Intervista al basso Marco Vinco

Raffinato e applauditissimo interprete, apprezzato dal pubblico non solo per il suo talento canoro,  ma anche per le sue eccellenti doti sceniche – affinate anche attraverso esperienze nel teatro di prosa – a trentasei anni il basso veronese Marco Vinco si è già esibito sui maggiori palcoscenici del mondo, dai più rinomati teatri portoghesi e spagnoli a Montecarlo, Salisburgo, Berlino e poi oltremanica, al Covent Garden di Londra e ad Edimburgo arrivando fino a Tokio.  In Italia ha cantato alla Scala di Milano, al Comunale di Firenze, al Carlo Felice di Genova, al Comunale di Bologna, alla Fenice di Venezia, all’Opera di Roma, al Regio di Torino, al San Carlo di Napoli e, naturalmente, al Filarmonico e all’Arena di Verona.  Lo incontriamo in occasione delle rappresentazioni della Maria Stuarda di Donizetti, nella quale riveste i panni di Giorgio Talbot; l’opera è in scena al Teatro Filarmonico di Verona dal 6 al 13 Aprile.  Vinco si dimostra subito un interlocutore loquace, empatico e brillante, la stessa felice impressione che ha già convinto il pubblico di tanti illustri teatri.
Partiamo da Maria Stuarda: studiando il ruolo di Talbot, quali aspetti ti preme mettere maggiormente in luce? 
Credo di conoscere abbastanza bene Donizetti: oltre ai vari Dulcamara in Elisir, ho già avuto la fortuna di rivestire i panni di Enrico VIII in Anna Bolena e del Duca Alfonso in Lucrezia Borgia. La scrittura vocale di Donizetti, soprattutto nelle opere serie, spesso inganna l’ascoltatore che, rapito dalla raffinatezza della melodia, immagina che l’interprete stia là sul palco a cantare pacificamente, rapito da una sorta di estasi musicale. Niente di più falso.
In realtà quella di Donizetti è una scrittura molto insidiosa: le tessiture sono acute, le frasi sono lunghe e l’orchestra spesso raddoppia la melodia del cantante con violini o flauti.  Si richiedono pertanto una notevole abilità tecnica, tenuta vocale, forza di accento e incisività timbrica. Infine, non devono mancare raffinatezza e capacità interpretativa. Una bella “rogna” insomma, ma soprattutto “bella”!
Qual è stato il ruolo più impegnativo che hai ricoperto e quale quello che senti a te più congeniale?
Il più impegnativo  direi senz’altro “Le Blonde” nel Don Calandrino di Cimarosa, che ho cantato a Salisburgo, sotto la direzione di Riccardo Muti. Una scrittura al limite dell’impossibile. Alla fine ho avuto un grandissimo successo personale ma Dio solo sa quanta fatica mi sia costato. Il ruolo più congeniale?  È impossibile dirlo perché dipende dal momento che si sta vivendo. E la vita, si sa, è in continuo cambiamento. Posso dire che se in questo preciso momento mi chiedessero “cosa vuoi cantare stasera?”, direi: Leporello.
A quale opera ti senti più legato come interprete? E come ascoltatore?
Come interprete direi tutto il Mozart della trilogia, ma soprattutto Figaro delle Nozze che è stato il primo grande ruolo che mi ha lanciato a livello internazionale. Ho ancora bellissimi ricordi di quella produzione: il Festival di Aix En Provence, nel 2001. Come ascoltatore direi invece Verdi: un vizio di famiglia. Nabucco, Trovatore, Rigoletto, Don Carlo… Su tutti, però, direi Trovatore: a forza di ascoltarlo credo di aver consumato il cd – edizione storica della Scala del 1963 diretta dal grande Tullio Serafin, naturalmente con i miei zii (Ivo Vinco e Fiorenza Cossotto, NdR) che cantano. 
Di quale teatro ti ha maggiormente emozionato calcare le scene?

Come “Teatro” direi, banalmente, la Scala. Come “Luogo” in generale, dico senza dubbio l’Arena di Verona.
Nel corso della tua carriera sei sempre stato molto apprezzato per le tue doti sceniche: dedichi molto tempo allo studio delle caratteristiche psicologiche dei tuoi personaggi o ti lasci guidare dalle scelte del regista? 
Dedicare tempo ai personaggi significa per me, innanzitutto, dedicare tempo alla vita: osservare la realtà, entrare nelle cose, nelle persone, porsi continuamente domande, ridere, piangere, amare: solo così mi sento in grado di “inter-pretare”. Infatti, a mio avviso, l’interpretazione non è mai un’idea astratta che applico ad un personaggio immaginario ma è la mia vita personale in rapporto a ciò che mi colpisce di quel personaggio. Si tratta sempre di una relazione, un’ inter-dipendenza, un “entrare” dentro. Quando mi viene detto “tu riesci a far vivere i tuoi personaggi” io rispondo che in realtà loro sono già vivi. Ma forse sono semplicemente pazzo!
Tutt’altro. Concedimi una piccola provocazione: in un’epoca di grandi “rottamazioni”, quali ritieni che siano gli aspetti su cui si possono avanzare istanze di rinnovamento nell’ambito del teatro lirico? Quali invece i punti fermi?
Qui ci vorrebbe un’intervista a parte, tanto è complesso l’argomento. Mi limito a dire che l’arte è un fenomeno in continuo mutamento, da sempre e per sempre. La storia evolve, i gusti cambiano. L’innovazione quindi non solo è accettata, ma auspicabile. Guai se non ci fosse! Occorre una precisazione: una cosa è nuova in relazione ad una che la precede. Se non conosci la cosa precedente, come fai a rinnovare? Detto altrimenti: se non  conosci la “tradizione”, come puoi pensare di “rompere con la tradizione”? La questione non è tanto “se” rinnovare, ma “cosa” rinnovare. È innanzi tutto un problema di conoscenza. Se i cosiddetti “rottamatori della lirica” fossero meno ignoranti e conoscessero veramente il passato, la storia, la tradizione, forse sarebbero meno capricciosi nelle loro scelte, ed in teatro si vedrebbero cose più belle, più “nuove” nel vero senso del termine.
Sei laureato in Giurisprudenza. In che modo questi studi hanno influito sulla tua vita e sulla tua carriera?
Sicuramente metodo, forma mentis rigorosa, disciplina, senso di responsabilità. Insomma… tutte cose che per un cantante sono dannosissime!
Bassi e tenori, gioie e dolori. I pregiudizi sulle voci hanno un fondamento?
No, figurati! Conosco anche un paio di tenori che capiscono le barzellette. Ah no, non erano due, forse era uno solo (pausa). No, aspetta, quello in realtà era baritono….
Cosa ritieni che lo spettacolo lirico abbia ancora da comunicare ad un pubblico abituato a ritmi sempre più frenetici, ben diversi da quelli dilatati dell’opera?
Rispondo sinteticamente: la bellezza!
Nella tua formazione musicale, quanto è stato importante il Conservatorio?
Io mi sono diplomato in Conservatorio,  ma il mio vero maestro l’ho avuto in casa: mio zio Ivo. Sono stato molto fortunato. Gli devo tutto e gli sono profondamente affezionato.
Sembra che ogni cantante abbia una propria teoria in merito a quale dovrebbe essere il ruolo di un docente di canto. Qual è la tua? 
Non credo di poter aggiungere molto alla innumerevoli opinioni sull’argomento: molto semplicemente, credo che un docente vada valutato solo in base ai risultati che ottiene.
Cosa si prova prima di entrare in scena? Hai qualche rituale particolare o scaramantico che ti va di condividere?
Come diceva il grande Eduardo De Filippo: “essere scaramantico è da ignorante!”. Poi faceva una grande pausa riflessiva e aggiungeva: “però non esserlo porta male!”.  A parte gli scherzi, non credo di avere particolari manie. L’emozione c’è, ma non solo è nel conto:  è assolutamente necessaria.
A quali artisti del passato o ancora in carriera ti senti di accostarti?
Moltissimi e nessuno. Come dicevo prima, inter-pretare significa mettere in relazione se stessi con la realtà, con le persone. Non significa imitare, copiare. Io, pur provando ammirazione per moltissimi cantanti passati, non voglio imitarli, non voglio copiarli. Cerco di essere me stesso. La gente questo lo capisce e lo apprezza.
Da giovane in carriera, che consigli senti di poter dare a chi si accosta al variegato mondo della lirica?
Un consiglio su tutti: andare avanti per la propria strada secondo le proprie convinzioni. Il cammino è complicato e spesso, specie all’inizio, la selva potrà sembrare oscura. Insomma, per dirla con Dante, “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.
Chiudiamo parlando dei tuoi prossimi impegni: quali sono i progetti  dopo la prossima performance veronese?
Prima di lasciare Verona canterò un paio di Stabat Mater a Pasqua qui al Teatro Filarmonico. Poi me ne andrò al Massimo di Palermo per Don Giovanni, a Valencia per un Requiem di Verdi, a Saint Denis per una Petite Messe di Rossini. Tornerò in Arena per Turandot. Poi a Dresda per Elisir d’Amore, per Bohème di nuovo a Verona. Poi a Palma de Mallorca per Barbiere di Siviglia, allo Staatsoper di Vienna per Cenerentola e Anna Bolena, al Covent Garden per Bohème… L’importante, però,  è non pensar troppo al futuro e godersi una cosa alla volta. Sembra una banalità ma non lo è affatto. Se si è troppo proiettati nel futuro ci si perde il meglio. L’adesso.

 

 

 

 

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