“Macbeth” al Teatro Verdi di Pisa

Teatro Giuseppe Verdi di Pisa – Stagione Lirica 2014-15
“MACBETH”
Melodramma in quattro atti, libretto di Francesco Maria Piave, dall’omonima tragedia di William Shakespeare
Musica di Giuseppe Verdi
Macbeth  GIUSEPPE ALTOMARE
Banco  GIORGIO GIUSEPPINI
Lady Macbeth  DIMITRA THEODOSSIOU
Dama di Lady Macbeth  ELENA BAKANOVA
Macduff  EMANUELE SERVIDIO
Malcolm  EMANUELE GIANNINO
Medico  JUAN JOSÉ NAVARRO
Streghe (mimi)  ALESSANDRA BORDINO, BEATRICE BOSSO, CHIARA SILVESTRI
Orchestra Festival Pucciniano
Artisti del Coro di Parma
Direttore Simon Krečič
Maestro del coro Fabrizio Cassi
Regia Dario Argento
Luci e Scene Angelo Linzalata
Effetti speciali David Bracci 
Coproduzione Fondazione Teatro Coccia di Novara e Fondazione Teatro Verdi di Pisa
Pisa, 27 marzo 2015
macbeth pisa marzo2015-5Nonostante si trattasse di una ripresa di una produzione andata in scena a Novara poco più di un anno fa, e all’epoca fosse stata oggetto di innumerevoli recensioni e commenti, l’attesa per questo Macbeth era ancora molto intensa e palpabile.  Il motivo risiede ovviamente nella presenza di Dario Argento, che, alla sua prima regia operistica, rimane nel bene e nel male un nome assai noto alla stragrande maggioranza degli italiani, anche a coloro che non hanno mai visto uno dei suoi film.  Nel frattempo, appena un mese fa, il “maestro dell’horror” pare aver preso gusto per il teatro lirico cimentandosi  con una deludente Lucia di Lammermoor per il Teatro Carlo Felice di Genova.  Molto inchiostro è già stato versato su questo Macbeth (che fra l’altro sta per esser uscire in DVD/Blu-Ray) all’epoca della prima novarese, per cui mi limiterò a dare le mie impressioni senza scendere in minuti dettagli.  Essenzialmente mi è parso un allestimento di impianto tradizionale (ancorché trasposto nella prima parte del ventesimo secolo, ma anche questa è ormai diventata “tradizione”), con alcuni momenti azzeccati alternati ad altri francamente noiosi.  Fra i primi includerei le streghe, tre come in Shakespeare, belle ragazze completamente nude (evidentemente un pallino del regista, dato che anche in Lucia c’era un fantasma femminile senza veli), dalla folta chioma scapigliata e dalle movenze ferali, ovvio riferimento alle streghe che popolano uno dei suoi ultimi film, La terza madre.  Le tre selvagge creature non cantavano, compito riservato al coro femminile che al contrario vestiva abiti da massaie campagnole.  Altri rimandi a suoi film erano gli impiccati nel primo atto, somiglianti al bambolotto che tanto spaventa Amanda Righetti in Profondo rosso, cui si è ispirato anche per la scena dell’omicidio di Duncano: il re insanguinato che si arranca sulla finestra rimanda alla celebre sequenza dell’assassinio della medium Helga Ulmann.  Particolarmente efferata e ben riuscita (e qui sono consapevole di esser nella minoranza) è la scena decisamente sopra le righe della morte del protagonista.  Indifendibile è al contrario è la scena in cui Macbeth subito prima di morire, durante la fuga orchestrale che dovrebbe descrivere la battaglia, vaga per il palcoscenico puntando il dito verso dei cerchi bianchi proiettati sullo sfondo. Degne cornici di tale plumbea atmosfera macbeth pisa marzo2015-1erano le scene spartane di Angelo Linzalata, curatore anche delle luci, mentre i costumi rimangono senza attribuzione. Riassumendo, è un allestimento che pur non brillando per originalità tiene desta l’attenzione, e che sarebbe sicuramente stato più godibile se non fossero in questi mesi trapelate anticipazioni, “soffiate”, a rovinare la sorpresa di alcuni “effetti speciali”. La parte musicale era affidata a Simon Krečič, che ha diretto l’Orchestra del Festival Pucciniano con intensità e slancio propulsivo, precisione e buon equilibrio timbrico fra le varie sezioni dell’orchestra, e questo soprattutto nelle parti più estroverse della partitura.  Talora pareva quasi impaziente, affrettando la musica in modo tale da far sembrare gli effetti desiderati dal compositore sbrigativi e superficiali: per esempio l’introduzione a “Vieni t’affretta” risultava quasi frivola, come se provenisse da un’opera buffa rossiniana. Nei momenti più cupi, quali “Regna il sonno su tutti” di Lady (così l’ha sempre chiamata Verdi, e così è definita nella partitura) oppure “Oh, quale orrenda notte” di Banco, latitava il senso di quel minaccioso mistero, di quella trepidante quiete che precede il delitto. Ha comunque fatto miracoli nel tenere insieme orchestra e palcoscenico, soprattutto quando era di scena Dimitra Theodossiou, responsabile di una di quelle prestazioni che preferiremmo non dover recensire. Il soprano greco si è fin dall’inizio della carriera distinta per il coinvolgimento emotivo con cui affronta ogni ruolo, e per lei si è spesso usato il termine un po’ abusato di cantante/attrice.  Purtroppo è ormai entrata nella fase in cui l’attrice prevale sulla cantante, e fa sempre più ricorso a istrionismi per mascherare un indubbio declino vocale: la difficoltà di trovare un appoggio rende il registro medio/grave alquanto debole e quello acuto stridente e acidulo, non di rado calante e corto, come il famigerato re bemolle alla fine della scena del sonnambulismo, poco più che un gridolino prudentemente emesso dietro le quinte.  Fiati sempre più corti la costringono di frequente a un gioco di tiro alla fune con l’orchestra, nonostante gli sforzi sovrumani del direttore.
Desta perplessità la scelta di Emanuele Servidio (Macduff), tenore dal vocione potente, ma pieno di magagne di cui un registro medio oscillante e acuti aperti emessmacbeth pisa marzo2015-3i di forza sono i più evidenti.  Giorgio Giuseppini (Banco) è uno dei cantanti più sottovalutati in circolazione; nonostante abbia un curriculum di tutto rispetto (ricordo con piacere il felice debutto al Met di New York nel ruolo di Filippo II in Don Carlo), l’emissione morbida, immascherata, omogenea, il timbro da autentico basso cantante, il gusto interpretativo sobrio e aristocratico, una presenza scenica imponente quale si conviene ad un basso dovrebbero automaticamente porlo in cima alle preferenze di tutti i maggiori teatri internazionali.  Sebbene nella versione finale del 1865 Verdi abbia spostato il baricentro verso il soprano (anche i grandi errano, e grave errore è stato quello di sostituire “Mal per me che m’affidai” con una fuga e coretto tutto sommato banali e teatralmente meno efficaci), il ruolo del protagonista resta tuttavia il pernio dell’opera, compito brillantemente assolto da Giuseppe Altomare, baritono dal bel timbro scuro e virile, dal fraseggio variegato, dal declamato che non sfocia mai in un “gridato”, capace di vere mezze voci, cruciali in questo ruolo che – Verdi docet – deve esser cantato perlopiù piano per poi esplodere su frasi chiave da lui espressamente indicate.  Partito con qualche esitazione e un paio di acuti sbiancati nel duetto con il basso (per esempio il fa naturale di “che m’offre il fato”), Altomare ha poi offerto una prova in crescendo culminata in un bellissim “Pietà, rispetto, amore”, eseguito con un bel gioco di legati, acuti sicuri (la stessa nota climatica, il fa naturale sull parola “bestemmia” era qui piena e rotonda),sinceramente commovente, che ha raggiunto lo scopo (prefissosi da Verdi) di indirizzare le simpatie del pubblico verso un pluriomicida, tirannico anti-eroe.
macbeth pisa marzo2015-4Tra i ruoli secondari spiccava per spigliatezza scenica e squillo la Dama di Elena Bakanova, dominatrice dei concertati; Emanuele Giannino nei panni di Malcom ha una voce aggraziata da tenore leggero assai diversa da quella di Servidio, offrendo così un appropriato contrasto timbrico; Juan José Navarro (Medico) ha palesato severi problemi di proiezione vocale.
Molto buono il coro, Artisti del Coro di Parma, soprattutto la sezione femminile. Per la cronaca, successo caloroso per tutti con punte di entusiasmo per Giuseppini e Altomare, e qualche dissenso ampiamente previsto per il regista. Foto di Giulia Ponti

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