Venezia: Il suono del silenzio al Malibran con “Aspern” di Salvatore Sciarrino

Teatro Malibran,  Stagione 2012-2013 Lirica e Balletto
“ASPERN”
Singspiel in due atti. Libretto di  Giorgio Marini e Salvatore Sciarrino dal racconto The Aspern Papers di Henry James con frammenti di Lorenzo Da Ponte.
Musica di Salvatore Sciarrino
Giuliana Bordereau CAMILLA NERVI*
Titta Bordereau ANNALAURA PENNA*
Il narratore FRANCESCO GERARDI
L’ermafrodito GAIA CERESI*
Una cantatrice/Un’amica in viaggio ZUZANA MARKOVÁ
*studentesse dell’Università IUAV di Venezia
Strumentisti dell’Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Marco Angius
Regia, scene, costumi e luci Università IUAV di Venezia Dipartimento PPAC – Laurea magistrale in Scienze e Tecniche del Teatro Laboratorio Teatro La Fenice / IUAV
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice in collaborazione con la Biennale di Venezia nell’ambito del 57° Festival Internazionale di Musica Contemporanea
Venezia, 2 ottobre 2013 

Aspern, il lavoro di Salvatore Sciarrino ispirato al racconto di Henry James The Aspern Papers (1888), dopo trentacinque anni dalla sua creazione al Teatro della Pergola di Firenze (avvenuta l’8 giugno 1978), sbarca per la prima volta in laguna in un nuovo allestimento del Teatro La Fenice a cura di docenti e insegnanti del Corso di Laurea Magistrale in Scienze e Tecniche del Teatro dello IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia), con la direzione musicale di Marco Angius.
The Aspern Papers, composto nella piena maturità artistica di James, uno dei padri del romanzo psicologico novecentesco, si svolge a Venezia. Un giovane studioso americano ha saputo che una vecchia signora sua conterranea, abitante nella città dei dogi in ristrettissime condizioni economiche, è in possesso di un carteggio di inestimabile valore letterario, presumibilmente lettere d’amore ricevute settant’anni prima da Jeffrey Aspern (un grande poeta immaginario che ha molti tratti in comune con Byron), di cui era all’epoca l’amante. Tutto il racconto narra, nel migliore stile jamesiano,  le peripezie della ricerca, le complicazioni sentimentali che ne nascono, la squallida tragedia della donna quasi centenaria e povera.
La scelta di Henry James da parte di Salvatore Sciarrino è dovuta al fatto che – come ha affermato lo stesso compositore in una recente intervista – lo scrittore angloamericano è fra i primi, nell’ambito della letteratura moderna e contemporanea, a scoprire (o riscoprire) lo sdoppiamento, a indagare i problemi dell’identità, del moltiplicarsi e dello scambiarsi dei ruoli, oltre che i meccanismi della creatività e la problematicità del linguaggio: tutti temi cari anche al compositore siciliano. The Aspern Papers, in particolare, lo ha attratto per essere la storia di uno scrittore sulle tracce di un altro scrittore, ma potrebbe essere anche la storia di un compositore (magari Sciarrino stesso) alla ricerca di un altro compositore … In effetti il racconto di James è anche una metafora della creazione artistica che, se è il frutto della fantasia, dell’originalità di un autore, nasce anche dalla ricerca, dalla rivisitazione di opere di altri autori.
Quanto alle caratteristiche di questo suo lavoro, Sciarrino ha dichiarato che il termine Singspiel con cui viene generalmente etichettato è stato da lui scelto, a suo tempo, come indicazione provocatoria o di comodo, in quanto Aspern è qualcosa di strano, di unico che, tra l’altro, porta in scena “il suono dell’inanimato”, la percezione sonora così come si può cogliere in una stanza vuota. È semmai un Singspiel deformato, lontano dal modello originale: l’ouverture, le arie, i parlati, i brani solo strumentali si stemperano gli uni negli altri e, ovviamente, non sono più quelli di una volta.
La musica prevede un ristretto ensemble –  2 flauti (anche ottavino, flauto in Sol e flauto basso), clavicembalo, viola, violoncello, timpano (anche col piatto), lastra, campana a lastra – per ottenere il massimo rilievo espressivo da un’estrema povertà di mezzi, in base a un’impostazione, da tempo adottata dall’autore, per cui ogni strumento, deve esprimersi in una zona che si approssima al silenzio.  Il suono è una sorta di finestra schiusa sul silenzio, e la musica aleggia in prossimità di questa soglia facendo tenuemente risuonare il mistero, l’ineffabile. “È certamente, il silenzio, qualcosa di essenziale al suono, come il giorno alla notte. Il suono è dentro il  silenzio, e questo è suono. Una volta gli dei si lasciavano interrogare. Nell’attesa, l’oracolo si schiudeva al silenzio”, ha scritto Sciarrino nel 2001. L’autore ci propone sonorità rarefatte e isolate, effetti di spazializzazione del suono, lunghi silenzi per creare un clima timbricamente seduttivo e cangiante, che ben si attaglia all’inquetudine che pervade il piccolo mondo decadente di Miss Bordereau e sua nipote. Ma a tratti il suono si fa più consistente, come nei ghirigori dei flauti, nelle figurazioni tendenti all’acuto degli archi. Di particolare effetto le sonorità spettrali del timpano e le ossessioni ritmiche, queste ultime in rapporto analogico con l’angosciante ripetitività di gesti, ambienti, dialoghi.  Incredibilmente espressivo l’uso continuo della lastra metallica, immagine sonora dell’inettitudine del narratore di fronte al silenzio e al vuoto impenetrabile delle stanze del palazzo, dove si cela il prezioso quanto misterioso carteggio. Insieme agli orchestrali sta generalmente anche – strumento tra gli strumenti – l’unica cantante, a sillabare con effetto straniante – attraverso trilli, salti intervallari e acciaccature – qualche frammento da celebri arie dalle Nozze di Figaro di Mozart, in sottile rapporto con la corrispondente situazione scenica. Sciarrino non rifugge da qualche pennellata, peraltro molto elegante, di colore locale, ad evocare l’incanto di Venezia – anche qui come nel racconto jamesiano, un luogo solo suggerito, mai direttamente descritto –  inserendo due canzoni da battello, per l’occasione intonate dalla cantatrice in scena, rispetto alle quali il compositore palermitano si rapporta con velata ironia e straniante distacco.  Quanto agli aspetti visivi, ci è parso che l’allestimento ideato dagli studenti del Dipartimento PPAC – Laurea magistrale in Scienze e Tecniche del Teatro dell’Università IUAV di Venezia non riveli particolari spunti di originalità, pur risultando funzionale allo svolgimento della vicenda. Drappi traslucidi, che ora si moltiplicano ora si riducono, spostati da inquietanti figure di mimi, pendono dall’alto e su di essi vengono proiettate varie luci ed immagini: dal bianco iniziale al rosso, al blu; dalla fantasia violacea della tappezzeria d’una stanza del palazzo a una lettera vergata dalla mano di Aspern. Essi, in alternativa, diventano schermi attraverso cui si intravedono le silhouettes di personaggi altrimenti invisibili, trovandosi in un’altra stanza. Misurata, essenziale la gestualità sulla scena, per evitare ogni connotazione realistica, che effettivamente apparirebbe fuori luogo in una rappresentazione sottilmente allusiva e permeata di simbolismo. Di foggia ottocentesca i costumi, generalmente di colore scuro, a parte il vistoso vestito rosso indossato dalla cantatrice, quando appare sulla scena. Piuttosto tradizionali anche i moduli interpretativi degli attori. Francesco Gerardi è un Narratore convincente, seppur di contenuta espressività. Altrettanto si può dire delle tre studentesse dello IUAV: Camilla Nervi nei panni di Giuliana Bordereau, Annalaura Penna in quelli della nipote Titta, Gaia Ceresi, che impersona l’Ermafrodito, allegoria dell’ambiguità, che è la caratteristica peculiare del lavoro di Sciarrino come della fonte letteraria da cui deriva. Di chiara professionalità è apparsa la performance del soprano Zuzana Marková, che ha affrontato con precisione le asperità “virtuosistiche” di cui è disseminata la sua parte, sapendo essere languidamente cantabile nelle due canzoni. Nume tutelare dello spettacolo si è rivelato Marco Angius, che ha diretto con mano sicura l’impeccabile ensemble degli strumentisti dell’Orchestra del Teatro La Fenice attraverso una partitura complessa, nella quale ciascun numero è diverso dagli altri come organico, formulazione, carattere, invenzione, articolazione. Successo caloroso alla fine per tutti. Foto Michele Crosera

 

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