Eugen d’Albert (1864-1932): “Die Toten Augen” (1916)

Dramma in un atto con un Prologo e un Postludio di Hans Heinz Ewers da “Les morts yeux” di Marc Henry. Lothar Odinius (Il pastore), Olaf Bär ( Il mietitore, la voce di Cristo), Cornelia Wosnitza (Il giovane pastore, Rebecca, una voce dal profondo), Hartmut Welker (Arcesius), Dagmar Schellenberger (Myrtocle), Norberth Orth (Galba), Margaret Chalker (Arsinoe), Anne Gjievang (Maria di Magdala), Eberhard Büchner (Ktesiphar), Angela Liebold (Ruth, una donna malata), Barbara Hoene (Esther, una voce dal profondo), Sabine Brohm (Sarah), Gerald Hupach, John Maxham, Eberhard Bendel (Gli ebrei). Coro e orchestra Dresdner Philarmonie,Ralf Weikert (direttore). 2 CD CPO 999 692-2
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Eugene d’Albert, compositore tedesco di origini scozzesi,  la cui musica è quasi totalmente sconosciuta in Italia o, in ogni caso, fortemente fraintesa (si veda la vulgata di vedere “Tiefland” come una sorta di “Cavalleria rusticana” tedesca), ma in realtà di altissimo livello e di primaria importanza storica per comprendere l’evoluzione dell’opera tedesca dal tardo-romanticismo di matrice post-wagneriana ai risultati del decadentismo maturo di Schreker e Korngold, di cui D’Albert rappresenta un anello non secondario della catena evolutiva. Die toten Augen”, tratta da un dramma simbolista e misticheggiante di Marc Henry e rappresentata la prima volta a Dresda nel 1916 sotto la direzione di Fritz Reiner, è un interessantissimo esempio della produzione matura di D’Albert, in cui le tematiche e gli stilemi di matrice simbolista e decadente hanno preso decisamente il sopravvento sul taglio più realista dei lavori giovanili e dove la ricchezza e lo splendore del trattamento orchestrale è diventato il tratto caratterizzante di una scrittura sempre più ricca e preziosa.
LA TRAMA
C’è grande fermento a Gerusalemme: oggi il profeta che ha compiuto tanti miracoli e nel quale la gente ripone le proprie speranze di redenzione sta per fare il suo ingresso nella città. Delle donne ebree parlano dell’evento mentre tirano dell’acqua dal pozzo che si trova di fronte alla casa dell’ambasciatore romano Arcesio (baritono) e della sua bella, ma cieca moglie Mirtocle (soprano). L’ebrea Ruth (mezzosoprano) informa Arsinoe (soprano), la schiava di Mirtocle, dell’uomo miracoloso che fa camminare gli infermi e tornare a vedere i ciechi. Arcesio è marito tenero e premuroso e Mirtocle desidera più di ogni altra cosa ritrovare la vista un giorno per godere delle bellezze del mondo e soprattutto per poter vedere suo marito Arcesio, che lei immagina di una bellezza idealizzata. Il desiderio di Mirtocle provoca in Arcesio un moto di orrore in quanto brutto e deforme.
Galba (tenore), capitano romano e amico di Arcesio, lo convoca per una riunione indetta in fretta e furia da Ponzio Pilato per discutere la situazione in vista dell’imminente arrivo in città del profeta Gesù di Nazareth, considerato dai predicatori ebrei come un agitatore di folle. Arcesio saluta Mirtocle con un appassionato abbraccio. Arsinoe racconta a Mirtocle di ciò che le hanno detto le donne ebree.
Intanto Gesù di Nazareth entra nella città, acclamato dalla folla e Mirtocle vorrebbe raggiungerlo. Mirtocle viene condotta al suo cospetto da Arsinoe e Maria di Magdala (contralto). La folla osserva con grande attenzione quanto sta per avvenire: il profeta tocca gli occhi della donna cieca, la quale all’improvviso riesce a vedere, ma le predice anche che lei lo maledirà prima che il sole sia tramontato.
Mirtocle si fa portare uno specchio e con meraviglia osserva la sua bellezza e il miracolo della natura. Gioiosa e felice, ritorna a casa per vestirsi e adornarsi per il suo sposo.
Galba rientra con Arcesio e gli dice addio per sempre, in quanto ha chiesto di essere trasferito poiché non riesce più a sopportare di vivere vicino a Mirtocle, della quale è anch’egli innamorato.
Arcesio apprende intanto, con orrore, del miracolo avvenuto e quando Mirtocle appare fra le colonne del peristilio della casa, lui corre a nascondersi dietro il pozzo, come un animale ferito. Mirtocle scambia Galba per suo marito, il quale le si staglia di fronte nella sua raggiante bellezza. Mirtocle si avvicina a lui teneramente e Galba inizialmente non parla e cerca di resistere alle sue profferte amorose, ma poi si arrende e la attira a sé con passione e la bacia. Arcesio, senza pensarci, esce dal suo nascondiglio e strangola il suo amico per poi fuggire. Mirtocle urla per chiedere aiuto e Arsinoe accorre e le racconta tutta la verità. Mirtocle allora maledice l’uomo che le ha ridato la vista, distruggendo la sua felicità, e capisce che la sua vita da sogno in realtà era una menzogna.
Mirtocle allora si ricorda dell’insegnamento del profeta: “Rinuncia alla tua felicità per salvare quella del tuo prossimo” e si lascia accecare dai raggi del sole. Quando Arcesio timidamente fa ritorno Mirtocle è di nuovo completamente cieca, al quale racconta di aver visto Arsinoe, Gesù, Galba e il suo assassino, ma non lui. Quindi Mirtocle ritorna a vivere nel suo mondo di sogni incentrati solo sul marito e lui, animato da nuova speranza, riconduce la donna tremante nella loro casa.
La struttura drammaturgica è in un unico atto, preceduto da un prologo che si rifà alla parabola del buon pastore che ha perso un agnello e che ritroverà nel postludio. Se la trama può apparire un po’ esile,  la musica invece affascina immediatamente e l’ascolto discografico dà la possibilità di concentrarsi su questo aspetto. L’orchestra è di grandi proporzioni, rafforzata dalla presenza di organo, clavicembalo e glockenspiel; il colore  è impostato su toni di una luminosità diffusa – quasi abbagliante nel grande monologo finale di Mirtocle, in cui quasi si riesce a trasmettere l’accecante splendore del sole – mentre i momenti più drammatici non giungono mai ad incupirsi, ma mantengono una tavolozza chiara e brillante, di sapore quasi pre-raffaellita.  Il coro è praticamente assente, mentre prevale l’uso di personaggi policefali: le donne ebree, gli ebrei, le voci dal profondo, secondo uno schema che ricorda quello utilizzato da Richard Strauss nella “Salome”. La vocalità è quella propria dell’opera tedesca post-wagneriana, impostata su un declamato arioso di grande respiro che si apre in squarci lirici dalla forte seduzione melodica; i singoli momenti tendono ad organizzarsi per scene, mentre mancano veri e propri pezzi chiusi – solo il monologo di Mirtocle “Dar Märchen von Amor und Psyche!” può ricordare una romanza di tradizione italiana.
La presente edizione vede  Ralf Weikert alla guida della Dresdner Philarmonie, la seconda orchestra cittadina. Il livello della compagine orchestrale è decisamente buono e Weikert, direttore di grande esperienza, tiene le fila  con sicurezza e professionalità. Certo, manca quel colpo d’ala che una musica come questa potrebbe ispirare a più grandi direttori, ma la prestazione è pienamente coerente con la sua solida professionalità. Il cast è chiamato ad un impegno decisamente arduo – specie per le parti principali – e ne esce complessivamente con onore. Fra i cantanti del prologo si legnala la voce luminosa e squillante del tenore Lothar Odinius nel ruolo del Pastore – evidente metafora cristologica – mentre in quelli del mietitore troviamo un baritono di grande sensibilità musicale e interpretativa come Olaf Bär, che ritornerà nell’opera dando la voce a Cristo fuori scena; completa il terzetto il soprano Cornelia Wosnitza come giovane pastore. In scena praticamente in quasi tutto l’atto e chiamata ad un’autentica prova di forza,  che termina nella sontuosa scena finale, Myrtocle è l’assoluta protagonista dell’opera. Dagmar Schellenberger è un soprano di indubbia eleganza: la voce presenta un buon corpo chee riesce ad emergere su un tessuto orchestrale decisamente denso e il timbro è luminoso e femminile, non privo di dolcezza e sensualità. Di contro, però, la parte è forse troppo pesante per le sue caratteristiche e soprattutto nel finale si evidenziano segni di stanchezza. Arcesius è il baritono Hartmut Welker, l’indimenticato Telramund del “Lohengrin” viennese di Claudio Abbado: voce di non comune solidità, ampia e timbrata con acuti sicuri e squillanti. Sul piano espressivo una certa graniticità d’accento non è impropria per il personaggio che compensa con la sua umanità tutta terrena la natura mistica e stilizzata della sposa. Galba è un’altra illustre conoscenza del pubblico internazionale: Norbert Orth, per anni specialista assoluto dei ruoli di tenore buffo mozartiano. Nel corso degli anni la voce è divenuta più solida e robusta, mentre sono rimaste le doti di fraseggio e accento che gli permettono di rendere al meglio la parte del “bello”.  Fa piacere risentire anche Anne Gjevang, altra storica protagonista dei film-opera Unitel anni 80 (era Farnace nel “Mitridate Re di Ponto”, firmato nel 1983 da Harnoncourt e Ponnelle) che presta una voce ancora molto bella di autentico contralto al ruolo di Maria di Magdala. Molto efficace il tenore Eberhard Büchner, nel ruolo quasi macchiettistico del medico egiziano Ktesiphar, e positiva la prova del soprano Margaret Chalker, squillante e luminosa nel ruolo di Arsinoe. Le numerosissime parti di fianco – si rimanda alla locandina per i singoli interpreti – contribuiscono complessivamente alla buona riuscita della produzione, che ci permette di godere di quest’opera (la sola grande scena finale vale l’intera partitura) per la quale la definizione di capolavoro dimenticato non appare per una volta troppo temeraria.  L’opera completa

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