Akram Khan Company, “Kaash”

Reggio Emilia, Teatro Valli, Stagione di danza 2014-2015
Akram Khan Company
“KAASH”
Direzione artistica e coreografia Akram Khan
Compositore Nitin Sawhney
Scene Anish Kapoor
Luci Aideen Malone
Costumi Kimie Nakano
Musica Addizionale ‘Spectre’ di John Oswald suonata da The Kronos Quartet
Voce Akram Kahn, B C Manjunath
Versione registrata Bernhard Schimpelsberger
Danzatori: Kristina Alleyne, Sadé Alleyne, Sung Hoon Kim, Nicola Monaco, Christine Joy Ritter
Reggio Emilia, 17 gennaio 2015

Kaash è una parola indi che significa “se”, e poggerebbe nell’ipotesi di ridare ciclo alla vita con la danza per rigenerarla da quel microcosmo, centro pulsante, che è il cuore dell’uomo. Un’ipotesi affatto sconosciuta all’arte indiana, quella Kathak, anche se non proprio ricalcata qui nelle coreografie e nelle movenze. Tuttavia proprio di ricreazione si tratta: Akram Khan rimette in scena una sua pluripremiata coreografia del 2002.
Si tratta di un atto unico della durata di un’ora precisa, come se avesse da accadere qualcosa, che può solo avverarsi da un ciclo continuo e ininterrotto, da un rituale che avviene sotto i nostri occhi.
La musica parte subito prepotente, con percussioni e sitar, e sovrasta una scena spoglia che ha di quinta una finestra nera che dà nell’infinito cosmico (un buco nero), che è silenzio; un silenzio che poi prende la scena e ascolta i passi e i respiri dei danzatori.
Tutta la rappresentazione esprime l’esplosività di Shiva, (il dio della danza, Naṭarāja) nel suo “riciclare” la vita e si deve alla complicità dei danzatori, simbolo materiale delle sue cinque attività cosmiche: la creazione (il suo tamburo espresso qui musicalmente, nonché visivamente con la danza a terra), la conservazione e la distruzione (che sono i gesti delle braccia), l’illusione e la liberazione (che sono le movenze dei piedi e le sinuose ruote delle vesti nelle giravolte). La coreografia messa in scena da Khan, rappresenta l’intero universo manifesto, che viene ri-creato e riavvolto e così di nuovo a ogni ripetizione, ad ogni ritorno dei ballerini in scena, proprio perché la danza è quell’eterno mutamento che genera equilibrio, che è armonia del ciclo della vita.
Si percepisce la presenza di un’entità creatrice e distruttrice che ha perso la fissità meditativa per incarnare tutta la sua pura fisicità danzante, ricca di tensione muscolare. Si riconoscono bene, perché ripetuti, certi segni col braccio teso e mano racchiusa come proboscide dell’elefante (simbolo della forza) e le braccia allungate di lato, parallele ma arcuate che alludono (al fuoco), al fior di loto, apparentemente fragile ma dallo spirito tenace.
Si è incantati dall’apparente improvvisazione dei movimenti dei danzatori che ritornano in sincrono per amplificare l’effetto di un loro uguale gesto. Così il movimento veloce, velocissimo è in grado di lasciare, nella stasi finale, quella percezione visiva d’impronta che piano si dilegua ma che lascia prolungato l’effetto. Quello che scorgiamo è un movimento unico e grande.
La materia è vita, la materia è energia che si esprime col movimento. Il movimento ha un ritmo, il movimento è una scansione di icone visive e icone sonore. Tutto viene generato, distrutto e ricreato, in sostanza viene concepito, come Shiva, a passi di danza. Lo spettacolo non è solo visivo. L’accompagnamento musicale ha la medesima valenza segnica di un gesto; è l’espressione di altrettanta energia creativa. Quindi la velocità e il ralenti ritornano l’uno nel classico indiano “Ki Ta Ki Ta”, l’altro in voci che parlano andando al contrario; per un effetto soundtrack chillout molto moderno.
Ciò che rimane di questo spettacolo, oltre all’innegabile professionalità di questo coreografo anglo indiano che vanta di aver lavorato in progetti con attrici (Juliette Binoche), cantanti (Kylie Minogue) e scrittori (Hanif Kureishi) e tanto bravo quanto il già apprezzato Aakash Odedra anch’egli di origine indiana, è il Tantra, un ordito di movimenti a terra di grande effetto e messo in atto, prima da una ballerina, poi da un ballerino. Un saggio di bravura di danza orizzontale che raramente si ha occasione di vedere. Infatti il Valli era colmo, dalla platea al loggione e ha manifestato ampio consenso con un lungo e accorato applauso. Foto Roy Peters 

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