Teatro Sociale di Como:”Don Giovanni”

Como, Teatro Sociale – Stagione 2014-2015
“DON GIOVANNI” (vers. Praga, 1787)
Dramma Giocoso in due atti KV527. Libretto di Lorenzo Da Ponte.
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Don Giovanni GEZIM MYSHKETA
Don Ottavio GIOVANNI SEBASTIANO SALA
Il Commendatore MARIANO BUCCINO
Donna Elvira FEDERICA LOMBARDI
Donna Anna VALENTINA TERESA MASTRANGELO
Leporello ANDREA CONCETTI
Masetto RICCARDO FASSI
Zerlina ALESSIA NADIN
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro del Circuito Lirico Lombardo
Direttore José Luis Gomez-Rios
Maestro del coro Dario Grandini
Regia Graham Vick
Scene e costumi Stuart Nunn
Luci Giuseppe Di Iorio
Coreografie Ron Howell
Coproduzione con Teatri del Circuito Lirico Lombardo, Fondazione Teatro Comunale di Bolzano, Teatro dell’Aquila di Fermo, Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia.
Como, 26 settembre 2014        
Don Giovanni, intento a violentare Donna Anna nella sua Range Rover nera, entra in scena con pantaloni abbassati e una calza da rapinatore in testa. Leporello in tuta Adidas e cappellino con visiera osserva cinicamente la scena. Il Commendatore fa il suo goffo ingresso aggrappato ad un deambulatore e muore di infarto quando il libertino gli mostra le mutandine sporche di sangue della figlia, stuprata e privata della verginità un attimo prima. Ecco riassunti i primi dieci minuti di trovate teatrali firmate Graham Vick che hanno aperto ufficialmente la stagione lirica del Teatro Sociale di Como. Il regista inglese, noto in tutto il mondo per i suoi allestimenti innovativi e originali (o presunti tali), si propone di prendere l’opera e raccontarne tutta l’attualità, facendo di Don Giovanni l’incarnazione di una società all’insegna della trasgressione, dell’immoralità e della corruzione. Come? Cercando di mostrare al pubblico la contemporaneità marcia in cui vive.
La denuncia – è evidente – vorrebbe essere circa la seguente: “Questo è quello che siete, che siamo”. Si rende esplicito nel finale, quando Don Giovanni non sprofonda negli inferi, ma va a prendere posto in platea. La sala si illumina e tutti i protagonisti cantano il finale moraleggiante (“Questo è il fin di chi fa mal”) spogliandosi e indietreggiando lentamente lanciando occhiate di terrore verso il pubblico. “Guardatevi, Don Giovanni – l’individuo svuotato che ha perso qualsiasi appiglio alla morale – è in ognuno di voi”.
Tutto il messaggio che Vick ha in testa è racchiuso probabilmente in quelle scritte “PADRE” e “PAPÀ” sovrastate da corone di fiori. Già presenti a sipario chiuso, rimangono ben visibili per tutta la durata dell’opera a lato del palcoscenico e durante il funerale del Commendatore (cerimonia e corteo annesso che si svolge misteriosamente tre o quattro volte, ma non facciamoci troppe domande). Quel “PADRE”, dunque, rappresenta la morte dell’autorità? La morte dei punti di riferimento? La morte di tutti valori? Il riferimento ai giovani d’oggi è chiaro: il regista parla infatti di “un Don Giovanni fatto dai giovani per i giovani” (molti dei cantanti del cast hanno meno di trent’anni). Ma un ragazzo per avvicinarsi all’opera ha davvero bisogno che tra i contenuti proposti siano compresi sesso in auto e sniffate di cocaina? Non è in grado di ascoltare e trovare in un’opera lirica messaggi, situazioni, passioni, sentimenti intrinsecamente attuali? O anche solo ascoltare e godere della grandezza di Mozart? O dell’ironia sottile del libretto? È necessario rendere l’opera didascalicamente contemporanea per farla piacere ai giovani? Alcuni evidentemente ne sono convinti. E allora ben vengano le scene e i costumi di Stuart Nunn, che posiziona al centro del palco una piattaforma circolare assimilabile a una pista da discoteca, calpestata di volta in volta da poliziotti, ragazzini con cuffie e iPod, loschi individui armati, prostitute, cerimonieri, passanti comuni e così via. Per rendere il tutto un po’ più astratto e surrealista, si aggiungano manichini in quantità buttati in un container – simbolo trito e ritrito della “donna oggetto” e altri manichini giganti con mani e seni intrappolati da nastro adesivo. Il tutto è abbagliato dalle luci di Giuseppe Di Iorio, discutibili ma adeguate al contesto, che vanno da neon dalle mille forme (ora croce, ora campana, ora farfalla) e faretti adatti giusto per un varietà in TV.
Tornando alle controverse idee registiche, in sostanza “il catalogo è questo”: sesso esplicito, violenza, eroina, coca parties, stupri, festini, suv, risse, rapine, prostituzione. Queste perle di bon ton non solo vengono raccontate con lo splendido testo di Da Ponte (che senz’altro di questi temi voleva parlare), ma enfatizzate con una serie di gesti e trovate sceniche all’insegna dell’eleganza. Già basterebbero i tre spezzoni descritti all’inizio per inquadrare il livello visivo e narrativo del tutto, ma ne possiamo aggiungere a volontà: piste di coca sniffate a terra; l’aria “Fin c’han dal vino” reinterpretata come delirio da eroinomane di un Don Giovanni con l’ago in vena; scoiattoli di peluche che compaiono dal nulla; la location domestica della scena finale trasformata in mini set privato con il Dissoluto che filma adolescenti imbarazzate mentre si abbassano gli slip e si strusciano su una torta al cioccolato. Si potrebbe continuare all’infinito: eventuali altre perle verranno ricordate più avanti in ordine sparso, ché la scelta è purtroppo ampia e varia.
Paradossalmente, tutta questa carrellata di cattivo gusto ha quasi una gravità relativa. Quel che sconcerta è l’intenzione che c’è dietro a tutto questo, la volontà di prevaricare la definizione stessa di melodramma: musica e azione scenica. Prevale la smania di raccontare una propria idea (che il più delle volte c’entra poco o niente con il titolo rappresentato) e per farlo ci si sente autorizzati a costruire una mostruosa sovrastruttura su un’opera d’arte il cui cuore è musicale e il cui involucro simbolico è di per sé attuale ed eterno, senza bisogno che arrivi qualcuno dopo duecento anni ad esplicitarlo a suo modo. È vergognoso che un Don Giovanni possa trasformarsi in una specie di sit-com con una vaga eco mozartiana come colonna sonora. Non se ne può più. Mozart non può essere relegato a semplice sottofondo, Mozart è e deve essere l’essenza. Questo non significa che l’unica rappresentazione possibile debba prevedere pennacchi, moschetti e guance impomatate. Proprio perché eterna nelle relazioni tra i personaggi, nel loro pensiero e nel loro sentire, non si ha il dovere morale di collocare l’opera nella Spagna del Settecento, ma si abbia almeno il buonsenso di rispettarne la natura e la bellezza. Le strade per farlo, poi, sono infinite.
Al contrario di Graham Vick che si professa attento e propositivo con il giovane pubblico, a conti fatti mancandogli totalmente di rispetto, l’AsLiCo – responsabile di questa produzione e dell’intera stagione – da sempre ha dei giovani la considerazione massima. Le iniziative a loro dedicate si moltiplicano di anno in anno attraverso progetti per le scuole, campagne social, flashmob, prime Under30 e molto altro ancora. Anche per gli artisti vale lo stesso: lo scopo dell’Associazione è proprio quello di selezionare tramite concorsi giovani cantanti europei emergenti, ai quali vengono assegnati vari ruoli operistici all’interno delle stagioni liriche del Teatro Sociale di Como e di tutto il Circuito Lombardo. Non è andata diversamente per questo Don Giovanni in cui, esclusi il protagonista e Leporello, questo primo cast è interamente composto dai vincitori del Concorso 2014.
Gezim Myshketa, giovane baritono albanese nei panni di Don Giovanni, non è tra i vincitori AsLiCo di quest’anno ma dell’edizione del 2006, che gli valse il debutto nel ruolo del titolo. Il suo punto di forza più lampante in questa produzione è la totale aderenza al personaggio costruito dal regista per il quale l’attributo di libertino è un eufemismo: viscido, subdolo, perverso, un Don Giovanni ibrido tra un mafioso cocainomane e un discotecaro. Per quanto sgradevole possa essere questa chiave di lettura del protagonista, l’interpretazione di Myshketa restituisce perfettamente il greve personaggio nell’aspetto, nella psicologia e nel modo di fare, vincendo il titolo di vero mattatore della scena. Vocalmente, nonostante qualche passaggio risulti ingolato e non perfettamente udibile (considerando anche il volume orchestrale mediamente alto che di certo non aiuta) fa sfoggio di voce scura ma limpida, omogenea nell’emissione, nonostante il baritono pieghi in più punti il canto all’interpretazione scenica talvolta cedendo il passo al declamato. Da questo derivano diverse battute quasi parlate, a dire il vero per niente mozartiane, compensate da una complessiva linea di canto che per il resto risulta pulitissima. Nella canzonetta “Deh, vieni alla finestra” Myshketa si esibisce in bei passaggi vellutati in pianissimo, riuscendo ad esprimersi maggiormente a livello musicale senza doversi agitare troppo con gestacci o molestie alle fanciulle nei paraggi (nonostante sia costretto a cantare mentre stira una camicia su un asse piazzato in mezzo a un cortile, momento tra i tanti di ordinaria follia nell’allestimento). Il Leporello di Andrea Concetti, veterano del cast e del ruolo, non è da meno quanto a disinvoltura sulla scena. Si destreggia bene nella parte convincendo specialmente nelle pagine più concitate come in “Ah, pietà signori miei”, mentre quando i tempi si dilatano il basso sembra essere più in difficoltà e fatica a coordinare respirazione e attacchi, facendo emergere in più punti discrepanze con l’orchestra. Tutto questo è evidente in un “Madamina…” un po’ fiacco, anche se la responsabilità è forse più corretto che ricada sul direttore José Luis Gomez-Rios e il suo staccare tempi lenti fino allo sfinimento in più passaggi – Scena del Catalogo in primis – che di certo non agevolano i cantanti. Passando ai giovanissimi vincitori AsLiCo, troviamo in Donna Anna la bella voce di Valentina Teresa Mastrangelo, ricca di colori e sfumature interessanti. Precisa nell’intonazione e squillante negli acuti (talvolta persino troppo) il soprano si disimpegna benissimo nelle sue due arie principali, sofferente in “Or sai chi l’onore” e delicatissima in “Non mi dir bell’idol mio”, in cui riesce a modulare la voce con incredibile sensibilità musicale. Anche l’intesa con il compagno Don Ottavio è eccezionale, e i due riescono a dar vita a parentesi musicali davvero preziose, dal primo duetto “Fuggi, crudele, fuggi” al finale “Or che tutti, o mio tesoro”. Giovanni Sala, giovanissimo tenore del 1992, è forse la voce più interessante del cast: un timbro molto bello, caldo e particolarissimo, valorizzato appieno con espressività e fraseggio elegante. Talvolta un po’ impacciato nei movimenti, per comprensibile inesperienza attoriale, stupisce invece per agilità sui tacchi e autoironia quando si imbuca alla festa di Don Giovanni in versione trans, strappando un sorriso per la simpatia e la grottesca disinvoltura (si stenda comunque un velo pietoso sulla trovata registica che si commenta da sé). Tornando al canto, Sala dà il suo meglio nelle agilità de “Il mio tesoro intanto” meritandosi applausi a scena aperta e facendoci rammaricare di non poterlo sentire nell’aria “Dalla sua pace” (scritta per la versione di Vienna del 1788). In sintesi, un cantante tanto giovane quanto eccezionalmente promettente, da tenere d’occhio per produzioni future. È anche un peccato non sentire la celebre “Mi tradì quell’alma ingrata”, vista e considerata la bravura di Federica Lombardi, ottima Donna Elvira. Partita un po’ in sordina con un’incerta “Ah, chi mi dice mai” (facendo il suo ingresso scomodamente seduta in una carriola calata dall’alto, tanto per gradire) recupera la giusta decisione già nella successiva aria “Ah, fuggi il traditor!”, ritrovando lo squillo e la potenza che contraddistinguono la sua voce. Dotata di ottimo controllo e tecnica raffinata, la sua prestazione musicale va in crescendo per tutto il corso dell’opera, inversamente proporzionale al caos totale che Vick affibbia al suo personaggio, facendolo sprofondare nel più completo no-sense con il procedere della storia: assistiamo a una coerentissima trasformazione da suora ad adolescente ninfomane senza connessione logica alcuna. Chiude il tris delle voci femminili il giovane mezzosoprano Alessia Nadin, una Zerlina allegra e spensierata adatta alla parte per “physique du role” ma meno dal punto di vista della voce, un po’ a disagio con la tessitura del  ruolo, ma che nemmeno ne inficia totalmente la performance. Nonostante le difficoltà si percepiscano qua e là, la resa complessiva è positiva: degni di nota il contributo in “Là ci darem la mano” e l’aria “Vedrai carino”, premiata da applausi a scena aperta. Chiudono il cast il Masetto di Riccardo Fassi – un po’ caricaturale nella recitazione ma vocalmente promettente – e il buon Commendatore di Mariano Buccino.
Buona la prova dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali, con qualche riserva per la direzione del sudamericano José Luis Gomez-Rios. Come già accennato, la sintonia tra buca palco spesso si perde, in particolar modo in corrispondenza dei bruschi rallentando imposti sulla quasi totalità delle principali arie, che oltre ad innescare evidenti asincronie rendono evidente uno sforzo spesso eccessivo per i cantanti nel sostenere fiati troppo lunghi. Per il resto la direzione risulta decisa e sicura, ma forse troppo piatta e monotona, senza che si possano percepire e distinguere appieno le varie sfumature che rendono ricca la partitura del “dramma giocoso”, spaziando da quella spensierata leggiadria tipica in Mozart alle tinte più cupe proprie del soggetto tragico. Una menzione d’onore va invece al Coro del Circuito Lirico Lombardo, che oltre alla solita qualità musicale garantita, si è immolato alle necessità registiche affiancando i solisti in incursioni in platea, corse per il teatro e coreografie neanche troppo semplici, rendendo evidenti – pur con tutti i punti deboli e le criticità imputabili – l’impegno di tutti e l’immenso lavoro che si nasconde dietro a questo (discutibilissimo) allestimento. Alto livello, splendide voci, artisti esordienti che nonostante l’ovvia inesperienza, la giovane età e tutto quel che c’è da approfondire e maturare, possono raggiungere (se non superare) in qualità complessiva e potenziale molti nomi noti del panorama lirico attuale, scritturati dai teatri più per fama che per virtù. Forse a questo punto potrebbe essere interessante proporre un concorso di merito anche per registi?

 

 

5 Comments

  1. Claudio

    La mia replica è di parte, essendo stato “parte” del cast, anche se in un certo senso nelle retrovie. Preferisco non firmarmi ma allo stesso modo vorrei che fosse chiaro che non sono semplicemente un cantante o un “addetto ai lavori”, ma ho una carriera accademica e ho effettuato studi musicologici specialistici. Ed è proprio con gli occhi dello studioso che considero questa recensione del tutto fuori tema in molti punti. Non è una recensione contro Graham Vick e la sua regia del Don Giovanni, è una recensione contro l’intero teatro di regia, che, nonostante l’opinione del redattore, è una realtà con cui bisogna fare i conti. Sempre accademicamente parlando, le opinioni sull’ “essenza” dell’opera sono risibili, e perfino smentite dalla stessa recensione. Il cast ha cantato bene anche grazie al lavoro sul personaggio fatto con Vick e con il suo staff, praticamente tutti siamo rimasti entusiasti dal rispetto di Vick verso la vera materia del teatro d’opera, che è TEATRO tanto quanto musica. Vi stupireste di sapere che Vick conosce a memoria l’intera partitura, e nella mia umile e breve esperienza nel melodramma non mi è MAI capitato che un regista si presentasse con tale preparazione. Sia chiaro, non critico la critica di gusto, perché i gusti sono gusti, si sa. Critico il pressappochismo nell’attribuire mancanza di rispetto a chi fa semplicemente scelte diverse dalle nostre. A me non piace il gelato alla liquirizia ma non scrivo requisitorie online contro chi lo mangia, né considero questo evento come la morte della pasticceria… concludo dicendo che il concorso di regia si è anche fatto, pochi anni fa nel circuito Aslico è stato rappresentato un Capuleti e Montecchi la cui regia aveva vinto un contest internazionale. Gli stupri c’erano anche lì.
    Ah, Zerlina primo cast era Alessia Nadin e non è “vago eco mozartiano” ma “vaga eco mozartiana”, eco è femminile.

  2. Camilla Simoncini

    Mi dispiace contraddirla, ma è del tutto fuori strada: nulla contro allestimenti moderni o il teatro di regia in quanto tale, anzi. Più di qualsiasi altra argomentazione può parlare una mia recensione sulla regia della Csarskaja Nevesta scaligera: http://www.gbopera.it/2014/03/teatro-alla-scalacsarskaja-nevesta-una-sposa-per-lo-zar/. Ho trovato questo lavoro di Tcherniakov geniale, senza riserve. E stiamo parlando di un’opera di fine Ottocento ambientata in studios televisivi, con una chat proiettata durante l’ouverture, casting per ragazze immagine e un discorso in video di una Marfa/first-lady nel finale. Anche qui si sbatte in faccia al pubblico una contemporaneità marcia, ma in ben altro modo. Tcherniakov elabora una sofisticata metafora che pur trasponendo l’opera ai nostri giorni ne mantiene la coerenza interna, farcendola di spunti attuali e interessanti significati ulteriori. Preciso di non essere una fan del regista russo, sulla sua ultima Traviata stenderei un velo pietoso ad esempio. Giudico allestimento per allestimento, senza preconcetti, e questo di Vick non mi sembra altro che una squallida accozzaglia di luoghi comuni e volgarità con la pretesa di turbare il pubblico. Le dirò, non mi scandalizza assistere ad un’iniezione di eroina o a una sveltina nel baule della macchina. Mi scandalizza questo tentativo ridicolo di rendere sovversivo un capolavoro che lo è già di suo da due secoli a questa parte senza che lo si condisca con cocaina e pedopornografia.
    Che cos’ha aggiunto la regia di Vick? Ha fornito nuove chiavi di lettura per scavare nel Don Giovanni o ci ha appiccicato sopra un servizio di Studio Aperto sull’eccesso contemporaneo? Non dubito che il lavoro dietro le quinte sia stato intensissimo, non dubito nemmeno della sua grande esperienza e preparazione, o che conosca la partitura a memoria (che a dire il vero più che qualcosa di straordinario mi sembra un buon punto di partenza). Posso farmi un’opinione solo di quello che ho visto sul palco: un’analisi superficiale sia dell’opera, sia del mondo in cui viviamo. Se la brama del regista fosse quella di far parlare di sé con una messinscena banalmente provocatoria, obiettivo raggiunto. Però per favore, un po’ di rispetto per l’arte e per il pubblico…Non se ne può più. Se preferisce, IO non ne posso più, ma ho l’impressione di essere in buona compagnia.

  3. Claudio

    Lei non ha capito il mio commento e continua, a mio avviso, a ripetere l’errore di fondo: giudicare, dalle scelte, le premesse. E’ una cosa che personalmente mi fa imbufalire. Vick ha ogni libertà “artistica” di fraintendere il libretto, riformularlo, mettere in scena gente nuda, morta o deforme, fare, insomma, quel cavolo che vuole. Questo è lo stato dell’arte, questo è quello che succede nei teatri d’opera di tutto il mondo (e nei teatri di prosa, nei musei, al cinema, in tv), questo è, nello specifico, quello che Aslico permette e ha permesso a ogni regista. Il “tentativo ridicolo di rendere sovversivo un capolavoro che lo è già di suo” è, precisamente, quello che si intende con Regietheater, ovvero “teatro di regia”, un modo di intendere la regia d’opera che non ha paura della propria ombra. Se lei mi dice che il tentativo di cui sopra non è riuscito, allora possiamo discuterne liberamente, ma se lei definisce già subito RIDICOLO questo tentativo, allora lei non critica Vick, critica tutti i registi, critica, appunto, le premesse alla base delle scelte. Questa critica è, a mio avviso, inutile, oltre che concettualmente disonesta e arrogante. Lei si chiedeva se fosse il caso di fare un concorso di regia in Aslico, io mi chiedo sempre se non fosse il caso di obbligare i recensori online a svolgere approfonditi studi musicologici. La metodologia della critica musicale è un campo ricco di insidie, anch’essa piena di stili, modalità, etiche e deontologie più o meno condivisibili. Io penso che quando si vede uno spettacolo che non ci piace valga la pena limitarsi a un “non mi piace”, piuttosto che elencare in modo beffardo le supposte ragioni per cui questo spettacolo non è degno di stare sulle scene. Ci sono persone d’accordo con lei, ne sono certo, ma ci sono persone, me compreso, che della sua ingenua e caciarosa opinione si fanno due allegre risate. Tra questi immagino ci sia Graham Vick, il suo staff, le Direzioni di Aslico e dei Teatri del Circuito Lirico, nonché ovviamente i due cast, gli artisti del coro, gli attori, le varie persone del pubblico che hanno applaudito, i critici di opinione diversa dalla sua e varia altra umanità che potrebbe anche avere ragione, esperienza e titoli per argomentare meglio di quanto ha fatto lei la propria opinione. Per evitare di essere derisi da una mole ampia di gente, basterebbe abbassare le proprie pretese di vaticinio, dare opinioni contenute e personali e, possibilmente, legarle al gusto, non alla decenza o alla storia della musica e della regia.
    Sul rispetto dell’arte… mi sa che è una questione personale. Io studio musica, canto, musicologia e lavoro nell’ambiente da anni. E del rispetto non me ne frega una beneamata cippa. Ho ampia bibliografia filosofica che le dimostrerebbe come i temi del rispetto autoriale, filologico, di gusto sono molto più complessi di così. Per fortuna il rispetto non è normato dalla legge, una parola tanto vuota assumerebbe l’importanza che non si merita. Nei discorsi di legge valgono diritti e danni, Vick aveva il diritto e non ha creato nessun danno. Nei discorsi sull’arte, lo avrebbe imparato se avesse avuto voglia di rimettersi alle lezioni di un esperto in un’aula, il rispetto non vale un zero. Vale il gusto. Lei ha il diritto di avere il suo gusto e io sarei felice di non leggere offese verso il mio. Forse potrei quasi accampare rispetto verso di me, verso chi ha gradito lo spettacolo, lo ha quasi considerato bello. Ma a me del rispetto interessa poco, mi piace godermi le cose che agli altri non piacciono.
    A me il piacere, a lei il giudizio.

  4. anita

    sig.Claudio, la signora Simoncini ha fatto solo il suo lavoro e ha tutto il diritto di esprimere il suo senso critico. Ci mancherebbe che un critico d’arte, per non offendere una persona, non esprima quanto nel suo ruolo. Ad ogni modo, per come la vedo, e qui parliamo di gusti, come scriveva lei prima, già per come è stata messa in scena, la cosa non mi piacerà e stia ben certo, che il pubblico di Brescia, quello più preparato, mal gradirà questa rappresentazione.Ha ragione la signora Simoncini, non se ne può più di queste modernità forzate, i giovani capiscono bene anche il tradizionale, o se vogliamo, una modernizzazione senza andare né nel volgare né nel banale. Accetti anche lei questa critica, se vuole essere democratico. Altrimenti segua il suono del pifferaio magico del suo regista preferito, spero non nei teatri di lustro che frequento io. Cordialmente

  5. Irene C.

    Partendo dal presupposto che ognuno ha il suo gusto, trovo alquanto eccessivo, riduttivo e fuori luogo definire questa edizione “una specie di sit-com con una vaga eco mozartiana come colonna sonora” (premetto che ho visto la recita col II cast a Jesi). Viaggiando spesso all’estero per lavoro ho avuto modo di assistere a parecchi spettacoli più o meno provocatori e, sinceramente, questa visione di Vick non mi scandalizza affatto. Si sa, il suo stile è questo, proporre visioni che facciano pensare, discutere, mai banali (ma come lui anche Bieito, Tcherniakov, Jones): metterlo sotto processo in questo modo mi pare esagerato e controproducente.

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