La Fenice apre con L’Africaine, tra esotismo e denuncia anticolonialista

Teatro La Fenice di Venezia Lirica e balletto Stagione 2013-2014. Opera inaugurale
“L’AFRICAINE”
Opera in cinque atti
Libretto di Eugène Scribe
Musica di Giacomo Meyerbeer
Inès JESSICA PRATT
Sélika VERONICA SIMEONI
Vasco de Gama GREGORY KUNDE
Don Alvar EMANUELE GIANNINO
Nélusko ANGELO VECCIA
Don Pédro LUCA DALL’AMICO
Don Diego DAVIDE RUBERTI
Le grand inquisiteur de Lisbonne MATTIA DENTI
Le grand-prêtre de Brahma RUBEN AMORETTI
Anna ANNA BORDIGNON
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Emmanuel Villaume
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Regia Leo Muscato
Scene Massimo Checchetto
Costumi Carlos Tieppo
Light designer Alessandro Verazzi
Video designer Fabio Iaquone, Luca Attilii
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nel 150° anniversario della morte di Giacomo Meyerbeer
Venezia, dal 23 novembre 2013    
Si è aperta  al Teatro La Fenice la Stagione lirica 2013-2014 con un nuovo allestimento de L’Africaine di Giacomo Meyerbeer, su libretto di Eugène Scribe, un’opera andata in scena postuma nel 1865 all’Opéra di Parigi – ultimo capolavoro del musicista, che fu il dominatore assoluto del teatro musicale francese, nel periodo fastoso del grand-opéra, godendo di grande fama in tutta Europa a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento. Idolatrato dal pubblico di Parigi, succedendo a Rossini (che il compositore tedesco ammirava talmente da italianizzare il suo nome da Jakob in Giacomo), egli incarnò pregi e difetti della scena parigina del suo tempo, coniugando un eccezionale senso del teatro, inteso però come effetto esteriore più che come vera forza drammatica, a indubbie doti musicali, testimoniate, in particolare, dalla raffinatezza delle sue orchestrazioni, da una musica tutto sommato sempre di ottima fattura, seppure piuttosto lontana dall’esprimere quella caratterizzazione introspettiva dei personaggi, che è poi la grandezza di Verdi. È, comunque, fuor di dubbio – come nota Emanuele Bonomi nel programma di sala – che il futuro autore di Aida non poté non trarre esempio da quest’opera per importanti aspetti: l’esotismo, la contrapposizione tra la protagonista e la sua rivale, che è anche conflitto razziale, le grandi scene di massa. Ma neanche l’antisemita Wagner poté sottrarsi al fascino “proibito” dell’israelita Meyerbeer, che, come si può cogliere anche ne L’Africaine, semantizza il parametro timbrico, sottoponendo una stessa idea musicale a diverse mutazioni da questo punto di vista, per arricchire il significato di una determinata scena col suggerire un ricordo o un presagio. Riguardo a Meyerbeer, dunque, come per il contemporaneo Carl Maria von Weber, si può parlare di Reminiszenzentechnik, quella tecnica del variare uno stesso tema in funzione drammatica, che sarà punto di partenza per la successiva definizione del Leitmotiv wagneriano.
Meyerbeer torna alla Fenice. Il teatro veneziano, non solo da quest’anno, sta offrendo, in sintonia con alcuni dei massimi teatri d’opera internazionali, un contributo determinante alla riscoperta di un compositore pressoché caduto nell’oblio: nel 2007 fu scelta come opera inaugurale della stagione lirica il Crociato in Egitto (prima rappresentazione in tempi moderni dell’opera, scritta nel 1824 proprio per la scena fenicea); questa volta si apre con L’Africaine, in occasione dell’anniversario della morte dell’autore, che cadrà nel 2014.
Il nuovo allestimento, proposto in lingua originale, vede come regista Leo Muscato, vincitore del Premio della critica teatrale 2007 e del Premio Abbiati 2012, coadiuvato per le scene da Massimo Checchetto, per i costumi da Carlos Tieppo, per le luci Alessandro Verazzi, per i video da Fabio Iaquone e Luca Attilii. Il giovane regista pugliese in una recente intervista, rilasciata durante le prove, dopo aver ricordato la travagliata genesi dell’opera, che ha mantenuto il titolo originario, pur richiamandosi chiaramente, nella versione finale, alla cultura indiana, ha riassunto i criteri cui si ispira la sua messinscena. Egli ha cercato di restituire allo spettatore di oggi l’opera così come poteva presentarsi nella mente di chi la scriveva e la metteva in scena per il pubblico del secondo Ottocento, anche se nel caso de L’africaine, non lo sapremo mai, visto che Meyerbeer morì prima di aver rifinito la partitura. Comunque, studiando il grand-opéra francese, Muscato si è fatto l’idea che questo genere di spettacolo fosse qualcosa di simile al cinema hollywoodiano, sia per l’imponenza dei mezzi usati sia per l’aspettativa che ogni nuova produzione suscitava nel pubblico. Il regista e i suoi collaboratori hanno inteso ricreare la spettacolarità cara al pubblico di quell’epoca, ovviamente utilizzando i mezzi a disposizione oggi (come testimoniano i diversi video proiettati). Nello stesso tempo hanno voluto stimolare l’immaginazione degli spettatori usando mezzi elementari come avviene in corrispondenza dell’aria “Beau paradis”, in cui l’estasi di Vasco di fronte alla natura incontaminata dell’isola, di cui Sélika è regina, viene suggerita da una pioggia di coloratissimi petali rossi, più efficaci –  a detta del regista – di qualsiasi immagine.
In effetti ci è parsa davvero interessante questa impostazione registica, che riesce a coniugare, una volta tanto, l’attualizzazione dell’argomento con il rispetto delle esigenze del libretto, della musica e del canto. È chiaro il messaggio che si vuole trasmettere attraverso i video in apertura dei primi quattro atti. L’opera viene letta come una denuncia del colonialismo occidentale di ieri, ma anche – sotto altre forme – di oggi, funzionale agli interessi delle potenze industrializzate e delle loro multinazionali: ecco allora il significato delle immagini di guerra – ma anche del primo allunaggio – di campi di lavoro, di fabbriche con operaie di colore, di alcuni marchi prestigiosi nel campo della moda o dell’agricoltura biotech. Per il resto lo spettacolo è, sotto l’aspetto visivo, abbastanza tradizionale, ma di ottimo gusto: i vari ambienti (ogni atto si volge in un contesto ambientale diverso) e il periodo storico vengono caratterizzati da pochi elementi d’arredo e da costumi, europei e indiani, nello stile dell’epoca, secondo una visione realistica e, nei limiti del possibile, storicizzata. Di particolare effetto, sempre in ossequio al libretto, nei primi tre atti, planisferi e carte nautiche appesi alle pareti così come, nella scena del carcere dietro una grande grata, una sordida rassegna dei tormenti cui venivano sottoposti i reclusi o lo spaccato della nave, nel terzo atto, in cui si vedono coperta e sottocoperta.
Lussuoso il cast. Assolutamente convincenti le interpreti dei due ruoli femminili maggiori. Il mezzosoprano Veronica Simeoni (già applauditissima Carmen e Azucena alla Fenice) è stata una Sélika nobile e appassionata, capace di dare al suo canto inflessioni di volta in volta liriche o drammatiche, come si è sentito nella prima delle due grandi arie della protagonista, l’air du sommeil (secondo atto), nel carcere dell’inquisizione accanto a Vasco dormiente, un brano che comprende una parte, in cui l’interprete dialoga con il flauto similemte a quanto avviene nella Lucia (“Sur mes jenoux”), nella quale ha confermando le sue doti di interprete sensibile e raffinata. Davvero impeccabile e ricca di pathos anche la sua interpretazione della seconda grande aria a lei affidata, nel quinto atto, in cui la sfortunata regina – novella Didone – scruta, da un ponte sospeso sul mare, la nave che le porta via per sempre l’amato Vasco, prima di darsi la morte annusando l’inebriante, ma esiziale, profumo del manzaniglio (“D’ici je vois la mer … La haine m’abandonne”). Dire che è stata indimenticabile nell’esprimere la voluttà generata in lei da quei fiori – complice l’orchestrazione delicatissima di Meyerbeer, in cui primeggiano le arpe – è il minimo.
Non è stato da meno il soprano Jessica Pratt nei panni della sognante Inès, sfoggiando sin dall’inizio (duetto con Anna e aria d’addio) la sua bella voce di soprano lirico-leggero, capace di sfumature e sfavillanti acuti. Travolgente il Vasco – egocentrico e appassionato – delineato dal tenore  Gregory Kunde (Premio Abbiati 2012 per l’Otello verdiano alla Fenice), che ha confermato la sua voce possente ed estesa dal timbro brunito, dimostrandosi capace di esprimere pathos intenso come, nel primo atto, in “Oh! Non! … je parlerai,” sdegnato verso l’ottusità del Consiglio del Re, o sfumature leggere e tenero lirismo nell’invocazione “Parle donc, Sélika!”, assecondato dal meraviglioso commento orchestrale di Meyerbeer, in cui prevalgono i violoncelli e i legni. Superbo – ad esprimere l’estasi e l’appagamento del conquistatore – nell’aria più famosa dell’opera, “Beau paradis” (atto quarto), impreziosita, anche in questo caso, dal delicatissimo impasto timbrico creato da Meyerbeer come accompagnamento, che inizia con il clarinetto sopra il tremolo dei flauti. Ottima la prestazione di Angelo Veccia nel ruolo di Nélusko – personaggio combattuto tra l’odio verso i cristiani e l’amore per Sélika – che, in particolare, ha reso una straordinaria interpretazione di un’altra delle pagine più note dell’opera, la ballata “Adamastor, roi des vagues profondes”, segnalandosi anche per la presenza scenica, in veste di infido nocchiero. Notevole la voce di Luca Dall’Amico, che ci ha fatto apprezzare un Don Pédro spietato, fremente di ambizione e di gelosia, sfoggiando, con intelligenza e aderenza alla parte, una bella voce scura di basso, timbricamente omogenea. Di grande professionalità anche gli altri interpreti nel registro di basso: Davide Ruberti nel ruolo del conformista Don Diego, Mattia Denti in quello dell’insidioso Grand inquisiteur de Lisbonne, Ruben Amoretti nei panni dell’esotico grand-prêtre de Brahma. Autorevoli il saggio Don Alvar di Emanuele Giannino, tenore lirico-leggero dal timbro gradevole e il bel fraseggio, e la fedele Anna di Anna Bordignon, soprano di pari doti vocali. Sempre all’altezza, anche in pagine tutt’altro che semplici (come nel choeur des femmes e in quello des matelots nel terzo atto), il coro adeguatamente istruito da Claudio Marino Moretti. La perfetta riuscita dello spettacolo è, ovviamente, dovuta in larga parte anche al maestro Emmanuel Villaume (già apprezzato interprete alla Fenice del Crociato in Egitto e di Thaïs di Massenet), la cui direzione e concertazione si è imposta per la precisione, nonché per la capacità di  mettere in valore ogni aspetto della monumentale partitura e, soprattutto, di assicurare una perfetto affiatamento tra il palcoscenico e l’orchestra, rendendo appieno le seducenti e talora inusitate sonorità meyerbeeriane, come le diverse voci nelle grandi scene d’insieme. Strepitoso successo di pubblico.

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