Il fascino dell’oriente russo: Rimskij-Korsakov e Musorgskij interpretati da Stanislav Kochanovsky

Roma, Auditorium “Parco della Musica”, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, stagione 2013-2014 
Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Direttore Stanislav Kochanovsky
Basso Evgeny Nikitin
Nicolaj Rimskij-Korsakov: La Grande Pasqua russa”, ouverture su temi liturgici op. 36; “Shéhérazade” suite sinfonica op. 35
Modest Musorgskij: da “Boris Godunov”, Scena dell’Incoronazione (Prologo, Scena II), Monologo di Boris (Atto II), Scena della morte (Atto IV, Scena VIII)
Roma, 8 aprile 2014  

Non è certamente un anno propizio per l’Accademia di Santa Cecilia, in quanto a indisposizioni e conseguenti defezioni: l’ennesima è quella del blasonato direttore russo Yuri Temirkanov, che avrebbe dovuto dirigere, oltre a questo, anche il prossimo concerto, tutto brahmsiano. In sua vece per l’odierno concerto, ecco l’elegante, dandy Stanislav Kochanovsky, che ha il compito di non spiacere, non solo al pubblico in sala, ma anche a quello di RaiRadio3 e di Rai5.
C’è una sostituzione in extremis nel programma (tutto dedicato ai due celebri esponenti del ‘Gruppo dei Cinque’), come sovente accade in casi del genere, di un brano di Rimskij-Korsakov: alla precedentemente prevista suite dall’opera La leggenda dell’invisibile città di Kitež, Kochanovsky preferisce l’ouverture La grande Pasqua russa (op. 36, tenuta a battesimo all’ANSC da Pietro Mascagni nel 1909), del medesimo anno della suite Shéhérazade: la direzione è buona e la sintonia fra direttore e l’ottima orchestra è pressoché eccellente, permettendo alle diverse sonorità, di cui è composta questa partitura altamente raffinata, di emergere distintamente ─ magnifico il passaggio con l’assolo del violino, cui seguono i guizzi screziati dei legni (nella prima sezione), come pura tutta l’apoteosi finale evocante la resurrezione. Oltre alla cura estetica della partitura, il direttore non oblia certo il fatto che la partitura presenta un programma: «ho voluto rappresentare il versante leggendario e pagano della Pasqua, cercando di dare voce al sentimento di gioia che nel racconto evangelico accompagna sempre la festa della Resurrezione» (Rimskij-Korsakov, Cronache della mia vita   musicale).
 Di Musorgskij vengono presentate delle scene sciolte del suo capolavoro operistico, Boris Godunov: opera complessa, sia sul piano filologico (se ne contano due versioni d’autore, 1869 e 1872, e tre riorchestrazioni, due ad opera proprio di Rimskij-Korsakov, e una di Šostakovič), che strettamente musicale: l’idea, inoltre, di presentare solo le tre scene in cui lo zar è protagonista assoluto, ha il precedente, all’ANSC, di V. Jurowski (2001), cui seguì cinque anni dopo l’esecuzione integrale dell’opera, sotto l’esperta bacchetta di Gergiev. Il basso Evgeny Nikitin, versato nel repertorio tanto russo, quanto tedesco, ha peraltro inciso proprio con lui l’intero Boris Godunov. L’esperienza si percepisce: la sua statura autoritaria fa da pendant a una voce potente, anche se armonicamente non ricchissima, ma ferma, scultorea, in grado di emettere acuti che sono delle sciabole, dal timbro naturalmente oscuro, e dall’accento violento, che contribuiscono a dipingere la fosca figura dello zar. Le tre scene scorrono gradevolissime e ricche di pathos, mercé anche l’ottimo coro, cui si fanno sempre troppi pochi complimenti a dispetto dell’ottima preparazione: nella Scena dell’Incoronazione, a un’introduzione potentissima (e Kochanovsky qui cambia totalmente modo di concertare: più incisivo, risoluto ─ e sentendolo nella prima composizione si sarebbe potuta avere l’impressione che avesse la mano troppo delicata per Boris), segue uno ieratico, piccolo monologo con i pertichini del coro; ma è nella scena del Monologo dove emerge l’arte piena di Nikitin, che centra un cupo, scultore declamato, cui non sono alieni momenti di più espansa cantabilità; ultima la scena della Morte, dove ai lamenti strazianti dello zar si mescolano gli echi allucinati degli archi, gli accordi perentori dell’orchestra e la trenodia corale. La resa generale è ottima, e assai gradita al pubblico.     Dopo l’intervallo, il piatto forte: la sublime suite sinfonica Shéhérazade op. 35, capolavoro indiscusso di Rimskij-Korsakov e manifesto di un movimento estetizzante che prende le mosse dal folklore russo e arabo. Le gestualità aristocratiche, la sensibilità languida e poetica di Kochanovsky emergono qui al massimo: con la destra dà il tempo, con la sinistra carezza, modella l’argilla del suono. La metafora mi è subito balenata alla mente; e spero non sia parso eccellente solo a me l’innato suo gusto per la resa di fregi e bozzetti musicali. Così, rende indimenticabile la prima apparizione del tema della principessa Shéhérazade, quell’assolo di violino (eccellente l’intera performance del primo violino Carlo Maria Parazzoli) accompagnato dall’arpa che in sé ha tutte le fragranze, i profumi di un esotismo manierato, di un arabesco dalle tinte cangianti; poi lo sviluppo a tutta orchestra, una climax che lentamente conduce alla tempesta (il primo quadro descrive il fortunale in cui si trova la nave di Sinbad). Il secondo quadro (La storia del principe Kalender), aperto dal trasognante tema di Shéhérazade, si impernia sul motivo barbaro, ben ritmato di un fagotto, che ha il sapore delle immense steppe asiatiche. Dopo il terzo quadro (un notturno amoroso dai colori di un quadro di Delacroix, cui Kochanovsky dà un respiro molto lirico, elegante, armonioso, che si conclude col consueto tema della principessa Shéhérazade, virtuosisticamente variato tutto sull’archetto, con magnifici glissati e accordi), si giunge all’ultimo, con l’alternanza ritmica della sezione coreutica (la Festa di Bagdad) a quella agitata della tempesta e del naufragio, fino alla conclusione, dove i temi del sultano Shahriar e della principessa si mescolano, fino al languido filato in sovracuto del violino, che avvia alle placide immagini erotiche del finale. Gli applausi scoppiano generosi, in omaggio a una generosa performance. Foto© Riccardo Musacchio & Flavio Ianniello

 

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