“La Traviata” al Regio di Torino

Torino, Teatro Regio, Stagione Lirica 2013 /2014
“LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave dal dramma La Dame aux camélias
di Alexandre Dumas figlio.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry IRINA LUNGU
Alfredo Germont MASSIMO GIORDANO
Giorgio Germont MARCO DI FELICE
Flora Bervoix SILVIA BELTRAMI
Annina FRANCESCA ROTONDO
Gastone LUCA CASALIN
Il barone Douphol DONATO DI GIOIA
Il marchese D’Obigny RYAN MILSTEAD
Il dottor Grenvil DAVIDE MOTTA FRÉ
Giuseppe DARIO PROLA
Un domestico di Flora MARCO TOGNOZZI
Un commissionario LORENZO BATTAGION
Ballerini SIMONA TOSCO, LUCA ALBERTI
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Donato Renzetti
Maestro del Coro Claudio Fenoglio
Regia e costumi Laurent Pelly
Ripresa da Laurie Feldman
Scene Chantal Thomas
Luci Gary Marder
Allestimento del Teatro Regio di Torino in coproduzione con Santa Fe Opera Festival
Torino, 18 ottobre 2013

Quando un teatro d’opera propone un allestimento di repertorio, pare lecito che anche il commentatore scriva una recensione di repertorio. Così, dato che questa Traviata viene riproposta nell’allestimento firmato da Laurent Pelly, creato, in coproduzione con il Santa Fe Opera Festival, per l’inaugurazione della stagione 2009/2010, e già più volte ripreso sul palcoscenico del Regio, rimando a quanto scrissi in proposito in occasione delle recite di aprile 2011, e a quanto scritto dal collega Michele Curnis nel marzo scorso. Gli elementi a mio giudizio critici della regia permangono, anche se tutto, nel bene e nel male, è parso ora un po’ alleggerito e semplificato, forse per effetto del poco tempo riservato alle prove a causa delle contemporanee produzioni di Simon Boccanegra e Rigoletto, che hanno segnato il mese del bicentenario verdiano.
Ci si può dunque concentrare sul lato musicale dello spettacolo, che non è nato sotto le più favorevoli stelle, se si pensa che vi sono state ben due sostituzioni di direttore nelle ultime settimane. Corrado Rovaris, già sostituto di Renato Palumbo, ha fatto presente la propria “indisponibilità” (così dichiarata nell’annuncio che ha preceduto l’inizio della prima rappresentazione; voci di corridoio affermano che si tratti di incompatibilità con la compagnia di canto) a pochi giorni dal debutto, ed è stato rimpiazzato da Donato Renzetti, presente in loco per le recite di Rigoletto. Il quale Renzetti, forte della sua lunga esperienza nel teatro d’opera, è riuscito a condurre dignitosamente in porto lo spettacolo, adattandosi alle esigenze dei solisti e senza pretendere di rispettare troppo la filologia (a partire dal taglio delle ripetizioni delle cabalette – eccezion fatta per quella della protagonista –  e delle doppie strofe delle arie di Violetta). Come le premesse lasciano intendere, si è trattato di una recita di routine, che non resterà a lungo nei ricordi degli spettatori più scaltriti. Per ciò che riguarda Violetta e il vecchio Germont, tuttavia, si può affermare che si sia trattato di routine buona, o per lo meno discreta. Il soprano Irina Lungu, pur partita con una voce piccolina, quasi inudibile nelle prime scene, e pur risentendo qua e là d’intonazione calante, ha affrontato con proprietà il ruolo, giungendo a risultati ora onestamente professionali, ora di più spiccata personalità, non necessariamente condivisibili ma meritevoli d’essere segnalati. In particolare, l’aria del I atto si è distinta per la lettura lenta e intimista: introspettiva nel cantabile, e sulla stessa onda nel tempo di mezzo che così suona, però, un po’ privo di mordente; per giungere a una cabaletta di cui ha colpito soprattutto la ripetizione, palesemente triste e sfiduciata, insolita nel suo tentativo di mettere in luce, al di là della brillantezza del brano, lo stato d’animo della giovane escort. Su questa stessa linea interpretativa si è collocato anche il sofferente «Addio del passato». Nel ruolo di Germont si è ascoltato il baritono Marco Di Felice, dalla voce sicura e tonante, forse fin troppo: se da un lato, infatti, l’emissione robusta del suono gli è giovata per incarnare la sicurezza delle proprie convinzioni che caratterizza il padre di Alfredo, dall’altro ha penalizzato l’espressione di quella aplomb dignitosa di cui il personaggio dovrebbe pur rivestirsi. L’aria «Di Provenza», in particolare, è suonata un po’ gridata, priva delle morbide sfumature con le quali Giorgio dovrebbe cercare di convincere il figlio a tornare nella casa paterna. Se questo “gridare” è la scelta interpretativa discutibile di un cantante di cui non si mette in dubbio la qualità vocale, altro discorso occorre fare per il tenore Massimo Giordano, interprete di Alfredo. Giordano (il quale, a quanto risulta, è stato contestato in teatro nel corso delle repliche) ha infatti sfoggiato uno strumento carente sotto più punti di vista, costantemente povero di intonazione, di stabilità e di colori. Si è apprezzato lo sforzo dell’interprete nel concentrare la propria attenzione sui momenti vocalmente focali, come l’impervia cabaletta che, eseguita senza puntature, è risultata forse il passo meglio riuscito della sua prestazione; oppure lo sprezzante assolo nel finale II. Ma proprio le frasi interlocutorie, gli interventi brevi, insomma quei momenti cantati con più spontaneità e naturalezza, hanno messo in luce una notevole difficoltà da parte del tenore; e valgano come esempio i pertichini nella cabaletta di Violetta, che negavano l’interpretazione critica oggi più accreditata, secondo cui sarebbero echi psicologici del precedente duetto interamente confinati nella mente della protagonista: parevano, infatti, grida provenienti dalla strada.
La traviata è anche opera di seconde parti, e si può dire che tutti abbiano ricoperto il loro ruolo in maniera adeguata, dal mezzosoprano Silvia Beltrami (una Flora dalle oscure risonanze carnali), interprete negli stessi giorni di Maddalena in Rigoletto, al baritono Lorenzo Battagion (professionale Commissionario), passando per il soprano Francesca Rotondo (di lusso nel ruolo di Annina) e per tutti i nominativi che si possono leggere agevolmente in locandina. Ottimo, come sempre, il coro. Un’esecuzione di routine, si diceva, che non resterà a lungo nei ricordi degli spettatori più scaltriti. Si spera, però. che la bellezza della musica di Verdi, capace di vincere anche un’esecuzione non memorabile, resti nel cuore dei tanti giovani studenti, portati in teatro dalle scuole, che affollavano la “prima”; e che tra di loro sorga qualche nuovo appassionato d’opera.

 

 

 

 

 

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