Bruxelles:”Hamlet” di Thomas

Bruxelles, Théâtre La Monnaie, Stagione Lirica 2013/2014
“HAMLET”
Opera in cinque atti di  Michel Carré & Jules Barbier, da William Shakespeare
Musica di Ambroise Thomas
Claudius VINCENT LE TEXIER
La Reine Gertrude JENNIFER LARMORE / SYLVIE  BRUNET-GRUPPOSO
Hamlet STÉPHANE DEGOUT / FRANCO POMPONI
Ophélie LENNEKE RUITEN / RACHELE GILMORE
Laërte RÉMY MATHIEU
Horatio/Premier Fossoyeur HENK NEVEN
Marcellus/Deuxième Fossoyeur GIJS VAN DER LINDEN
Le Spectre du feu Roi JÉRÔME VARNIER
Coro e Orchestra del Théâtre La Monnaie
Direttore Mark Minkowski
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia Olivier Py
Ripresa da  Andreas Zimmermann
Scene e costumi Pierre-André Weitz
Luci Bertrand Killy
Bruxelles, 8 e 13 dicembre 2013

Uno spettacolo duro, che non ha più nulla di romanticamente attraente, dove i dubbi e i tormenti interiori dei protagonisti sono portati alle estreme violente conseguenze, con Hamlet che si presenta in scena all’apertura del primo atto come un autolesionista che si sta sfregiando il petto e le braccia con un coltello, tanto per chiarire subito qual’è il taglio dello spettacolo. Il Teatro de la Monnaie di Bruxelles ha riproposto l’Hamlet scritto nel 1868 dal compositore francese Ambroise Thomas nella visione cupa e attualissima del regista Olivier Py, allestimento che ha debuttato nel 2012 nel piccolo Theater an der Wien e riproposto adesso in Belgio con grande successo di pubblico e critica. Un’opera ormai poco rappresentata, ma che Py ha mostrato bene come possa essere ancora godibile e toccante per il pubblico odierno. Per la verità, in alcuni momenti quasi un pugno nello stomaco, con un Hamlet che oscilla tra l’autismo e l’ardente desiderio di suicidiarsi, e per alcune scene giocate tutte sul provocare disagio nell’assistere a rappresentazioni di violenza bruta e di sesso esplicito. E con tanto nudo in mostra, nelle vesti discinte della regina Gertrude, complice dell’uccisione del marito per mano del suo nuovo sposo, ma soprattutto quando Hamlet canta nudo nel drammatico confronto con la stessa Gertrude, il momento di verità tra madre e figlio, perché non a caso si dice che la verità è nuda, e il principe di Danimarca nella trasposizione del regista francese sta facendo un bagno in una bella vasca con i piedini, con la regina che lo aiuta a lavarsi, quando la verità tra i due viene a galla.
Hamlet è il baritono francese non ancora quarantenne Stéphane Degout, davvero ben scelto per la parte così come pensata dal regista. Una voce baritonale molto adatta per timbro a rendere i lati più intimi del personaggio, reso attraverso una dialettica sottile e morbida. Gli fanno un po’ difetto semmai qua e là potenza e squillo (in particolare nel brindisi del secondo atto).  Al suo fianco, nella parte di Ofelia, il soprano Olandese Lenneke Ruiten, voce d’usignolo fine e melodica, precisa nel rendere i virtuosismi del suo personaggio, che incanta nella scena della pazzia con la sua bella canzone che il regista le fa eseguire sulla parte girevole centrale della scena, come se fosse su un carrillon, incentrando alla fine su di lei tutte le luci. Ma la sua melanconica follia per il presunto perduto amore di Amleto non emana più fascino romantico e appare, più modernamente, come la rappresentazione dell’incapacità di una adolescente di affrontare la realtà e le sue prime delusioni. La parte di Ofelia appare così di minore rilevanza nel complesso del dramma rappresentato, e in questo Py è più fedele all’opera di Shakespeare che non a un Thomas che, come i suoi tempi prediligevano, aveva ingigantito la parte per il soprano rispetto al ruolo giocato da Ofelia nel testo originario inglese. Nell’allestimento di Py tutto gira intorno ad Hamlet, e il regista preferisce sempre posizionare in primo piano la solitudine e il tormento interiore di Hamlet. E anche il coro finisce per essere spesso messo in disparte, sacrificato negli spazi laterali angusti della scena tra una scala e l’altra.
Scale di mattoni neri dominano infatti la cupa scena, una ripida scalinata riempie tutto il palcoscenico, sia in larghezza che in altezza, formata da blocchi che si aprono e ruotano a formare diversi ambienti. Scalinata che mette a dura prova, sin dall’ingresso in scena il re Claudius, interpretato dall’impacciato, ma vocalmente corretto, basso Vincent Le Texier, che almeno una volta ha rischiato un pericoloso scivolone da metà altezza, e la regina Gertrude, interpretata nel primo cast da Jennifer Larmore, nel secondo da Sylvie Brunet-Grupposo, entrambe  sempre con gli occhi fissi in basso, per non cadere, quando dovevano cantare su e giù per le scale, a causa anche di un vestito lungo che facilitava l’inciampo. Entrambe un po’  in difficoltà a gestire una tessitura vocale alquanto impegnativa. La Brunet-Grupposo appare più opaca e afflitta da un registro acuto piuttosto “fisso”. Della Larmore si evidenzia una voce piuttosto affaticata ma che la cantante riesce a gestire, soprattutto nelle zone più alte, con maggiore sicurezza rispetto alla collega. Ma con tutti gli interpreti in generale obbligati, a volte sembra davvero insensatamente, a prestare più attenzione a salire e scendere gli infidi scalini che al canto. Anche Hamlet e Ofelia sono costretti a rincorrersi per le scale, il risultato è sì di tanto movimento in scena, ma a tratti persino ridicolo.
Nel secondo cast, con Hamlet interpretato da Franco Pomponi il risultato è leggermente diverso. Pomponi ha una voce più possente, tratteggia un principe con l’impeto della ribellione, che più che un uomo drammaticamente irrisolto e introverso sembra un adolescente ancora indeciso, un Hamlet meno algido, che da il meglio di sé, a differenza di Degout, vocalmente nelle scene d’azione e negli insieme. Una bella vocalità che però sembra un po’ a disagio nella visione di Py, sicuramente tutta cucita addosso sulla personalità di Degout. Nel secondo cast buona prova pure di Rachele Gilmore, un’Ofelia  candida, aggraziata, malinconica. Rémy Mathieu è un Laerte dalla buona linea vocale e intrepretativa.
In tanto nero, di scene e costumi (tranne Ofelia vestita nel primo tempo tradizionalmente tutta in bianco), a firma di Pierre-André Weitz, brilla per contrasto la figura dello spettro defunto del re padre di Hamlet, senza la scintillante armatura prevista nel testo, ma a torso nudo e con invece una maschera bianca ricoperta di strass. Spettro interpretato da Jèrome Varnier, un basso prestante che canta ben scandito con calma e autorevolezza, così come conviene in un dramma dove gli spiriti sono più sicuri delle loro azioni e delle loro volontà di vendetta dei travagliati viventi. Molto belle le luci, di Bertrand Killy, con alcune soluzioni di riuscito effetto anche grazie ad un sipario di plastica su cui si riflettono tremolanti le luci della sala, perfette ad accompagnare le note melanconicamente cupe della partitura, o vengono proiettati lampi di luce che sembrano i tanti corti circuiti che avvengono nelle teste dei protagonisti.
L’orchestra de la Monnaie, diretta da Marc Minkowski, restituisce con piacevolezza la partitura di Thomas immeritatamente negli ultimi decenni completamente dimenticata, ma che invece ha mostrato ancora oggi di racchiudere pagine interessanti. Per la prima volta nella storia della musica poi nell’opera Hamlet di Thomas si ha in scena, nel secondo atto, un assolo di sax alto (già utilizzato in un’opera ma ancora mai in scena), suonato qui in modo eccellente da Pieter Pellens.  Il che fa ricordare che il prossimo anno si celebreranno, in pompa magna in Belgio, i duecento anni della nascita di Adolphe Sax, belga appunto, inventore dello strumento. La concertazione di Minkowski è fantasiosa, varia nelle dinamiche, sfoggia tonalità morbide e particolarmente sensibili alle atmosfere tristi e allucinate.
Tra le scene meno riuscite  del lavoro del regista invece la trasformazione della festa dei contadini in una rivolta popolare o la tortura dei commedianti rei di avere messo in scena, su suggerimento di Hamlet, una perfetta riproduzione dell’assassinio del re dormiente attraverso del veleno fatto gocciolare nel suo orecchio.  Nel finale poi Py ha scelto di mettere insieme il lungo testo originale scritto per la prima di Parigi del 1868, dove Hamlet uccide Claudius e viene proclamato nuovo re, con la successiva versione rielaborata per il pubblico inglese in cui, come succede nel dramma di Shakespeare, Hamlet alla fine muore. Se quindi l’Hamlet di Ambroise Thomas, nell’interpretazione che ne ha dato Olivier Py, sembra così tornato a nuova vita,  forse i cinque atti originali dell’opera, più finale inglese, andrebbero sfoltiti di qualche pagina oggi senza più molto senso, per evitare il rischio di qualche sbadiglio in sala durante le tre ore e mezza di esecuzione, malgrado complessivamente l’indubbiamente ben condotta operazione di attualizzazione dell’opera e il bravo Stéfane Degout come Hamlet .

 

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