I Turchini alla IUC: Opera seria e Opera buffa nei teatri napoletani del XVIII secolo

Roma (“La Sapienza” Università di Roma) Istituzione Universitaria dei Concerti, Stagione 2013/2014
Ensamble strumentale I Turchini”
Direttore Antonio Florio
Soprano Valentina Varriale
Tenore    Giuseppe De Vittorio
Michelangelo Faggioli: Tarantella a due voci e archi (da La Cilla, 1706), Sto Paglietta presuntuoso, cantata
Nicola Fiorenza
: Sonata per violino e archi in la minore
Giovanni Paisiello
: Pulcinella e Carmosina (da Pulcinella Vendicato, 1770)
Pietro Marchitelli
: Concerto Grosso in la minore
Anonimo
: Lu cardillo (tradizionale, XVIII secolo)
Josè de Nebra
: Tempestad grande amigo, fandango per due voci (1744)
Leonardo Vinci
: Sinfonia per archi, “Vo’ solcando un mar crudele” aria di Arbace (da Artaserse, 1730), Sinfonia (da Partenope, 1723)
Giuseppe Petrini
: Graziello e Nella, intermezzo
Roma 23 novembre 2013
In un ideale pendant col precedente concerto di Salvatore Accardo sul barocco veneto-romano, questo dell’ensemble dei Turchini sposta l’intero focus dell’esecuzione sul barocco napoletano; il programma è del massimo interesse, assai studiato: eppure si deve dire che pende eccessivamente dalla parte dell’opera buffa, a scapito di quella seria, di cui di fatto viene presentata una sola aria. Il programma, rispetto all’originale (prima che il concerto ‒ lo ricordiamo ‒ dovesse essere rimandato per cause di forza maggiore), viene variato: la Invernizzi non canta e, al suo posto, troviamo la Varriale e De Vittorio. La défaillance della prima donna non pregiudica affatto l’esito più che positivo della serata, suggellato da applausi e due bis (Lu cardillo e Tempestad grande amigo). L’ensemble della Cappella della Pietà de’ Turchini suona benissimo: tutti gli strumentisti sono preparati e filologicamente attenti a creare un’autentica atmosfera barocca, mercé anche il lavoro del maestro Antonio Florio. Allievo di un grande nome, Nino Rota, musicologo esperto del periodo barocco napoletano e recuperatore di partiture inusitate (come ‒ appunto ‒ la Partenope di Leonardo Vinci, di cui si esegue l’ouverture) dirige benissimo il complesso con esiti buonissimi in tutti i brani strumentali della serata. I solisti sono Valentina Verriale, mezzosoprano di chiari studi barocchi, e Giuseppe de Vittorio, co-fondatore dell’ensemble, attore e tenore barocco. I due si distinguono in generale nei brani buffi e popolari: la Tarantella del Faggioli, Pulcinella e Carmosina di Paisiello (magnifici i pizzicati iniziali degli archi che annunciano il furtivo avvicinarsi di Pulcinella, egregiamente interpretato da de Vittorio), il fandango in spagnolo di De Nebra e in particolare l’anonimo Lu cardillo, autentico gioiello di melodiosa napoletanità ‒ indimenticabili i giochi e le figure degli archi in trilletti che mimano lo sbatter d’ali del cardillo. I limiti della voce di de Vittorio si palesano tutti nella cantata Sto Paglietta presuntuoso (Faggioli); è vero che un tenore barocco possedeva una voce estremamente brunita, ma Faggioli pecca di potenza e di naturale dotazione, cui sopperisce una straordinaria dote attoriale, che lo rende più interprete che cantante: l’acme la raggiunge travestendosi dalla vecchia Nella, nell’intermezzo di Petrini, dov’è autenticamente nel ruolo tanto che, al confronto, la Verriale palesa non particolari sensibilità ‘da palcoscenico’. Alla Verriale, dalla voce brunita ma non potentissima, è demandata l’unica aria seria della serata, “Vo’ solcando un mar crudele” (Artaserse) di Vinci, pezzo di bravura di una notevole difficoltà e spesso affrontato anche da controtenori (celebri versioni ne hanno dato Philipp Jarrousky e, recentemente, Franco Fagioli): pur non mancando di abilità tecnica (ornamentazioni, trilli ecc.), l’interpretazione che ne dà è buona ma non eccelsa. Non potrei trovare modo migliore di concludere che le belle parole di Franco Piperno (dal programma di sala): «cosa ‒ della musica ‘napoletana’ ‒ in concreto seducesse tanto Rousseau e l’Europa intera, le musiche in programma questa sera lo chiariranno benissimo: una semplicità e un’immediatezza che apparivano a lui la quintessenza della spontanea naturalezza di cui la musica geniale doveva esser dotata, e che egli non riusciva a ravvisare nell’artificiosa musica francese; una spontanea naturalezza insita nel felice rapporto fra la musicalità dell’idioma italiano, magnificamente delineato dalla musicalissima penna metastasiana, e la musica stessa, sicché nell’uno sono già impliciti i germi dell’altra e questa può agevolmente coglierli, svilupparli, esaltarli».

 


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