Antonio Pappano e Evgeny Kissin inaugurano l’Accademia di Santa Cecilia

Roma, Auditorium “Parco della Musica”, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, stagione 2014-2015
Orchestra, Coro e Voci Bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Direttore Antonio Pappano
Pianoforte Evgeny Kissin
Basso Deyan Vatchkov
Maestro del Coro Ciro Visco
Modest Musorgskij: “Una notte sul Monte Calvo” (“Il sogno di Gričko”, dall’opera “La fiera di Sorocinski”), adattamento di Vissarion Shebalin
Sergej Rachmaninoff: Concerto n. 2 in do minore per pianoforte e orchestra op. 18
Richard Strauss: “Eine Alpensinfonie” op. 64
Roma, 25 ottobre 2014
La nuova stagione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia apre, come di consueto, con un autentico trionfo, confermandosi una delle serate musicali e, più in generale, di gala, della capitale. Alla presenza del presidente Napolitano e di una folta schiera di autorità, il direttore stabile Pappano officia i ringraziamenti di rito e l’augurio di una piacevole e emozionante stagione.
Il concerto prende avvio con la versione originale, seppur lievemente riadattata, di una celebre partitura di Musorgskij: Una notte sul Monte Calvo. Universalmente nota nella pesante e ingentilente revisione di Rimskij-Korsakov, questa versione originale della nota partitura reintegra l’intero coro dei demoni del sabba, apparsi in sogno al contadino Gričko, e la voce solista del demone Černobog, interpretato dal basso Deyan Vatchkov (voce non molto potente, ma viperina e tagliente, dunque adeguata al ruolo). L’orchestra è in stato di grazia, e lo sarà per tutta la durata del concerto; il coro è impeccabile come al solito. Pappano, si sa, lo è sempre: riesce a rendere l’elemento satanico e la sfrenatezza dei ritmi ostinati, pervicaci, che dipingono una rutilante danse infernale. Bravissimo l’inglese anche nel variare le volumetrie del suono; magnifico l’effetto di calma finale, che si risolve nella soteriologica liberazione dell’alba. Dopo questo appagante aperitivo, ecco entrare l’altro protagonista della serata: Evgeny Kissin. Ospite abituale dell’Accademia, il famoso pianista russo interpreta uno dei suoi cavalli di battaglia: il secondo concerto di Rachmaninoff. Rischierò di risultare ripetitivo nel descrivere la sua performance pianistica: ma la magia che riesce a evocare con la tastiera è ineguagliabile. Sfiorando appena i tasti, esprime un virtuosismo aereo, limpido, riuscendo nel contempo a dare un carattere al suono. Di Rachmaninoff mette in evidenza l’elegante raffinatezza sonora, non scordandosi di tralasciare la perturbante essenza della sua musica, puramente dionisiaca. Momenti indimenticabili sono l’entrata al primo tempo, dove riesce a rendere un crescendo di accordi dalle sinistre sonorità (l’elemento perturbante, appunto); la liricità distesa e placida del dialogo col flauto (II movimento); quei lunghi fraseggi, d’ampio respiro, con il vapore d’orchestra in sottofondo (II tempo), dove rivela tutte le sue doti di cantante della tastiera, fino a giungere allo zampillante virtuosismo dei passaggi più rapidi e al trillo acuto a due mani; o, per concludere, il virtuosismo percussivo (III) o il passaggio fugato che porta alla lucente, solare conclusione nella tonalità opposta (do maggiore) a quella d’impianto. Gli applausi sono incessanti; Kissin, forte della sua atarassia russa, accenna un lieve sorriso e qualche composto inchino. La seconda parte del concerto è interamente dedicata al monumentale ciclo affrescato della Alpensinfonie di Strauss: l’orchestra, incurante dello sforzo già profuso in Musorgskij e Rachmaninoff, suona come meglio non potrebbe, ancora per un’ora circa di musica. Non tutto, della partitura, può e deve essere indimenticabile: ma talune pennellate evocative dei paesaggi alpini sono di struggente bellezza. Pappano si serve di una direzione organica, mai a compartimenti stagni, intuendo l’essenza del fluido musicale, che conduce dai lunghi pedali d’organo delle atmosfere notturne con cui si apre la partitura (e con cui si chiuderà, a Ringkomposition), e si addentra per boschi e valli, corsi d’acqua, cascate (evocati con temi in veloci terzine), culminando dell’euforia dell’arrivo sulla vetta, interrotta dal sopraggiungere del temporale e dell’uragano (qui Pappano fa letteralmente tremare la sala, con l’orchestra che fa salire il volume fino a abbracciare il fortissimo) e al susseguente tramonto. Gli applausi inondano generosi direttore e compagine orchestrale: non si sarebbe potuta avere apertura migliore.

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