MilanOltre Festival, “Tatha”

Milano, MilanOltre Festival 2014 – XXVIII EDIZIONE
“TATHA
Coreografia Kumudini Lakhia
Musica The Gundecha Brothers
con Aakash Odedra, Sanjukta Sinha
Prima europea
Milano, 28 settembre 2014

Che si ritenga di aver avuto il privilegio di aver assistito ad uno spettacolo speciale, è indubbio: sia per il fatto che vedere Aakash Odedra danzare ti lascia attonito, sia perché questo ballerino anglo-indiano in Italia ci passa di rado: l’ultima volta nel luglio del 2012, con uno spettacolo al Bolzano Danza in prima ed esclusiva nazionale.
Una rarità se si considera che egli è l’unico a modernizzare il linguaggio tradizionale indiano Kathak, contaminandolo con i movimenti della danza contemporanea. Appunto è il contrasto tra il vecchio e il nuovo, tra il lontano e il vicino, quindi tra ciò che non si conosce e ciò che ci è familiare a far rimane attoniti nell’incanto della danza e della musica e a far applaudire lungamente. Questo giovanissimo danzatore, seppur nato a Birmingham, porta con sé la cultura della danza indiana; ce la fa apprezzare perché dotato di presenza scenica e di maturità nel portamento. Con lui, all’Elfo Puccini per la MilanOltre2014, altre due presenze affatto complementari: l’altrettanto straordinaria danzatrice indiana Sanjukta Sinha e la musica dei Gundecha Brothers, cantata secondo lo stile dhrupad (come riportato dal materiale informativo).
“Tatha” dura circa un’ora e mezza; è diviso in quattro tempi a chiasmo: duetto, assolo, assolo e duetto; e porta la firma dell’oggi ottantaquattrenne Kumudini Lakhia, la pluri onorata e premiata fondatrice della Kadamb School (scuola di danza e musica indiana dal 1967).
L’intero spettacolo è riccamente scandito da suoni, movimenti e luci. La scena e illuminata di quinta, per cui i ballerini, la maggior parte del tempo, appaiono come ombre che si rincorrono. I movimenti delle loro braccia sono decisi, sempre all’unisono col movimento della testa, quindi in perfetta sincronia con le battute musicali.
S’inizia un po’ al rallentatore, ma con un progressivo incalzare del ritmo: da una luce rossa diffusa si passa al faro spiovente. I danzatori si corteggiano nei loro abiti color porpora, con collo, maniche e frange dorate, fino a pavoneggiarsi con quell’ipnotico battere veloce le piante dei piedi, prima in movimento, poi da fermi, con enfasi.
Quindi tocca ad Odedra tutta la nostra attenzione. Ora è vestito color grigio e porta dei fasci di campanelli ai piedi: uno strumento con cui darà saggio della propria bravura. Così farà Sinha vestita di rosa, che è un po’ meno aggraziata del suo partner nel corpo, ma non meno evocativa nei gesti attraverso i quali mima il suo trasporto amoroso: fosse una principessa indiana moderna: senza sari, né bindi.
Infine rieccoli in duetto che sembrano novelli sposi nei loro vestiti lunghi e ampi che usano per avvolgersi l’un l’altra. Stavolta si mostrano senza scherno, si mettono in posa sempre vicini, ché poco prima si corteggiavano al ritmo delle pirouette, quei reiterati e veloci giri su se stessi, quasi come dei dervisci. La danza kathak, per questo, ha qualche parentela con quella turca dove il ruolo dei piedi è centrale. Il danzatore mantiene sempre una certa linearità, non flette il corpo. Per esempio si siede e si rialza sempre col busto perpendicolare al pavimento. La musica che letteralmente sovrasta la scena è musica hindustani in cui i cantanti seguono lo stile kirtan o il dhrupad.
Si rimane col sorriso sulle labbra, appagati da tanta arte, così lontana, in vero da sempre ancestralmente dentro ognuno di noi.

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