77° Festival Maggio Musicale Fiorentino:”Tristan und Isolde”

Firenze, Teatro Comunale, 77° Festival MMF
“TRISTAN UND ISOLDE”
Azione in tre atti.
Musica e libretto di Richard Wagner
Edizione: Edwin F. Kalmus & Co. Inc., Boca Raton, Florida
Tristan  TORSTEN KERL
Isolde
LIOBA BRAUN
Kurvenal MARTIN GANTNER
König Marke STEPHEN MILLING
Brangäne JULIE RUTIGLIANO
Melot KURT AZESBERGER
Ein Hirt GREGORY WARREN
Ein Steuermann ITALO PROFERISCE
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Zubin Mehta
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regia, scene, costumi, luci, coreografia Stefano Poda
Nuovo allestimento
Firenze, 4 maggio 2014
E’ un’inaugurazione che porta con sé la malinconia di un addio quella del 77° Festival del Maggio Musicale Fiorentino dove va in scena un Tristan und Isolde che sarà l’ultimo titolo operistico ad essere rappresentato nella storica sede del Teatro Comunale. Il regista Stefano Poda, al suo debutto fiorentino, com’é sua abitudine cura ogni dettaglio (incluse scene, costumi, luci e coreografia) di un allestimento giocato su chiaroscuri che richiamano i molteplici contrasti della trama, amore-odio, vita-morte, luce-ombra, giorno-notte, così come contrastanti sono i termini con cui Isolde si riferisce a Tristan nel 1° atto. Alla cupezza delle scene rugginose e dei costumi, forse un po’ troppo insistiti, si contrappone l’incessante cascata nivea di un’ideale clessidra alimentata a chicchi di riso che si accumulano al centro della scena e segnano l’inesorabile corsa dei personaggi verso la fine dell’esistenza. L’intero palcoscenico è allagato di riso che da lontano pare sabbia ed evoca un fondale marino nel quale affondano ed emergono figure dal lento incedere, che popolano anche i momenti più intimi dell’opera, simili a spettri di un passato che condiziona il presente e la psiche dei protagonisti. L’azione si svolge su di un piano simbolico, non narrativo ed astratto dove Tristan ed Isolde anche nell’empito della passione non arrivano mai a sfiorarsi. L’impianto scenico rimane immutato nei tre atti se non per la disposizione di un’ampia pedana sospesa che funge ora da rollante vascello ora da soffitto incombente, ma i bellissimi giochi di luce disegnati da Poda valorizzano e rinnovano costantemente la scena contrastando l’insorgere del tedio. I tre atti sono immersi in un’atmosfera caliginosa e trasognata che si dissolve solo sul liebestod finale col calare di un fondale di un candore abbacinante, così come bianco è l’abito indossato da Isolde che trasfigurata spirerà in piedi quasi assunta in cielo.
In forma strepitosa Zubin Mehta e la sua Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino uniti in un matrimonio che dura ormai 29 anni e che dà i suoi frutti in una risposta immediata e in fusione perfetta ed impareggiabile delle parti strumentali. Con gesto cristallino Mehta plasma il suono come materia viva dando anima sonora ed infinite sfumature al rovello interiore dei personaggi. Dopo un esordio meditativo sul celeberrimo Tristan chord quasi sospeso nel quale si indovinano i turbamenti, il dubbio e i sentimenti contrastanti di Tristan e Isolde i tempi si fanno più incalzanti e la tensione emotiva esasperata nei crescendo si scioglie nel climax glorioso del trionfo della passione. Di grande maestria gli interventi solistici dei Professori dell’Orchestra del Maggio, dai richiami dei corni e degli ottoni, alla delicatezza dell’arpa che accompagna le prime frasi di Tristan e Isolde dopo l’assunzione del filtro d’amore, ai difficili cromatismi del canto insinuante ed ossessivo del corno inglese nel terzo atto. Altrettanto ben preparato il Coro del Maggio diretto da Lorenzo Fratini: gli Ho! he! ha! he! dei marinai che avvistano la terra ferma risuonano gagliardi e gli interventi sul finale primo concorrono con l’orchestra a creare lo splendore di suono e la pompa che accompagna i saluti a Re Marke e alla Cornovaglia.
Nel cast vocale l’elemento più debole è costituito dai due ruoli di titolo le cui voci stentano ad arrivare al fondo della platea nonostante un’orchestra impotente ma mai spinta al parossismo. Quasi per un’ideale affinità cromatica con le tinte scure dell’allestimento il ruolo di Isolde (generalmente un soprano drammatico) è affidato al mezzosoprano Lioba Braun. Malgrado una prestazione scevra da incidenti (tralasciando un paio di acuti al limite del grido nei duetti con Tristan), la dizione fumosa, il timbro non suadente, e l’interpretazione piuttosto monocorde e carente in regalità rendono l’artista poco credibile nel ruolo della principessa di Irlanda. Incessantemente stizzita nel primo atto, recupera una morbidezza d’emissione nel secondo e si arricchisce finalmente di dinamiche nel Liebestod intonato sulla pedana/vascello rialzata rispetto al palcoscenico con notevole giovamento alla proiezione del suono. Il Tristano di Torsten Kerl in equilibrio con la partner vocale, ha una buona articolazione e sicurezza in acuto. Dopo un esordio convincente viene tuttavia sopraffatto dalla stanchezza vocale che emerge a più riprese nel corso dell’opera – ora sotto forma di afonia ora come ruvidità – a partire dal secondo atto nel quale non manca una stecca nel duetto con Isolde. In netta contrapposizione con la voce della Braun, Julia Rutigliano (Brangäne) ha un timbro quasi sopranile a dispetto del ben impostato registro di petto messo in luce nel dialogo con Tristan. Interprete intensa dalla voce luminosa e ben proiettata, sebbene non enorme, si fa apprezzare soprattutto nel primo atto, mentre incontra qualche piccolo problema d’insieme con l’orchestra nell’intervento fuori scena del secondo atto e stenta ad emergere nel terzo. Martin Gantner dà vita ad un Kurwenal con ottima proiezione e dizione accolto con calorosi applausi dal pubblico fiorentino al pari di Stephen Milling un Re Marke con belle dinamiche e messe di voce, fraseggio curato ed espressivo, imponente vocalmente e sulla scena, che sa essere autorevole ed umano al tempo stesso. Kurt Azesberger è un Melot preciso e squillante. Efficace Gregory Warren nel doppio ruolo di marinaio e pastore.Unico italiano fra i cantanti Italo Proferisce (Ein Steuermann) dovrebbe cercare un maggiore sostegno per fermare un vibrato un po’ largo. Quasi 10 minuti di applausi con affettuosi consensi rivolti soprattutto a Mehta e all’Orchestra del Maggio, accolti anche all’inizio del terzo atto da un’ovazione a scena aperta. Il grande entusiasmo del pubblico fiorentino immutato nelle quasi 5 ore di spettacolo, non ha dato a notare che interi settori della platea erano vuoti e c’è da chiedersi se ciò non sia da imputarsi alla laconicità dei cartelloni affissi per la città che con sbalorditiva penuria di informazioni riportavano in un ampio spazio vuoto solo il titolo dell’opera e i nomi di direttore d’orchestra e regista, senza un minimo accenno al cast vocale e con totale mancanza di chiarezza sulle date e sull’orario di inizio degli spettacoli. Quarta e ultima replica domenica 11 maggio.

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