Somebody stepped inside your soul

Reggio Emilia, Teatro Ariosto, Festival APERTO 2014
Ballet du Nord / Olivier Dubois | CCN Roubaix Nord-Pas de Calais
“SOULS”
creazione e coreografia Olivier Dubois
assistente alla creazione Cyril Accorsi
creazione musica e tecnico del suono François Caffenne
luci Emmanuel Gary
direttore tecnico Robert Pereira
interpreti, 6 danzatori di diversi Paesi africani: Tshireletso Molambo (Sudafrica), Youness Aboulakoul (Marocco), Jean-Paul Mehansio (Costa d’Avorio), Hardo Papa Salif Ka (Senegal), Ahmed El Gendy (Egitto), Djino Alolo Sabin (RDC)
Reggio Emilia, 5 ottobre 2014

Souls” ha tutte le caratteristiche di uno studio: per la sua breve durata (50 minuti appena); per le inesattezze sui tempi di raccordo tra un movimento e l’altro; per la prevedibilità dei quadri scenici.
Che sia una ricerca, magari un saggio, ce lo dice il fatto che questo spettacolo è stato concepito in terra d’Africa, esattamente presso l’Ecole des Sables in Senegal e rappresentato per la prima volta a Il Cairo in Egitto. Infatti, i sei danzatori sono tutti provenienti da differenti paesi africani, sembra che siano stati quasi scelti a rappresentanza delle diverse sfumature del colore della loro pelle e dei loro tratti somatici.
Sulla sabbia i ballerini si rotolano fino a sorgere da essa, a staccarsi da essa per camminavi sopra, corrervi sopra. Una specie di vita che nasce e incomincia il suo percorso esistenziale: quel lungo pellegrinaggio dell’uomo in continua lotta fuori e dentro di sé. Perciò, come l’umanità, la danza, intesa come espressione performativa, è nata in Africa e, prima ancora di divenire rituale e forma di preghiera, era motivo di aggregazione, di approccio sociale, allo scopo di reciproca conoscenza.
Sembra esserne convinto Dubois con questo suo personale studio etnografico capace, con le coreografie, di riportarci al cospetto di ominidi neandertaliani (dell’homo sapiens), i primi a riunirsi in tribù (clan) e a seppellire i propri morti.
Sembra che questo studio del coreografo francese, già conosciuto a Bolzano Danza con “Tragédie” (luglio 2013), contrariamente a quanto egli affermi, non sia una danza macabra. Non vediamo nessun rituale: non nel disegno coreografico, né nella messa in scena. C’è poca danza e molto teatro-danza, invece. C’è la dimostrazione che in terra africana il gesto, il movimento, quindi l’incontro con i propri simili, abbia portato (e continui a portare) il corpo a liberarsi dell’anima, forse perché idealmente più in comunione con la materia d’origine: una sabbia, quella sabbia che ricopre tutto lo stage, che potrebbe essere appunto cenere; che a un certo punto, sul finale, fa da ultimo giaciglio ai corpi esanimi di cinque ballerini, mentre il sesto balla le movenze di una fiammella che sorge al cielo: la loro anima.
Stavolta che avrebbe avuto tutto il suo perché, Dubois non denuda i suoi “sei danzatori in cerca dell’anima”, ma li veste proprio da capo a piedi. Gli fa calzare delle sneakers tra l’altro abbondantemente allacciate, chissà, allora, per tenerli staccati dalla madre terra, cioè per marcarne il connotato di specie evoluta, di uomini del nostro tempo o da considerarsi tali, per i quali la ricerca dell’io interiore non possa trascendere l’apparenza e sia possibile solo con la separazione dell’anima dal corpo, con la morte.
Per tutto il percorso di vita dei sei corpi in scena, i suoni di Francois Caffenne: invadenti, insistenti, affatto giustapposti ai movimenti coreografici, sanno colmare i vuoti descrittivi, ovvero sottolineare gli intenti narrativi. Da musica rituale diventano marcia tribale: essenza dello spettacolo, vera bellezza e originalità. Accompagnano lo spettatore ad accomodarsi (a scena aperta) e si congedano da esso sfumando nel buio, portandosi via la sua anima, che vale a dire la sua attenzione, in quel momento giunta all’apice. Foto Antoine Tempe

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