Intervista a Fabrizio Maria Carminati

Dal  3 novembre (repliche fino al 12 ) il Maestro Carminati salirà sul podio del Teatro Filarmonico di Verona per dirigere I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini. In occasione di questo evento il maestro ci ha gentilmente rilasciato questa intervista.
Diplomatosi in pianoforte sotto la guida di Carlo Pestalozza, Fabrizio Maria Carminati ha proseguito gli studi di composizione a Milano con Vittorio Fellegara. Successivamente consegue il diploma di direzione d’orchestra a pieni voti. Entra giovanissimo al Teatro Regio di Torino dove esordisce come direttore d’orchestra con la Bohème e collabora con la Fondazione ininterrottamente fino al 1999 dirigendo 11 titoli d’opera e svariati concerti sinfonici. Successivamente farà parte del C.d.A., per nomina Ministeriale dal 2001 al 2006. Dal 2000 al 2004 è stato Direttore artistico del Teatro Donizetti di Bergamo. Dal 2004 al 2006 è stato Direttore artistico della Fondazione Arena di Verona. Di recente, dopo il successo conseguito all’Opera de Marseille con Andrea Chenier e Cavalleria e Pagliacci, è stato nominato primo direttore ospite fino al 2015. In questo ruolo sarà impegnato nella direzione di sei concerti sinfonici per stagione che comprendono programmi dal barocco al 900. Di particolare interesse il progetto monografico dedicato ad Ottorino Respighi per il quale sono già state eseguite con grande successo le partiture di Pini di Roma, Fontane di Roma, Uccelli, Trittico Botticelliano, Antiche arie e danze. Per quanto riguarda il repertorio operistico i titoli saranno: Aida nel 2013, Gioconda nel 2014, Tosca nel 2015. Regolarmente invitato a dirigere le maggiori istituzioni teatrali nazionali ed internazionali, Fabrizio Maria Carminati ha all’attivo 45 diversi titoli d’Opera che lo vedono acclamato interprete di vasto repertorio. 
Maestro Carminati, ci può raccontare come è nata la sua passione per la musica?
Come spesso accade, ho respirato musica in famiglia: mia madre, che aveva studiato canto da ragazza durante la guerra, aveva una bella voce di soprano lirico. Ricordo di averla ascoltata spesso cantare mentre lei stessa si accompagnava al pianoforte… La sua passione per la musica è sempre stata per me motivo di grande ammirazione. Il  primo contatto personale con la nobile arte avvenne nella Chiesa di S. Bartolomeo di Bergamo: qui, ancora bambino, intento a fare il chierichetto, venivo rapito dalle severe e grandiose sonorità dell’organo, un celebre Bossi. Da qui la decisione di studiare al Conservatorio per fare l’organista. Grande fu però la delusione quando all’atto di iscrizione il mio futuro Maestro Carlo Pestalozza mi informò che, prima di accedere allo studio dell’organo, avrei dovuto frequentare 5 anni di pianoforte! Certo allora non potevo immaginare che l’incontro con Carlo avrebbe segnato indelebilmente il mio futuro d’uomo e d’artista.
E per la direzione d’orchestra?
La direzione d’orchestra è stata la conseguenza di una lunga attività in palcoscenico sul quale ho svolto tutti quei ruoli che, fino a non molti anni fa, erano considerati “requisito fondamentale all’avviamento della direzione d’orchestra”. Sono stato maestro pianista accompagnatore, sostituto di palcoscenico, suggeritore, preparatore di cantanti: tutte esperienze professionali alle quali ho affiancato gli studi accademici in Composizione e Direzione d’orchestra.
C’è stato un evento che è stato determinante nella scelta di questa carriera musicale?
A Torino nel cineteatro di  un oratorio fui invitato ad accompagnare alcuni cantanti per un’audizione alla presenza di un Impresario Teatrale privato, il Comm. Vittorio Bertone, il quale assisteva alla passerella dei giovani cantanti. Alla fine dell’audizione l’organizzatore della manifestazione gli chiese quale dei cantanti gli fosse particolarmente piaciuto; la risposta del Commendatore fu: “Il pianista!” Iniziò così per me un lungo periodo di lavoro e di prezioso studio; per alcuni anni, infatti, lo seguii con  la Sua organizzazione teatrale privata su e giù per l’Italia. Presto Vittorio Bertone mi diede l’occasione di debuttare nel ruolo di direttore d’orchestra e successivamente iniziai a collaborare con il Teatro Regio di Torino nel ruolo di suggeritore. Nel 1992, proprio al Regio, la grande occasione: il Direttore d’orchestra titolare di Bohème si ammalò improvvisamente e il Teatro  chiese la mia disponibilità alla sostituzione. Così avvenne il mio debutto e da quel momento iniziò il mio cammino di direttore d’orchestra che intrapresi grazie anche a un prezioso bagaglio di competenze maturate nel mondo dell’opera.
Lei vanta un’intensa attività direttoriale in Italia e all’estero. C’è un’opera o un lavoro sinfonico a cui è particolarmente legato?
Amo moltissimo l’Opera Italiana del periodo tra 800 e 900; la amo tutta e senza condizioni. Oltre al venerato Puccini, resto sempre affascinato dal mondo di Leoncavallo, Giordano, Cilea, Mascagni, Ponchielli, Catalani, Rocca, Zandonai, Refice. In onore di Respighi, proprio in questi ultimi due anni, ho sviluppato un progetto sinfonico a Marsiglia che ha avuto un grandissimo successo e ha suscitato l’inatteso entusiasmo del pubblico. Molto spesso ritorno, però, al primo amore e cioè al repertorio che ho curato nella prima parte della mia carriera: Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi. Sono stato molto appagato dall’avere diretto  Francesca da Rimini e Amico Fritz a Trieste che ho concertato recentemente  anche a Cagliari, Zazà a Nizza, Fedora con Josè Cura, Adriana Lecouvreur, Andrea Chenier, Cavalleria rusticana e Pagliacci a Marsiglia. Ho un bellissimo ricordo del mio incontro con Alfredo Kraus a Torino. Con Lui ho percorso un lungo cammino di concerti e di un’indimenticabile Lucia di Lammermor a Siviglia con  la regia di Gian Carlo Menotti. Certamente sono anche gli incontri umani e non solo professionali quelli che affinano la sensibilità umana e artistica! Un altro momento indimenticabile è stato la collaborazione con la Pavarotti Foundation e con Nicoletta Mantovani Pavarotti alla ricerca di giovani talenti nel nome del grande tenore. E come non citare la splendida edizione di Maria Stuarda alla Fenice di Venezia diretta alla presenza del Principe Carlo d’Inghilterra.
E una rappresentazione o concerto sinfonico da lei diretto? Ce lo può descrivere?
Esperienze elettrizzanti sono stati i concerti sinfonici da me diretti a Marsiglia i cui programmi prevedevano l’esecuzione dei Pini di Roma,  del poema sinfonico Cyrano di Bergerac di Finzi,  il Secondo Concerto per pianoforte ed orchestra di Šostakovič con Mikhail Rudy in qualità di solista, l’Imperatore di Beethoven con Andrew Von Oeyen, il Primo concerto per pianoforte e orchestra di Brahms con Abdel Rahman el Bacha e le due ouvertures di Wagner, Meistersinger e Tannhäuser.
Cosa pensa dello stato della musica e dei teatri in Italia e all’estero?
Per quanto riguarda l’Italia spero che si esca presto da questa grave situazione. Mi auguro che non si segua il solito schema stabilito negli ultimi decenni dai soliti responsabili  per cui prima le priorità  e poi si vedrà: occorre agire subito a 360 gradi con una politica mirata e lungimirante. Spero che questa attesissima crescita venga disposta tenendo conto delle caratteristiche profonde e radicate della nostra gente e della nostra storia con  una formula costituita, oltre che da tre I, anche da tre C: Cultura, Cultura e Cultura!Per quanto riguarda l’Estero i problemi non mancano, anche se, per quanto attiene alle mie esperienze dirette, ho avvertito una maggiore attenzione e consapevolezza. A proposito del nostro Paese… come non ricordare, con una certa nostalgia, il fermento musicale che coinvolse la città di Milano negli anni 80! Progetti culturali ambiziosi ed innovativi permettevano di assistere ai concerti della Rai o a quelli organizzati dal Conservatorio diretti da eminenti personalità come per esempio Claudio Abbado e Maurizio Pollini. Per non parlare dei programmi nei quali figuravano compositori come Alban Berg e Mahler….  Chi c’era in quegli anni ha avuto la fortuna di respirare un’aria un po’ diversa…
E veniamo ai  Capuleti e i Montecchi che dirigerà tra qualche giorno a Verona. Ci può rivelare le difficoltà interpretative che presenta questa partitura?
Vincenzo Bellini aveva chiaramente affermato che avrebbe scritto  I Capuleti e i Montecchi solo se avesse potuto contare su una compagnia di canto di primordine, proprio perché era certo di appressarsi a scrivere un capolavoro belcantistico. L’opera è, infatti, ricca di passi musicali divisi per arie, duetti, affreschi corali e concertati la cui concezione musicale è estremamente nuova per il tempo. La qualità della sua musica e la ricerca armonica in costante movimento lasciano ampio spazio alla poesia e, dunque, alla parola declamata. Le voci, sempre in evidenza in modo soave e armonioso, costituiscono un contesto meraviglioso che gli strumenti non devono mai soverchiare. Il canto espressivo e le linee melodiche infinite sono sempre più vicine al mondo chopiniano e la loro delicatezza e vulnerabilità sono il carattere più profondo dell’intimità belliniana. Le tinte pastello dell’orchestra che accompagnano Giulietta con il corno obbligato e l’arpa ne sono la testimonianza più autentica. Il canto all’unisonospirituale e non musicale (le due voci in realtà si muovano omofonicamente per terze) di Giulietta e Romeo del finale vuole dimostrare come i contrasti terreni non siano capaci di separare due anime pure. I concertati e gli affreschi corali belliniani di quest’opera sono di spirito evidentemente prerisorgimentale e appaiono molto vicini alla Lucia donizettiana.  Con tutte queste caratteristiche è facile immaginare quanto difficoltosa ed impervia sia la realizzazione di Capuleti e Montecchi e con quale emozione e palpitazione mi appresti ad affrontare questa musica, fra le rare che riescono a muovere al pianto la sensibilità dei più attenti ascoltatori.
Andando sul personale, che rapporto ha con la spiritualità?
La Spiritualità è una ricerca continua e, proprio perché alta, difficile da sfiorare. Cerco di provarci.
La  situazione più rilassante?
Ammirando i paesaggi ancora antichi delle zone in cui abito, il Novarese e il Vercellese, dove nei periodi in cui vengono allagate le terre adibite alla coltivazione del riso avviene una metamorfosi totale della visione panoramica. Guardare questo orizzonte infinito e silenzioso è per me motivo di grande pace ritrovata. È molto spesso fuori casa per lavoro.
C’è qualcosa che Le manca della sua casa, quando è lontano?
Mi mancano sempre i miei figli, la nostra casa, le loro grida gioiose in giardino d’estate.
C’è qualcosa che le manca in generale nella sua vita?
Tutto ciò che mi manca oggi è motivo di stimolo per il futuro. La vita quotidiana scorre nella speranza di realizzare sogni e aspirazioni. Il giorno in cui tutto troverà una forma di soddisfazione non è ancora arrivato per me e mi auguro che non arrivi presto.
Si ricorda del primo disco da lei acquistato?
Nella casa della mia famiglia si potevano trovare molti dischi sia d’Opera per la passione di mia madre sia di musica leggera particolarmente amata da mio padre (Trio Lescano, Rabagliati etc.), sia di musica pop apprezzata dai miei fratelli che facevano parte di una band… Così acquistai l’Histoire du Soldat di Stravinskij quasi per contrastare la moda imperante in casa!
Ha un sogno nel cassetto, dal punto di vista professionale, che le piacerebbe realizzare?
Vorrei tanto dirigere La Fiamma di Ottorino Respighi.
Prossimi impegni importanti?
Adriana Lecouvreur a Bilbao, Gioconda a Marsiglia, Carmina Burana in forma scenica e una serie di concerti sinfonici, di cui non anticipo ancora nulla perché in fase di definizione.

 

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