Verona, Stagione Sinfonica 2014/2015: Ton Koopman e la “Nona”

Verona, Teatro Filarmonico, Stagione Sinfonica 2014 / 2015 della Fondazione Arena
Orchestra dell’Arena di Verona
Direttore Ton Koopman
Soprano Jetzabel Arias Fernandez
Mezzosoprano Bogna Bartosz
Tenore Jörg Dürmüller
Baritono Christian Senn
Ludwig van Beethoven : Sinfonia n.9 in Re Minore Op. 125, con soli, coro e finale  sull’ode “An die Freude” (Alla gioia) di Friedrich Schiller (1822-24)
Verona, 31 ottobre 2014

Quando è proprio il pubblico autoctono a storcere il naso nel momento in cui l’orchestra della sua città si accinge a interpretare capolavori “troppo tedeschi per noi” un’accoglienza tiepida è quanto di meglio ci si possa aspettare. Eppure la serata di venerdì scorso si è chiusa con innumerevoli chiamate per i solisti, interminabili applausi per coro e orchestra, ovazioni per il direttore. Le cose stanno così: o la platea di venerdì sera era composta da uno stuolo di ipocriti o forse qualcosa di buono il “nostro” Ton Koopman è riuscito a tirarlo fuori da questa Nona sinfonia. Accettiamo il mistero. La consegna della medaglia della città da parte del direttore artistico Paolo Gavazzeni e del consigliere comunale Antonia Pavesi prima dell’inizio del concerto è certamente un momento di grande emozione per il celebre direttore olandese (veronese d’adozione), accolto però con qualche esitazione dagli spettatori. E meno male. Il pubblico veronese – quando non è troppo impegnato a soffiarsi il naso o scartare caramelle – ci piace anche per questo: generalmente contenuto ai limiti della compressione, si lascia talvolta sfuggire qualche sbuffo che, per quanto inelegante, ci fa sperare che sotto l’amorfa e canuta superficie serpeggi ancora un po’ di magma. Viva il magma e viva la nostra orchestra, che Beethoven lo suona come un tedesco cucinerebbe un piatto di pasta: un po’ scotta, limacciosa, piena di condimenti piazzati un po’ a casaccio, ma con sommo rispetto e vereconda umiltà per un prodotto tanto pregiato. In ogni caso il risultato finale non è convincente: se non proprio col mal di stomaco a casa ci torniamo tutti abbastanza delusi.  E a chi oppone che da un’orchestra italiana che suona Beethoven non è lecito aspettarsi più di tanto rispondiamo che noi, il nostro teatro, lo amiamo troppo per accontentarci di un risultato così poco brillante, qualunque sia la nazionalità del repertorio. Se già Wagner è considerato inavvicinabile forse è il caso di lasciare qualche speranza almeno a Beethoven.
Ma vediamo cosa diavolo è successo: a un’agogica generalmente trattenuta Koopman oppone una ricerca esasperata in ambito dinamico: il rischio di crescendi gonfiati e pianissimi insipidi è dietro l’angolo – e infatti il primo movimento ha un aspetto fin troppo wagneriano, con effetti pastosi che di classico e viennese hanno ben poco. Lo “Scherzo”, diretto da Koopman con energia, non risulta sufficientemente cristallino: la ghignante frenesia somiglia piuttosto a un soffuso brontolio; di Beethoven è esaltata la severità, mentre la geniale vivacità – specialmente nell’uso dei legni – resta in secondo piano. Un vero peccato, soprattutto per chi conosce Arancia Meccanica. L’”Adagio” è adeguatamente sognante, nonostante la tendenza ad intensificare gli effetti dinamici con brusche frenate e allargandi poco filologici, anche laddove un risultato assai più convincente si sarebbe potuto raggiungere contenendo l’esasperazione e lasciando emergere la linea tematica con rasserenata semplicità.
Il quarto movimento – sempre il più vituperato da critici e musicologi (“Eh ma sai Beethoven le voci mica le sapeva trattare” – “Non so se hai presente il Fidelio…” – “Il tema della Gioia è così tremendamente retorico”) – commuoverebbe anche con un organico per unghie e lavagna: eppure anche in questo caso l’encefalogramma è piatto. In particolare: la prestazione del Coro è compromessa da una pronuncia approssimativa, il suono perennemente forte e una linea che non rende giustizia alla certosina geometria beethoveniana. Alla precisione ritmica si preferisce l’abuso di accenti, anche sui tempi deboli, per un risultato complessivamente disomogeneo e spesso addirittura fastidioso. Ma il vero problema sono le dinamiche: tutto galleggia in un limbo grigiastro e mezzoforte che non rende giustizia né alla partitura né tanto meno all’emergere delle singole sezioni.
I solisti, ce la mettono tutta (ma forse averli fatti entrare già all’inizio del terzo movimento non è stata un’idea geniale): il baritono Christian Senn è visibilmente emozionato, il suo attacco è più “spinto” che convinto. Col passare dei minuti probabilmente la tensione si allenta, ma l’effetto non è mai disteso e si evidenziano la tendenza a trattenere i tempi oltre misura e un approccio al registro acuto piuttosto faticoso. Ma è soprattutto col tenore Jörg Dürmüller che la situazione precipita: certo, parte e tessitura sono veramente ingrati, ma le imprecisioni ritmiche, su cui Kopmann fatica a intervenire, e il suono costantemente spinto e faticosamente trattenuto in maschera non possono che inficiare gravemente la sua perfomance. Il contralto Bogna Bartosz rimane costantemente in ombra, mentre il soprano Yetzabel Arias Fernandez avrebbe forse dovuto scaldarsi ancora qualche minuto: dura in zona acuta, la Fernandez ci porge una buona linea di fraseggio, nonostante qualche imprecisione nei fiati e una pronuncia solo a tratti distinguibile. Koopman lascia discreta libertà di movimento a violoncelli e contrabbassi che accennano il Tema per eccellenza con un pianissimo ben riuscito – e che ci sarebbe piaciuto poter gustare anche in altri momenti della Sinfonia. Ancora qualche passaggio poco pulito e siamo arrivati in fondo a questo piatto di spaghetti un po’ appiccicosi, ma serviti su un piatto d’argento (o di qualunque metallo con cui sia forgiata la medaglia della città). Prossimo appuntamento con la Stagione Sinfonica della Fondazione Arena il 22 novembre presso il Teatro Ristori. Foto Ennevi per Fondazione Arena

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