Torino, Teatro Regio: “Le nozze di Figaro”

Torino, Teatro Regio, stagione lirica 2014-15
“LE NOZZE DI FIGARO”
Dramma giocoso in quattro atti di Lorenzo da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Il conte d’Almaviva VITO PRIANTE
La contessa CARMELA REMIGIO
Figaro MIRCO PALAZZI
Susanna EKATERINA BAKANOVA
Cherubino PAOLA GARDINA
Marcellina ALEXANDRA ZABALA
Bartolo ABRAMO ROSALEN
Basilio BRUNO LAZZARETTI
Don Curzio LUCA CASALIN
Antonio MATTEO PEIRONE
Barbarina ARIANNA VENDITELLI
Prima ragazza SABRINA AMÈ
Seconda ragazza DANIELA VELDENASSI
Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Yutaka Sado
Maestro del coro  Claudio Fenoglio
Regia Elena Barbalich
Scene e costumi  Tommaso Lagattola
Luci  Giuseppe Ruggero
Nuovo allestimento Teatro Regio – Torino
Torino 15 febbraio 2015
Continua nel segno di nuove produzioni la ricca stagione del Teatro Regio di Torino, sempre più modello di efficienza e capacità produttiva in uno scenario italiano dove le ombre tendono sempre più a prevalere sulle luci. Questa volta va in scena un nuovo allestimento de “Le nozze di Figaro” mozartiane, firmato per la regia da Elena Barbalich e per scene e costumi da Tommaso Lagattola, autori di uno spettacolo di primario interesse. L’impianto scenico richiamava, in forma stilizzata, stilemi architettonici tardo-settecenteschi che, nella loro astrazione architettonica e disegnativa, sembravano rifarsi a certe incisioni dell’Encyclopedie; pur non mancando di una loro eleganza, le scene risultavano a lungo andare troppo statiche, limitandosi i campi a movimenti e ricollocazioni degli stessi elementi mobili. Estremamente limitati, anche se usati con grande cura, gli elementi d’arredo; molto belli i costumi di forte ispirazione pittorica, curati fin nei singoli dettagli.
Vero punto di forza si è però dimostrata la regia della Barbalich, capace di cogliere il delicato punto di incontro fra tradizione e modernità che è spesso quanto di più difficile ci sia per un regista. Rispettate le coordinate spaziali e temporali della vicenda, la regista segue lo sviluppo dell’azione con precisione e coerenza, limitandosi ad introdurre alcuni elementi di contorno che consentono interessanti soluzioni visive e che non stridono per nulla con la drammaturgia originale, come accade con l’insolito rilievo dato al rapporto famigliare fra il Conte o la Contessa o con l’aggiunta dei figli della coppia – cui Barbarina fa da governante – che forniscono l’occasione per controscene particolarmente riuscite. Il lavoro sulla recitazione è poi di una non comune qualità e tutti gli interpreti si muovono in scena con una naturalezza e una spontaneità che sono rare da vedere nel teatro di prosa – e ovviamente ancor di più in quello lirico. Una recitazione in cui non c’è più spazio per pose manierate e incipriate, ma in cui tutto è vivo, vero, reale e in cui ogni dettaglio è curato e coerente: dal gioco di sguardi ai singoli gesti, fino alle scene più complesse di interazione, gli esempi da citare potrebbero essere infiniti e non si può certo esaurirli in questa sede, ma basti ricordare il delicato erotismo di Cherubino e della Contessa che nel II atto si trovano – un istante prima dell’arrivo del conto – quasi a sfiorarsi in un bacio, al contempo desiderato e respinto, di grande dolcezza; l’incedere un po’ goffo e impacciato di Cherubino, incapace di sentirsi a proprio agio in abiti femminili (e Paola Gardina è strepitosa nella costruzione scenica del ruolo); il banchetto nuziale con l’atteggiamento irrigidito dei servitori in presenza della copia ducale che però cede al desiderio di avventarsi sulle pietanze appena questa esce di scena; il curatissimo e sempre puntuale gioco delle controscene. Lungo l’intero allestimento si susseguivano raffinate citazioni pittoriche – in alcuni casi puntuali, in altri più evocate che compiute – lasciando allo spettatore il gusto di riconoscerle: ed ecco la figlia della contessa che passa con racchetta e volano in una perfetta evocazione di “La fillette au volant” di Chardin; i piatti con frutta sul tavolo di Figaro nel primo atto richiamavano ancora il pittore parigino, direttamente usciti dalle sue geometriche e metafisiche nature morte; poi Liotard con “La belle chocolatière”, richiamata dalla cameriera che serve gli sposi nel II atto; sentori di Fragonard fra Cherubino e la Contessa nel II atto; echi dei ritratti goyeschi nei coniugi Almaviva. Suggestive le luci a cura di Giuseppe Ruggiero, capaci di creare suggestivi effetti di ombra e in cui trovava un interessante spazio l’uso della luce naturale delle candele. A dirigere l’orchestra del Regio un direttore spesso alterno, ma mai banale come Yutaka Sado, che non ha deluso al riguardo le aspettative. Il suo è un Mozart volutamente contro corrente: con precisa scelta, ignora il gusto attuale per tempi molto marcati e sonorità terse e limpide, optando fin dai primi accordi dell’ouverture per un andamento solenne, colori sfumati e terrosi – in questo in linea con le austere scenografie – che richiamano approcci interpretativi di una tradizione ormai lontana nel tempo. Una visione in cui il dramma prevale nettamente sul giocoso e se i momenti più drammatici vengono particolarmente evidenziati – così come certi abbandoni di un lirismo venato di profonda sensualità – in altri si sentiva la mancanza di una maggior leggerezza (le arie di Cherubino) o di una ritmica più sciolta e spedita (“Se vuol ballare”), mentre i grandi concertati, pur trascinanti nel ritmo, avevano una sontuosità ormai decisamente pre-romantica. Il cast non era “perfetto”, ma era un’autentica compagnia di cantanti-attori  affiatati all’interno di una macchina che funzionava benissimo, superando i limiti individuali dei singoli interpreti. Pregevole protagonista, Mirco Palazzi è un Figaro autenticamente basso, garantendo una valida differenziazione con il timbro più baritonale del conte: il basso riminese, disponendo di una voce  molto bella per timbro e colore e sorretta da una tecnica sicura, teatralmente tratteggia un Figaro irruento e simpatico, di grande umanità. In contrapposizione, il carismatico Conte di Vito Priante ha una vocalità più baritonale; fra i cantanti mozartiani più apprezzati sulla scena internazionale passa con bravura dal suo abituale Figaro al Conte, ben caratterizzandone le differenze e tratteggiando un personaggio molto riuscito nelle sue incertezze e fragilità. La coppia femminile vedeva in campo la Contessa di Carmela Remigio e la Susanna di Ekaterina Bakanova. La Remigio trova in Mozart il suo naturale terreno di elezione: la voce non possiede la morbida luminosità di certe storiche interpreti del ruolo ed anche il temperamento della cantante abruzzese appare più drammatico che elegiaco, ma questi elementi si inseriscono bene nella lettura di Sado, conferendo al grande recitativo del III atto “E Susanna non viene” un’aulica drammaticità che non sfigurerebbe in Elettra o in Vitellia, mentre il timbro più maturo ben si sposa con l’immagine materna che la regia offre del ruolo. La Bakanova appare più in difficoltà: il timbro, pur piacevole, mostra una componente metallica nella sonorità e la tipologia vocale è quella di un soprano lirico-leggero con la conseguente mancanxa di consistenza  nel registro grave – soprattutto nel La grave di “notturna face”, tallone d’Achille di quasi tutte le Susanna – mentre l’essere l’unica non italiana del cast la spinge a caricare troppo nei recitativi, ma anch’ella pienamente inserita nella macchina d’insieme porta comunque a termine una prova che, nella viva realtà del palcoscenico non delude. Splendido il Cherubino di Paola Gardina: la voce è gradevole,  sostenuta da un’ottima tecnica e da un notevole senso dello stile, cui si aggiunge una straordinaria personalità scenica. Raramente si è visto un Cherubino così centrale nella vicenda, vero perno di tutta la “folle journée”. Perfettamente a suo agio in abiti maschili, la Gardina definisce un Cherubino per nulla efebico, ma già perfettamente virile, seppur di una virilità ancora venata dello sventato candore dell’adolescenza, così che le parole “Men di quel che tu credi” con cui il Conte risponde all’”Egli è ancora fanciullo” di Susanna confermano un’effettiva pericolosità. Abramo Rosalen è un Bartolo forse di timbro non incantevole, ma cantato e interpretato con grande qualità e senza nessuna caduta nel macchiettismo caricaturale, così come la Marcellina, giustamente più materna che vecchia zitella inacidita, di Alexandra ZabalaBruno Lazzaretti (Basilio) è  notevole per squillo e proiezione e dispiace in modo particolare il tradizionale taglio dell’aria dell’atto IV. Il cast è validamente completato da  Arianna Venditelli (Barbarina), Matteo Peirone (Antonio), Luca Casalin (Don Curzio),  Sabrina Amè e Daniela Valdenassi (due contadine). Convinto successo per tutti gli interpreti, salvo qualche isolata contestazione a Sado per una serata di autentica gioia teatrale come se ne vorrebbero più spesso.

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