Venezia, Teatro La Fenice: “Simon Boccanegra”

Venezia, Teatro La fenice, Lirica e balletto, Stagione 2014-2015
“SIMON BOCCANEGRA”
Melodramma in un prologo e tre atti su libretto di Francesco Maria Piave con aggiunte e modifiche di Arrigo Boito dal dramma Simón Bocanegra di Antonio García Gutiérrez
Musica di Giuseppe Verdi
Simon Boccanegra SIMONE PIAZZOLA
Jacopo Fiesco GIACOMO PRESTIA
Paolo Albiani JULIAN KIM
Pietro LUCA DALL’AMICO
Maria Boccanegra MARIA AGRESTA
Gabriele Adorno FRANCESCO MELI
Un capitano dei balestrieri COSIMO D’ADAMO
Un’ancella di Amelia ANDREA LIA RIGOTTI
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Myung-Whun Chung
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Regia e scene Andrea De Rosa
Costumi Alessandro Lai
Light e video designer Pasquale Mari
Mimo Valentina Diana
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 2 dicembre 2014

Una doppia inaugurazione, nel nome di Giuseppe Verdi, per la nuova stagione lirica del Teatro La Fenice: la prima opera inaugurale è il Simon Boccanegra, in un nuovo allestimento prodotto dalla Fondazione veneziana; la seconda La Traviata, nel collaudatissimo allestimento – con la regia di Robert Carsen e sul podio Diego Matheuz –, che da qualche anno si è meritato ampio successo. Per essere stato definito, in riferimento alla sua prima versione, “un tavolo che tentenna non si sa da che gamba” – come scrive Boito in una lettera indirizzata a Verdi, nell’accingersi a collaborare insieme a lui ad un’attenta revisione dell’opera a più di vent’anni dall’insuccesso della prima veneziana – o il “figlio gobbo”, cui si vuole un bene particolare – come Verdi stesso confiderà in tarda età al nipote Carrara –, il Simon Boccanegra, nella veste che tutti conosciamo, è certamente tra le partiture più straordinarie del Maestro di Busseto, pur con qualche debolezza nella trama, peraltro ampiamente risolta dal genio drammaturgico-musicale verdiano, e con qualche variegatura stilistica, essendo un’opera che – a motivo della sua travagliata genesi – guarda sia al passato che all’avvenire. È innegabile, a tal proposito, che Paolo, il traditore, prefigura Jago nell’Otello, mentre Simone, che nel giardino dei Grimaldi si rivolge ad Amelia, intonando una melodia cortese e colloquiale precorre Rodrigo, nel momento in cui, nel Don Carlos, riferisce alla dame della regina le ultime novità parigine. Al futuro è rivolta anche buona parte del prologo – che Verdi sostanzialmente non modificò rispetto alla versione originaria, se non per conferirgli una struttura unitaria –, introdotto da un preludio basato su un tema che il Mila definì con icastica chiarezza una “cellula drammatico-narrativa a vite perpetua”, per la sua possibilità di essere prolungato a piacere, e in cui Riccardo Muti – e questo la dice lunga sulla formazione del compositore, tutt’altro che provinciale – ha riconosciuto assonanze schumanniane. Rivolto al passato, invece, è indubbiamente il tumultuoso finale del prologo, che rievoca il Verdi risorgimentale; un finale a suo tempo tacciato, da qualche critico schifiltoso, addirittura di volgarità, senza pensare che, se il compositore lo mantenne così com’era nella prima versione, questo avvenne perché, in base al suo acutissimo senso del teatro, lo riteneva particolarmente adatto ad esprimere con forza trascinante l’improvviso cambiamento di clima in un’opera dalle tinte generalmente fosche, nella quale le oscure trame di palazzo, gli odi atavici, che lavorano nell’ombra, vengono interrotti solo dall’irruenza rovente del popolo eccitato. Per il resto il Simon Boccanegra ha più di qualche elemento in comune con Il trovatore: dal lamento di Fiesco per la morte di Maria (”Il lacerato spirito”), accompagnato dal compianto funebre all’interno del palazzo, che ricorda il “Miserere” dell’opera precedente, al motivo cantato da Gabriele Adorno prima di apparire sulla scena, dove lo attende Amelia, che ricalca un’analoga situazione nel Trovatore.
Tra il prologo e i tre atti trascorrono ben venticinque anni, ed è strana coincidenza che più o meno lo stesso scarto temporale – ventiquattro anni: dal 1857 al 1881 – separi nella realtà la comparsa delle due versioni. Nel frattempo il teatro musicale europeo aveva conosciuto una significativa evoluzione: se Wagner aveva concepito un dramma musicale “durchkomponiert”, e cioè non più formato da numeri musicali separati, bensì da un flusso di musica continuo dall’inizio alla fine di ogni atto, anche Verdi, grazie alle nuove esperienze maturate nel campo del grand-opéra, rappresentate da Les vêpres siciliennes (1855) e Don Carlos (1867), si stava avvicinando ad un’analoga visione unitaria della forma operistica. Così quando mise mano alla rielaborazione del Simon Boccanegra, la cui struttura originaria era articolata in pezzi chiusi secondo i canoni del melodramma italiano dell’Ottocento, puntò innanzi tutto alla continuità del discorso musicale, attraverso quella che è stata definita come “arte della transizione”. Ma non si può tralasciare di fare almeno un cenno alla nuova strumentazione, raffinata e varia, ricca di contrasti com’è del Verdi migliore: dall’estrema rarefazione degli strumenti solistici al plenum più impetuoso.
Ed è proprio da quest’ultima osservazione che intendiamo partire per offrire un resoconto della serata, per molti versi memorabile, nel corso della quale uno dei protagonisti, se non “il protagonista” è stato Myung-Whun Chung, ormai di casa a Venezia, salutato calorosamente dal pubblico fin dal suo primo apparire in buca dell’orchestra. In effetti la direzione del maestro coreano è apparsa ineccepibile sotto ogni punto di vista. Egli si è confermato un grande direttore anche per quanto concerne il repertorio verdiano, curando e valorizzando – grazie al supporto di un’orchestra in stato di grazia – ogni aspetto della partitura: dalla ricordata raffinatezza dell’orchestrazione all’interesse di certe soluzioni armoniche, dalla sfumatura più sottile al contrasto più dirompente. Nel preludio, che come altre pagine dell’opera è percorso dal respiro del mare (certamente uno dei protagonisti dell’opera, che a suo modo partecipa dei drammi dei personaggi come delle loro speranze), la sua interpretazione – caratterizzata, qui come altrove, da una spiccata sensibilità timbrica e tempi abbastanza stringati, pur senza mai arrivare a certi effetti quasi bandistici che si sentono a volte anche da parte di direttori che dovrebbero essere “verdiani doc” – ha sfoggiato una ricca tavolozza di colori e continue sottigliezze espressive. Perfetta, nel prosieguo, anche l’intesa tra l’orchestra e i cantanti, che hanno potuto dare il meglio di sé, grazie all’intelligenza, all’autorevolezza, alla sensibilità dimostrate da Chung nella concertazione, come è risultato particolarmente evidente nelle scene d’insieme.
Essenziale ma efficace, in linea con la concezione del direttore, la regia di Andrea De Rosa, nel rispetto della tradizione senza indulgere in affettazioni romanticheggianti, attraverso una sobria gestualità. Sobrie anche le scene, ideate dallo stesso de Rosa. Vi campeggia, in larga parte dello spettacolo, un enorme pannello scuro, su cui spicca la statua di una madonnina illuminata – a rappresentare la facciata del palazzo dei Fieschi –, ai margini del quale si intravede il tenue movimento del mare, la cui presenza si coglie peraltro in tutta l’opera: si tratta di un video – a cura di Pasquale Mari, cui sono dovute anche le indovinatissime luci –, registrato nei luoghi e nelle ore corrispondenti alle varie situazioni sceniche. Su questo pannello si aprono talora piccole finestre, che mostrano l’interno del palazzo o altre più ampie, che danno direttamente sul mare, come nelle ultime struggenti scene, in cui Simone morente saluta per l’ultima volta l’azzurra distesa, che fu testimone della sua gloria e ora gli porge l’ultimo conforto. Tradizionali, con sobrietà e buon gusto, i costumi di Alessandro Lai, che solo per Boccanegra tendono al rosso, mentre sono di colore scuro per gli altri personaggi. Quanto ai cantanti, un altro mattatore della serata è stato il baritono Simone Piazzola, per la prima volta nei panni del primo doge genovese, che ha sfoggiato una voce dal timbro piuttosto chiaro, interpretando questo ruolo davvero impegnativo con sicuro controllo dei propri mezzi vocali, espressivo fraseggio nel frequente declamato, sensibilità, presenza scenica, ad esprimere i propri affetti più intimi (“Figlia! a tal nome io palpito”) come la sua utopica visione politica nella grande scena che si svolge nella Sala del Consiglio presso il Palazzo degli Abati (“Plebe! Patrizi!… Popolo”).
Assolutamente all’altezza anche gli altri componenti del Cast. Maria Agresta è un’Amelia, che sa esprimere, con impeto giovanile, l’amore per Gabriele quanto, con tenerezza, l’affetto filiale, grazie ad una voce dal timbro omogeneo, particolarmente a suo agio nel registro medio, ma anche svettante con brillantezza nell’acuto, come si è potuto apprezzare nella nostalgica “Come in quest’ora bruna”, una delle poche romanze di tutta l’opera. Francesco Meli, analogamente, si è confermato il grande cantante che tutti apprezziamo da tempo, e di cui – non appaia una banalità – colpisce sempre, prima di tutto, la bellezza della voce dal timbro tenuemente brunito, senza per questo sminuire la recitazione, la musicalità, la gestualità sulla scena, di cui anche questa volta ha dato un’eccellente prova, risultando irresistibile in un’altra delle poche romanze dell’opera: “Sento avvampar nell’anima”. Giacomo Prestia, gradevole voce di basso profondo, si è rivelato un Fiesco fiero e spietato, ma anche, alla fine, intenerito dal pentimento, sapendo aderire ad uno di quei mutamenti psicologici, che fanno la grandezza di Verdi. Ottima anche la prestazione di Julian Kim, dotato di un’omogenea voce di baritono, a tratteggiare un Paolo Albiani giustamente perfido fino ad assumere – senza esagerare – qualche tratto demoniaco, e di Luca Dall’amico, nel ruolo di Piero. Di buona professionalità le prestazioni offerte dalle parti minori: Andrea Lia Rigotti (Un’ancella di Amelia) e Cosimo D’Adamo (Un capitano dei balestrieri). Magnifica la prestazione del coro in particolare nelle scene “popolari”, sempre perfettamente istruito da Claudio Marino Moretti. Successo ovviamente calorosissimo, nonché meritatissimo per tutti.

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