’odore del mosto e i corni dei pastori (L’autunno), i fiocchi di neve, la pioggia e le passeggiate su manti ghiacciati (L’inverno). Su tutti si staglia inevitabilmente l’esperienza, la perizia e il naturale talento di Salvatore Accardo. Chi ben comincia, è a metà dell’opera: ma noi auspichiamo che tale qualità la IUC mantenga ben oltre la metà, ossia fino alla fine della sua stagione.

 

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