Jean-Philippe Rameau (1683-1764): Pièces de Clavecin, Volume 1

Steven Devine, clavicembalo. Premier Livre de Pièces de clavicin (1706) – Suite in A minor / La Minore: Prélude,  Allemande I,  Allemande II,  Courante, Gigue,  Sarabande I & II,  Vénitienne,  Gavotte,  Menuet.  Pièces de Clavecin (1724)Suite in E minor / Mi Minore   Allemande,  Courante,  Gigue en rondeau I,  Gigue en rondeau II,  Le Rappel des Oiseaux,  Rigaudon I & II (with double),  Musette en rondeau,  Tambourin,  La Villageoise (Rondeau). Pièces de Clavecin – Suite in D minor/major / Re Minore –  maggiore:  Les Tendres Plaintes (Rondeau),  Les Niais de Sologne (with 2 doubles),  Les Soupirs,  La Joyeuse (Rondeau), La Follette (Rondeau),  L’Entretien des Muses,  Les Tourbillons (Rondeau),  Les Cyclopes (Rondeau), Le Lardon,  La Boiteuse,  Menuet en rondeau. Registrazione: Chiesa di San Giovanni Evangelista, Oxford, 2-3 dicembre 2013. T.Time:79.27 1 CD Resonus Classics RES10131 (download only),2014.

In maggio 2014 è stato pubblicato il primo volume di una trilogia che la casa discografica londinese Resonus dedica all’opera clavicembalistica di Jean-Philippe Rameau, con Steven Devine unico protagonista del ciclo esecutivo. La scelta dei titoli, gli accostamenti, la qualità interpretativa e tecnica concorrono a un prodotto commerciale di grande interesse; in primo luogo si è evitata la successione cronologica dei brani, perché questo primo disco accosta una suite appartenente alla raccolta del 1706 a lavori successivi di quasi vent’anni. E poi Devine è un esecutore originale: non è un esponente ortodosso della scuola filologica anglosassone, in quanto ampia la sua ricerca musicale al di là dei termini cronologici dell’età barocca, dividendosi tra la direzione d’orchestra (specialmente in ambito teatrale) e il lavoro di solista (al clavicembalo e al fortepiano, strumenti di cui è professore al Trinity Laban Conservatoire of Music di Londra). Le musiche di Rameau sono state eseguite su un clavicembalo costruito da Ian Tucker, copia di un manufatto realizzato ad Antwerp nel 1636 da Andreas Ruckers e riadattato da Henri Hemsch a Parigi nel 1763; le brevi note introduttive del libretto, succose di dati tecnici e armonici, sono a cura dello stesso Devine.
La prima suite proposta è certamente la più classica della raccolta, poiché confezionata da Rameau come tipica rassegna di danze alla moda: dopo un Prelude malinconico e nostalgico, si susseguono Allemande I e II, Courante, Gigue, Sarabande I e II, Venitienne, Gavotte e Menuet conclusivo. Steven Devine porge il carnet di danze con estrema compunzione; ed è giusto, perché questo Rameau è assolutamente raffinato, ma piuttosto algido, non vuole abbandonarsi all’emozione e all’affetto esplicito, sostituiti dal disegno intellettuale e armonico di un sentimento elegiaco, a volte anche lamentoso (come il colore dell’iniziale Prelude lascia presagire). La resa musicale è perfetta, trasparente, nitidissima; soltanto, sin dalla Suite in la minore si nota un atteggiamento costante dell’esecutore, che tende a non modificare mai il volume sonoro, come se non esistessero mezze voci e attenuazioni di alcuna sorta: tutto è sempre perfettamente udibile e distinguibile, ma è anche enunciato come tutto il resto, senza differenziazioni. Analogamente, per quanto riguarda la resa ritmica, il clavicembalista non provvede a rimarcare la specificità delle varie danze per mezzo di differenze eclatanti; preferisce invece rallentare il discorso musicale, in modo tale che risalti meglio l’effetto patetico di alcune sezioni (ciascuna Sarabande, in modo specifico). Al termine dell’ascolto ci si accorge di come Devine porga dunque una Suite bene variegata grazie alle scelte espressive di Rameau, grazie alla differente sostanza emotiva che ciascun pezzo costituisce di per sé, non già grazie a un modello interpretativo dell’esecutore (e tanto meno grazie a particolari doti virtuosistiche, se non la cura attenta di ogni particolare).
La Suite in mi minore è strutturata in modo del tutto diverso, in quanto alcuni movimenti soggiacciono alla tentazione tematica, che diventa nel tempo uno degli elementi più apprezzati della musica strumentale di Rameau. Anch’essa dipanata in nove movimenti, come la precedente, si apre con una Allemande, seguita da Courante, Gigue en rondeau I e II, Rigaudon I e II; ma dopo la seconda Gigue, e poi dopo il II Rigaudon, si profilano quelle scene mimetiche che hanno reso celebre il compositore anche presso l’uditorio di età romantica: in primo luogo il famoso Rappel des Oiseaux, poi la sequenza finale di Musette en rondeau, Tambourin, Villageoise (un rondeau conclusivo). Le Rappel des Oiseaux sarebbe stato poi incluso anche nelle Nouvelles Suites de Pièces de Clavecin, una delle raccolte più tarde e più apprezzate di Rameau: a partire dalla semplice ripetizione di intervalli armonici di una certa ampiezza, l’autore elabora il richiamo degli uccelli, secondo un tipico atteggiamento del poeta e del musico (la carriera professionale di Rameau era del resto iniziata con la poesia, si può bene immaginare sotto il segno di Alcmane). Ma queste notazioni non devono offuscare il valore dei brani precedenti: la II Gigue en rondeau è un autentico carosello pirotecnico e ipnotico, che sembra prendere le mosse da una danza popolare, per raggiungere una configurazione ritmica raffinatissima. L’effetto di contrasto è notevole quando si ascolta il brano immediatamente successivo, ossia l’intellettualistico e già ricordato Rappel. Anche il I Rigaudon insiste su un modulo musicale affascinante e avvolgente. Ora, come nella successiva Musette en rondeau, si impongono soprattutto le protratte risonanze del clavicembalo, che echeggia dolcemente e a lungo, al pari di una ghironda o d’una chitarra: è questa una virtù di Devine, che riesce così a introdurre il brano più coloristico e innovativo dell’intera Suite: il Tambourin, tutto un arpeggio, consumato in un rapido tourbillon, sensuale più che marziale (‘turbine’ che anticipa il brano omonimo della Suite in re minore-maggiore che chiude il disco).
La terza suite è interamente programmatica, e si configura secondo una valenza del tutto melodrammatica, teatrale, o quanto meno scenografica: ognuno dei dieci brani che la compongono ha un titolo caratterizzante, allusivo a un carattere o a una situazione emotiva (Les Tendres Plaintes, Les Niais de Sologne, Les Soupirs, La Joyeuse, La Follette, L’Entretien des Muses, Les Tourbillons, Les Cyclopes, Le Lardon, La Boiteuse); ed è anche la composizione più estesa delle tre presenti all’interno del disco, la più impegnativa ed espressiva, la più significativa della maturità dell’arte di Rameau. Les Niais de Sologne è forse il pezzo più perfettamente scorrevole di tutte e tre le suites, poiché il fluire naturalissimo della melodia e del contrappunto rappresentano una concezione della musica capace di porgere la serenità anche nel cuore dell’elegia e della tonalità minore: un procedimento che qualche decennio più tardi sarebbe stato condotto alle sue massime possibilità espressive da Mozart nei concerti solistici e nelle sinfonie. I due doubles, in cui Devine ripete il brano con la tecnica delle variazioni virtuosistiche, non fanno che confermare la poetica di Rameau, centrata sul raffinamento della precedente tradizione, alla ricerca dell’eleganza, del bello in quanto preclaro, impeccabile, agréable. Les Cyclopes è invece la pagina più teatrale, più narrativa, più mitologicamente ispirata, anche nella sua articolazione triadica in scena movimentata / sezione centrale / variazione e nuova scena di movimento (con materiali musicali quasi del tutto nuovi rispetto all’avvio).
Anche nella terza suite Devine si mantiene rigorosamente fedele al testo musicale, senza preoccuparsi di aggiungere una caratura interpretativa sua propria: ha intuito bene che la musica di Rameau è sempre felicemente espressiva se eseguita con la giusta trasparenza e chiarezza; che i contrasti affettivi (ben più importanti di quelli ritmici o sonori) scaturiscono dalla giustapposizione dei pezzi e dai loro rapporti interni. Come a dire che la musica barocca, assai più di quella che sarebbe seguita, ritrova il compimento non nell’unità del singolo brano, bensì nel mosaico della suite, in un gioco di complementi reciproci. Il brevissimo Menuet en rondeau che conclude il disco è la sintesi ultima dell’autentico spirito clavicembalistico di Rameau: più che il fuoco d’artificio e la brillantezza prevalgono la malinconia, il senso di emozione trattenuta, insomma la nostalgia – per usare un anacronismo rispetto al lessico del XVIII secolo – per qualcosa di perduto e di vagheggiato a lungo; forse il mito antico, riproposto da tante feste teatrali, melodrammi, comédies-ballets, ma più che altro nascosto nelle pieghe della mente, nelle tonalità in minore di un pur scintillante clavicembalo.

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