Cronache del MITO: Orchestra e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi

Torino Milano – Festival Internazionale della Musica, VIII Edizione – MITO Settembre Musica
Torino, Auditorium RAI “Arturo Toscanini”
Orchestra e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi
Direttore Zhang Xian
Maestro del Coro Erina Gambarini
Mezzosoprano Annely Peebo
Soprano Hsiao Pei Ku
Solisti del Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi Donata Menci (mezzosoprano), Francesco Frasca (tenore), Tenosuke Umatani (baritono)
Sergej Prokof’ev : Aleksandr Nevskij, cantata per mezzosoprano, coro e orchestra op. 78 bis
Gian Francesco Malipiero : Pause del silenzio, sette espressioni sinfoniche – I serie (1917)
Maurice Ravel : Trois Chansons per coro misto a cappella (Nicolette, Trois beaux oiseaux du Paradis, Ronde)
Maurice Ravel : La valse, poema coreografico, versione per orchestra
Torino, 11 settembre 2014

La Grande Guerra, uno dei filoni tematici di MI.TO. 2014, ripercorre numerose modalità di rappresentazione musicale dello scontro musicale, nel centenario del primo conflitto mondiale. Il programma del concerto diretto da Zhang Xian con Orchestra e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi è uno dei più interessanti dell’intera rassegna, perché propone pagine più e meno conosciute, attinenti in qualche modo alla guerra, ma soprattutto di autori molto lontani tra loro: Prokof’ev, Malipiero, Ravel. In più, rispetto alla fisionomia usuale del concerto sinfonico, ci sono anche coro e solisti oltre all’orchestra, a dar voce a canti di incitamento e a dolenti considerazioni sull’esistenza e sulla morte.
Zhang Xian, che dal 2009 è il direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, affronta l’intero repertorio con piglio deciso – metronomico, tendente a ritmi piuttosto sostenuti – e con un gesto molto sicuro, ampio – a sua volta tendente alla circolarità. Nella cantata Aleksandr Nevskij si impongono da subito gli ottoni, estremamente saldi nell’emissione; in effetti al direttore interessano sia la grandiosità delle forme sonore sia gli stridori dissonanti che la partitura presenta (e non soltanto nelle parti dei Cavalieri Teutonici: sono poste in rilievo anche quelle delle pagine cantate dal popolo russo, forse proprio per sottolineare la stonatura della guerra nel suo complesso). Il Coro Giuseppe Verdi potrebbe cantare anche meglio, se non mirasse a un’emissione di forza; probabilmente sente l’esigenza di affermarsi rispetto all’orchestra, ma il risultato finale non sempre premia lo sforzo vocale collettivo. Il momento meglio riuscito coincide con il n. 5 della partitura, quando i due eserciti si scontrano sul ghiaccio (e i nemici del popolo russo pronunciano i celebri versi di Vladimir Lugovski in un falso latino che ha estenuato i filologi: «Peregrinus, expectavi, / Pedes meos in cimbalis est»). Verso il finale interviene poi la voce del mezzosoprano estone Annely Peebo, dalla voce corposa ed espressiva (peccato per la lieve disomogeneità nel passaggio di registro; ma, del resto, la parte si risolve con un breve declamato).
Bellissima l’occasione di ascoltare le Pause del silenzio di Gian Francesco Malipiero, ideate e composte negli anni della Prima Guerra Mondiale, ma soprattutto in seguito all’esperienza capitale nella formazione dell’autore veneziano: l’ascolto della famosa prima esecuzione del Sacre du printemps di Stravinskij, a Parigi nel 1913. Anche per questo le Pause del silenzio costituiscono una pagina straordinaria del sinfonismo italiano, perché risultano affascinate dallo stile di Stravinskij, ma tuttavia legate a una tradizione di simmetrie e di raccordi squisitamente europea: il tema affidato a vari strumenti (ottoni in apertura, poi anche altri fiati) è il motivo conduttore che unisce i vari stati d’animo. Gli ottoni paiono a questo punto un poco affaticati, e si registra qualche défaillance nell’enunciazione del tema; molto meglio quando esso trascorre al flauto. Guerra è la penultima espressione del ciclo, prima della conclusiva Selvatichezza: ed essendo una pagina reboante ed enfatica, il direttore ha modo di sfogare un suo atteggiamento interpretativo favorito.
Altra interessantissima occasione d’ascolto è fornita dalle Trois Chansons per coro misto a cappella, che Maurice Ravel scrisse nell’inverno 1914-1915, ossia nel periodo in cui fu ritenuto fisicamente inabile all’arruolamento in guerra. Dello stesso Ravel sono anche i testi delle Chansons, una sorta di fiaba per adulti, venata di allusioni alla guerra e alla morte; il Coro Giuseppe Verdi, con il soprano Hsiao Pei Ku, è ora diretto da Erina Gambarini, ed esegue i componimenti con fresca gaiezza (forse anche un po’ frettolosa e petulante), suscitando sentito apprezzamento nel pubblico. Nel nome di Ravel si conclude la serata, con il pezzo sicuramente più difficile da reinterpretare, ossia La Valse: originariamente intitolato Wien, il poema coreografico commissionato da Djagilev è una raffinatissima parodia del valzer viennese, delle sue strutture e delle sue movenze. Se anche ne fa risaltare gli svolazzi, la Xian stacca la composizione a un ritmo decisamente troppo sostenuto per riuscire a soffermarsi sull’ironia e sugli ammiccamenti di cui la partitura è invece ricchissima. Più che sulle sinuosità del procedere il direttore preferisce rimarcare la caricatura grottesca, con grevi interventi delle percussioni; ma è ancora l’eccessiva velocità a penalizzare l’esito, perché vengono meno quelle occasioni agogiche tipiche del valzer (la Luftpause per prima), grazie alle quali si potrebbe offrire una lettura ironica, languida e maliziosa. Peccato davvero trasformare La Valse in una marcetta poco significativa, e concludere in modo incerto un programma iniziato con i migliori auspici. Del resto, à la guerre comme à la guerre

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