Martina Franca, Festival della Valle d’Itria 2014: “Armida”

Martina Franca, Cortile di Palazzo Ducale – Festival della Valle d’Itria 2014
“ARMIDA”
Azione teatrale per musica in un atto di Giovanni Ambrogio Migliavacca
Musica di Tommaso Traetta
Prima esecuzione in tempi moderni
Edizione critica a cura di Luisa Cosi
Armida ROBERTA MAMELI
Rinaldo
MARINA COMPARATO
Fenicia
FEDERICA CARNEVALE
Artemidoro
MARIA MEEROVICH
Idraote
LEONARDO CORTELLAZZI
Argene
LESLIE VISCO
Ubaldo
MERT SÜNGÜ
Orchestra Internazionale d’Italia
Maestro concertatore e direttore d’orchestra Diego Fasolis
Coro della Filarmonica di Stato “Transilvania” di Cluj-Napoca
Maestro del coro Cornel Groza
Regia Juliette Deschamps
Scene Nelson Willmotte
Costumi Vanessa Sannino
Disegno luci Francois Menou
Coreografia Fattoria Vittadini
Danzatori: Maura Di Vietri, Giuseppe Insalaco, Filippo Porro
Martina Franca, 27 Luglio 2014
Assente da ben quattordici anni dal cartellone del Valle d’Itria, il bitontino Tommaso Traetta torna ad essere protagonista dei recuperi martinesi condotti sul glorioso repertorio della scuola napoletana. La sua Armida spicca come un autentico manifesto di quella ‘riforma’ del melodramma che a metà del XVIII secolo individuò nell’ibridazione tra drammaturgia francese e italiana la via di un rinnovamento dell’opera seria in direzione della verosimiglianza drammatica ed espressiva. Curiosità di ‘archeologia musicale’ per i più, agli occhi dei musicologi questa riproposta assume il valore d’una cartina di tornasole per vagliare linee storiografiche che nel corso dei decenni sono state ora consolidate, ora fatte oggetto di forte revisionismo. Per gli studiosi di Gluck è stato senza dubbio emozionante rintracciare nel recitativo accompagnato di Rinaldo (scena 8) il prodromo di quello, celeberrimo, di Orfeo nei campi elisi (Che puro ciel). Al di là di oziosi confronti tra i due compositori, l’ascolto di Armida conferma (ed è questo il dato significativo) che il team compattato intorno alla figura del conte Giacomo Durazzo rappresentò a Vienna un laboratorio di nuova melodrammaturgia che, con tempi e modi diversi, influenzò giocoforza il melodramma europeo (quantomeno quello di corte). Gli approfondimenti musicologici sono abbondanti nel dovizioso saggio sul libro di sala scritto da Luisa Cosi, curatrice dell’edizione critica che ci si augura possa trovare presto una degna collocazione editoriale.
Diego Fasolis ha conferito il giusto colore timbrico a questo prezioso repêchage, richiedendo all’Orchestra Internazionale d’Italia un’accordatura a 415Hz e l’impiego di copie di strumenti barocchi. Ottima la realizzazione del basso continuo da parte di Piero Barbareschi al cembalo, Sebastiano Severi al violoncello e Luca Tarantino alla tiorba. Perfetti gli stacchi di tempo, gli abbellimenti nei da capo; encomiabile l’intelligenza drammatica che ha mosso i contenuti tagli al libretto.
Roberta Mameli ha dato voce a un’Armida nervosissima e contemporaneamente dolce, esibendo una fisicità a tratti dirompente. Iniziata un poco in sordina con la prima aria di coloratura (dove non l’ha aiutata la scelta di gestire i gorgheggi sulla vocale ‘o’ piuttosto che sulla ‘a’ di brà-mo), ha poi pienamente brillato nelle tante arie (5) e nei recitativi con strumenti (6) per limpidezza e per doti attoriali. Molto buono anche il Rinaldo di Marina Comparato per agilità e intonazione, anche se a tratti peccava di ristrettezza nel volume (ma la musica di Traetta in questo caso definiva il personaggio con toni di estrema delicatezza). Di bellissimo timbro la voce di Leslie Visco/Argene che nel formalmente bizzarro (perché francesizzante) duetto con l’altrettanto lodevole mezzosoprano Federica Carnevale ha regalato al pubblico un momento di puro incanto canoro. Piuttosto esile ma apprezzato negli sconfinamenti sovracuti l’Artemidoro di Marina Meerovich. Soltanto buona la prova dei due tenori – potente l’Ubaldo di Mert Süngü, più leggero l’Idraote di Leonardo Cortellazzi – troppo preoccupati nel seguire gli attacchi di Fasolis per concedere maggiori energie alla resa scenica dei rispettivi personaggi.
Impreciso il coro della filarmonica di stato “Transilvania” di Cluj-Napoca (forse reduce dall’impegno della Donna serpente la precedente sera) nei limitati interventi previsti dalla partitura (ha mancato l’attacco a scena 12 e non ha messo la giusta energia nel drammatico quartetto della scena 3).
Unico punto dolente di uno spettacolo altrimenti interessantissimo si è rivelata la regia di Juliette Deschamps (peraltro fortemente criticata dal pubblico a fine recita) che non ha sviluppato in nessun punto le sollecitazioni di un libretto tutt’altro che inerte. Il tormento del dualismo di Amore e Morte che muove Armida, la dialettica tra spazio reale e irreale, il confronto-scontro tra due civiltà in lotta, insomma i grandi temi delineati dalla fantasia di Tasso e successivamente incarnati in tante esperienze teatrali europee, sono restati inattivati. I cantanti mal si muovevano tra i cubi e le scalinate di Nelson Willmotte, il cui minimalismo non trovava una convincente giustificazione poetica. Stessa indifferenza ai portati del testo emergeva dai costumi di Vanessa Sannino che parevano voler mortificare i corpi che li indossavano quanto a forme e scelte cromatiche. Più efficaci le coreografie di Riccardo Olivier: i tre danzatori che incarnavano i Geni al servizio di Armida hanno infatti svolto la funzione di factotum, attribuendo un dinamismo scenico che nel complesso latitava, correndo tuttavia un duplice rischio: lo sconfinamento nel grottesco e la saturazione dell’interesse. Davvero un peccato perché una regia più pensata, supportata da scene e da costumi di diverso spessore allusivo e di maggior eleganza avrebbero reso memorabile una messinscena che si è lasciata apprezzare sul piano squisitamente musicale. Foto Laera / Marta Massafra

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