Palermo, Teatro Massimo:”Sette storie per lasciare il mondo”

Palermo, Teatro Massimo, Stagione Lirica 2013
“SETTE STORIE PER LASCIARE IL MONDO”
Opera per musica e film di Roberto Andò e Marco Betta
ispirata al ciclo di fotografie sul sonno di Ferdinando Scianna.Testo di Roberto Andò
Musica di Marco Betta
Editore proprietario Casa Ricordi srl, Milano
Voce recitante DONATELLA FINOCCHIARO
Soprano GABRIELLA COSTA
Soprano MARIA CHIARA PAVONE
Voci e strumenti FRATELLI MANCUSO
Carrettiere GIOVANNI DI SALVO
Lamentatori ASSOCIAZIONE CULTURALE “MEMENTO DOMINI” DI MUSSOMELI (Giuseppe Amico, Angelo Genco Russo, Vito Cicero, Giovanni Gagliano, Giuseppe Lo Conte, Giuseppe Misuraca, Giuseppe Navarra, Ferdinando Petruzzella, Salvatore Petruzzella, Michel Piazza, Fortunato Vaccaro)
Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore George Pehlivanian
Maestro del Coro Piero Monti
Regia Roberto Andò
Scene, costumi e luci Gianni Carluccio
Regia video Luca Scarzella
Ingegnere del suono Giuseppe Rapisarda
Assistente alla regia e casting Chiara Agnello
Assistente video Michele Innocente
Nuovo allestimento del Teatro Massimo
Prima rappresentazione assoluta della nuova versione
Palermo, 24 ottobre 2013

All’improvviso si affaccia alla mente lo sfolgorante incipit di Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Allo stesso modo “i desti hanno un mondo unico e comune, ma ciascuno dei dormienti si ritira in un mondo proprio”. Fra le citazioni più o meno celebri che costellano le Sette storie per lasciare il mondo, il detto di Eraclito sembra incarnarne il senso più profondo. Un senso sfuggente, che proprio nella sua evanescenza vuole porsi come possibile soluzione al problema di affrontare l’opera musicale oggi. La risposta del Teatro Massimo si sviluppa all’insegna del lavoro per musica e film di Roberto Andò e Marco Betta, rappresentato per la prima volta a Catania nel 2006 e riproposto in nuova versione per Palermo. Un poema sul sonno, che – caso raro nella storia del teatro musicale – trae origine da uno spunto eminentemente visivo, lo splendido ciclo di fotografie in bianco e nero di Ferdinando Scianna, intitolato Dormono e sviluppato in un arco cronologico che dagli anni ’60 arriva fino al 1993, percorrendo regioni geografiche assai diverse (la Sicilia, innanzitutto, ma anche New York, Spagna, Olanda, India, Africa, etc.). La prima di giovedì sera è stata preceduta dall’inaugurazione della mostra fotografica, allestita nella Sala Pompeiana fino all’1 dicembre, e da una nutrita serie di iniziative (conferenze di presentazione, interviste, incontri, proiezioni cinematografiche). Partendo dal sonno i due autori alludono all’assenza, all’evasione, alla scomparsa dal mondo. Due fili che in modo complesso si intrecciano nelle sette storie narrate, o sarebbe meglio dire nelle non-storie rievocate: sette personaggi scomparsi, alcuni ben noti alla memoria siciliana (Ettore Majorana, Santina Renda, Mauro De Mauro) si presentano nei sette movimenti che compongono l’opera, preceduti da un’ouverture e separati da altrettanti interludi.
Ricollegandosi al progetto originario de La sabbia del sonno, spettacolo nato da una commissione di Francesco Agnello e andato in scena nel 1990, le Sette storie per lasciare il mondo si basano sull’integrazione fra musica popolare e musiche ‘nuovissime’ composte da Betta, costruendo un percorso multimediale che sovrappone voci campionate, tableaux vivants e inserti filmici più o meno ampi, proiettati su due schermi. La stratificazione fra diverse arti si riflette nella componente testuale (accanto alle parole create da Roberto Andò, troviamo epigrafi letterarie, reperti radiofonici, testi dialettali), nella partitura di voci e suoni creata da Marco Betta (che prevede l’intervento dell’orchestra insieme a rumori, voci parlanti e cantanti, soliste o in ensemble, interventi registrati o realizzati dal vivo, isolamenti di gruppi strumentali) e nelle modalità di esecuzione (dal canto lirico al nudo parlato, dalla partitura scritta all’improvvisazione pura, dal live electronics ai cori dietro le quinte). Un edificio estremamente complesso e articolato, che si è avvalso di contributi di livello. Fra questi l’impianto scenografico e luminoso di Gianni Carluccio, in grado di mantenere una propria logica di essenzialità, nonostante i molteplici elementi in gioco; l’attenta realizzazione di Giuseppe Rapisarda, ingegnere del suono alle prese con combinazioni e distorsioni che risultavano bene amalgamate con le altre componenti dello spettacolo; la regia video di Luca Scarzella, pronta a rispondere alle suggestioni di Andò con uno sguardo sempre concentrato sul rapporto tra proiezioni cinematografiche e spazio scenico; la direzione di George Pehlivanian, tesa nello sforzo non indifferente di tenere insieme parti vocali e strumentali appartenenti a mondi tanto diversi; l’intensa voce narrante di Donatella Finocchiaro, impegnata in inserti canori che ne hanno rivelato capacità insospettate. In questa proterva opposizione alla dinamica narrativa, sono alla fine i fratelli Mancuso ad assumere il ruolo di cuntisti o cantastorie, a riannodare un filo che si rinnega, a garantire in modo paradossale, attraverso quanto di più transeunte possa esistere (l’improvvisazione musicale), una garanzia di solidità. La musica di Marco Betta ha il raro dono di piegarsi con discrezione alle suggestioni visive che formano l’intelaiatura dello spettacolo, adattandosi alle “apparizioni sonore degli artisti popolari” e inglobando alcuni elementi di quella tradizione al proprio interno.
Una musica straordinariamente riservata, equilibrata e mai invasiva, neppure quando è essa stessa a porsi in primo piano (in particolare nel secondo e quarto movimento). La ramificazione armonica è costruita quasi interamente a partire da coloristiche rifrazioni su un intervallo di quinta giusta (Re-La), conferendo all’oceano di suoni caratteristiche di estrema fluidità e creando così una musica liquida, acquatica, marina, fondamentalmente mediterranea (Paolo Emilio Carapezza). L’acqua costituisce un leitmotiv non soltanto da un punto di vista musicale, ma anche sul piano del testo e delle immagini: la nostalgica rievocazione dell’anziana donna nel terzo movimento costituisce lo spunto per una serie di riprese filmiche del mare, alle quali si aggiungono piogge scroscianti nel quarto e sesto movimento, ipnotiche gocce che scendono lentamente sul vetro di una finestra, fino alla lunga sequenza dei corpi sommersi nell’oceano, surreale e incantata, accompagnata da inserti musicali di delicata trasparenza, mentre la voce di uno psichiatra accenna alla condizione in cui “il sognatore è sommerso dalle fantasie, senza terraferma”. Fra i momenti più intensi e autenticamente onirici, insieme alla citata carrellata sottomarina, si colloca il notturno lunare del quarto movimento, evocato dai versi della Sonnambula di Bellini. La sensazione di incanto si eleva a partire dallo struggente canto del carrettiere, il bravissimo Giovanni Di Salvo, sviluppandosi subito dopo attraverso l’interpretazione precisa e attenta di Maria Chiara Pavone, in grado di esprimere un dolore quasi personale, di cui aveva già dato prova nella malinconica ninna nanna (“Sonnu sonnu”). Quanto la Pavone è chiusa in una sofferenza senza redenzione, tanto Gabriella Costa è vicina e immediata, costituendo il riflesso di un’anima più mediterranea, espressa in una voce ben proiettata.
Il corto circuito sempre latente tra continuità sonora e frammento cinematografico emerge con forza nella serie di “Interviste sul sonno innocente” che occupano il quinto movimento, su un ritmo di habanera attraverso il quale, come recita la didascalia, “la musica assume un andamento sornione, il leggero, epico sarcasmo del tango”. Dopo le narrazioni tratte rispettivamente dalla Sura XVIII del Corano e dalle Metamorfosi di Ovidio, la parte finale del movimento è occupata da una seconda ninna nanna (“Veni veni lo sonnu”) eseguita anch’essa da soprano, voce femminile e dal Coro del Teatro Massimo dietro le quinte, convincente nella sua prova così come lo era stata la sezione femminile nella ripresa della melodia della cantilena del secondo movimento, producendo un effetto di astrazione quasi monacale. Alla risposta di una delle intervistate, basta sul rifiuto dell’identificazione tra sonno e morte, si ricollega forse il significato ultimo dell’epilogo, la sfilata di coloro che in Sicilia hanno rigettato un certo tipo di sonno: Peppino Impastato, Don Pino Puglisi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino sono martiri di epoca moderna e rappresentano la negazione dell’(in)colpevole assopimento dell’apostolo nel Getsemani rievocato dalle parole di Lev Šestov, in una successione che tuttavia sembrava fuori posto all’interno di uno spettacolo già così denso e affastellato di elementi. La figura conclusiva, l’Ecce Homo posto al centro della tavola, forma il baricentro intorno al quale si dispongono tutti i personaggi (muti o parlanti, cantori o strumentisti, reali o immaginari), affiancati dalla new entry dei Lamentatori dell’Associazione Culturale Memento Domini di Mussomeli, affascinanti interpreti dei canti della Settimana Santa siciliana, eseguiti secondo la tecnica del falsobordone. Il loro canto viene ripreso a canone dagli altri protagonisti, mentre in platea la Finocchiaro recupera le parole di apertura dell’opera e Giovanni Di Salvo sovrappone frammenti delle precedenti arie, mescolati ad altri reperti proposti via via dai rimanenti personaggi. Un finale da opera settecentesca, in cui tutti appaiono in scena, e dove lo spettatore ricerca una morale, un significato che però intenzionalmente gli viene negato. Repliche sino al 27 ottobre. Foto Franco Lannino ©  Studio Camera